A New York ha aperto al pubblico l’82ª edizione della Whitney Biennial, la storica rassegna del Whitney Museum of American Art che dal 1932 rappresenta uno dei principali osservatori sull’evoluzione dell’arte statunitense. L’edizione 2026 riunisce 56 artisti, duo e collettivi distribuiti nelle gallerie del museo e accompagnati da un ampio programma di performance e attività pubbliche.
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Curata da Marcela Guerrero e Drew Sawyer, la Biennale non è costruita attorno a un singolo tema dominante. Piuttosto, si presenta come una costellazione di atmosfere, relazioni e tensioni, una mappa sensoriale dell’arte americana contemporanea che riflette la complessità del presente. Invece di proporre una tesi unitaria sull’oggi, l’esposizione mette in scena un campo di esperienze in cui umani, tecnologie, infrastrutture e forme di vita non umane si intrecciano continuamente.
Relazioni e interspecies: l’arte oltre l’umano
Uno dei concetti centrali della Biennale è quello di relazione. Le opere esplorano diversi livelli di connessione: familiari, sociali, tecnologici e geopolitici. Ma soprattutto introducono un tema sempre più presente nel dibattito artistico contemporaneo: quello delle relazioni interspecies, cioè i rapporti tra esseri umani, animali e ambienti naturali.
In questo contesto, la mostra immagina forme di coesistenza che superano l’idea di centralità dell’uomo. Le opere non trattano il mondo animale come semplice metafora, ma come parte di un sistema condiviso di vita e di esperienza.
Un esempio è l’installazione di Precious Okoyomon, che presenta una grande composizione di peluche sospesi con ali tassidermiche. L’opera mette in tensione elementi apparentemente opposti — innocenza e violenza, tenerezza e inquietudine — trasformando la cuteness in uno strumento critico per riflettere su desiderio, potere e vulnerabilità.
Infrastructures: i sistemi invisibili che governano la vita contemporanea
Accanto al tema della relazione, la Biennale sviluppa un secondo filone fondamentale: quello delle infrastrutture. Non solo infrastrutture fisiche — energia, territorio, architettura — ma anche sistemi tecnologici e sociali che regolano le relazioni tra individui e comunità. Le opere mostrano come questi sistemi influenzino accesso, visibilità, comunicazione e potere.
Alcuni lavori riflettono direttamente sull’impatto delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale nella società contemporanea. L’artista Zach Blas, ad esempio, presenta una grande installazione multicanale che utilizza strumenti e linguaggi dell’industria tecnologica per interrogare le fantasie di controllo e dominazione nel mondo digitale.
Allo stesso tempo, l’artista Joshua Citarella affronta la circolazione delle idee e delle emozioni online attraverso il progetto Doomscroll, che esplora la cultura politica e mediatica di internet nel XXI secolo.
Geopolitica e memoria dei conflitti
Il tema delle infrastrutture emerge anche in relazione alla storia geopolitica recente. L’artista Aziz Hazara utilizza visori notturni militari lasciati dalle forze statunitensi per realizzare immagini paesaggistiche immerse in un verde spettrale. In questo modo strumenti di sorveglianza e guerra vengono trasformati in dispositivi di osservazione e memoria.
Altre opere affrontano le conseguenze materiali dei sistemi energetici e delle infrastrutture estrattive. Sulla terrazza del museo, ad esempio, Nani Chacon mette in relazione le cosmologie Diné e le tradizioni della sand painting con le torri elettriche che attraversano il territorio Navajo.
Un’esperienza sensoriale tra installazioni e performance
La Biennale 2026 si distingue anche per la forte dimensione esperienziale. Molte opere coinvolgono suono, odori, tatto e ambienti immersivi, invitando il pubblico a percepire l’arte non solo visivamente ma attraverso un’esperienza sensoriale più ampia. A questa dimensione si affianca un vasto programma di performance, che attiva gli spazi del museo, le terrazze e il quartiere circostante.
Tra i progetti in programma figurano End of Days di Niles Harris e Dyer Rhoads, che espande una scultura esposta nelle gallerie attraverso un’azione performativa, e magic hour–golden time di Jonathan González, una performance di lunga durata che coinvolge le terrazze del Whitney e il paesaggio urbano circostante.
Altre performance, come BEING MOVED di Maia Chao, riflettono sulla coreografia invisibile della visita museale, mettendo in scena i comportamenti e le regole sociali che guidano il nostro modo di guardare l’arte.
Una Biennale senza risposte definitive
Nel suo insieme, la Whitney Biennial 2026 non cerca di offrire una lettura univoca del presente. Piuttosto, costruisce un ambiente di tensioni, ambivalenze e possibilità, in cui ironia, inquietudine e tenerezza convivono nello stesso spazio. Attraverso una combinazione di installazioni, performance e ambienti immersivi, la mostra invita a immaginare nuove forme di convivenza tra esseri umani, tecnologie e altre forme di vita.
In questo senso, la Biennale si configura meno come una dichiarazione programmatica e più come un laboratorio di relazioni, dove l’arte contemporanea esplora i sistemi invisibili che modellano il nostro modo di vivere insieme.
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