Una violenta bomba d’acqua ha colpito Firenze, facendo registrare oltre 45 millimetri di pioggia in appena un’ora e provocando una piccola infiltrazione anche all’interno della Galleria degli Uffizi. L’acqua è penetrata sotto il lucernario della sala che ospita sette dipinti del Seicento, tra cui il celebre Bacco di Caravaggio, arrivando a schizzare il vetro esterno della vetrina che protegge il capolavoro.
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Gli Uffizi hanno però rassicurato immediatamente sulle condizioni della collezione: dopo le verifiche effettuate, nessuna delle opere presenti nella sala ha riportato danni. Anche il Bacco è rimasto quindi completamente protetto all’interno della sua teca. La sala riapre regolarmente al pubblico fin dall’orario di apertura del giorno successivo.
La bomba d’acqua e il Bacco di Caravaggio
Sudore freddo per la Galleria degli Uffizi ma anche per tutti gli amanti dell’arte: l’episodio riporta l’attenzione sulla vulnerabilità del patrimonio culturale di fronte a fenomeni meteorologici particolarmente intensi. In questo caso il sistema di protezione dell’opera ha evitato conseguenze, ma il tema interessa musei, monumenti e siti archeologici ben oltre Firenze.
Da tempo la ricerca studia gli effetti che il cambiamento climatico può produrre sul patrimonio storico e artistico. Non sono soltanto alluvioni e altri eventi estremi a rappresentare un problema. Variazioni delle precipitazioni, aumento delle temperature e maggiore esposizione alla radiazione solare possono modificare progressivamente le condizioni di conservazione di edifici, monumenti e materiali.
In occasione di un incontro organizzato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, Alessandra Bonazza, ricercatrice dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR, aveva sottolineato la necessità di trasformare i risultati della ricerca in strumenti concreti per la tutela. Anche materiali apparentemente resistenti come il marmo, spiegava la ricercatrice, possono risentire nel lungo periodo di condizioni ambientali mutate.
La prevenzione passa quindi dal monitoraggio dei rischi e dalla capacità di intervenire rapidamente in caso di emergenza, ma anche dalla progettazione di soluzioni capaci di adattare musei e siti archeologici a condizioni climatiche differenti.
Da Firenze a Venezia, un problema che riguarda molti siti italiani
La questione interessa in modo particolare un Paese come l’Italia, che ha il maggior numero di siti patrimonio Unesco al mondo (62), di cui una gran parte (50) è fruibile interamente o parzialmente all’aperto: una parte considerevole di questo patrimonio è esposta o si trova in territori soggetti a rischio idrogeologico. L’esempio più lampante è Venezia e la sua laguna, che deve confrontarsi con l’innalzamento del livello del mare e gli episodi di acqua alta, mentre città e siti archeologici possono essere interessati da piogge torrenziali, allagamenti, erosione e instabilità dei terreni.
A Firenze il rapporto tra acqua e patrimonio possiede inoltre una memoria particolarmente significativa: l’alluvione dell’Arno del 1966 provocò danni gravissimi a chiese, biblioteche, archivi e opere d’arte, diventando uno degli eventi simbolo della storia moderna della conservazione.
Quanto accaduto agli Uffizi non ha avuto conseguenze sulle opere e resta un episodio circoscritto. L’infiltrazione nella sala del Bacco, tuttavia, offre un caso concreto per tornare a interrogarsi sulla protezione dei grandi musei e dei monumenti in uno scenario nel quale la gestione degli eventi meteorologici estremi è diventata parte delle strategie di conservazione del patrimonio culturale.
