Nicola Samorì firma ‘Le Pieghe’, la scultura dedicata a Luca Salvadori e presentata a Milano alle Curve Gemelle nel secondo anniversario della sua scomparsa.
Materia inorganica che si fa pelle e corpo in movimento. Lo scultore Nicola Samorì firma Le Pieghe, opera realizzata in onore di Luca Salvadori, il motociclista milanese scomparso il 14 settembre 2024, a 32 anni, in seguito a un incidente durante una gara sul circuito di Frohburg, in Germania.
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Collocata, come in un abbraccio, nell’area verde alle Curve Gemelle di viale Pietro e Maria Curie, la sagoma si staglia proprio nel punto in cui Luca, ancora bambino, aveva iniziato a sperimentare le sue prime ‘pieghe’ in moto.
Lo ricorda anche la frase che corre lungo la base. «Una delle cose che mi ha chiesto subito Maurizio Salvadori era una scritta: “Qui alle Curve Gemelle Luca fece le sue prime pieghe”. – così lo scultore – E sono partito da questo dato, che poteva essere un ostacolo, per mettere in movimento lo spettatore rispetto alla struttura. Le parole si muovono in modo circolare intorno all’opera e, se noi vogliamo comprendere la parte testuale, dobbiamo muoverci intorno».

E attorno all’opera, per salutarne lo svelamento a due anni dalla morte, si è dato appuntamento il popolo del motociclista per un momento commosso e partecipato. Sono passate da poco le 18 quando il telo che copre Le Pieghe viene sollevato e il sole illumina l’ultima fatica di Samorì.
Donata al Comune di Milano dal padre di Luca, che ne ha previsto la manutenzione per vent’anni, è alta 5,40 metri, realizzata in alluminio e attraversata da elementi provenienti da una delle moto del pilota. A osservarla colpisce la scelta delll’artista: Le Pieghe non sceglie la via della rappresentazione letterale. La silhouette è una struttura sinuosa, verticale, assimilabile a una grande S, nella quale il volto di Luca viene evocato in maniera stilizzata.
L’approccio all’opera
Per Samorì, arrivare a questa commissione ha significato confrontarsi con un terreno distante dalla propria pratica e, proprio per questo, particolarmente stimolante. L’artista racconta, infatti, di aver inizialmente percepito la richiesta come una responsabilità inedita. Ma l’incontro con papà Maurizio e la progettazione seguita dal critico Demetrio Paparoni hanno segnano la svolta. E il punto di partenza è diventato la materia. Non una riproduzione della motocicletta, né un ritratto realistico del pilota, ma la possibilità di sottrarre gli elementi della macchina alla loro funzione originaria e portarli dentro un’altra forma.
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«Ho pensato alla materialità di una moto, al fatto che qualcosa che è incredibilmente estraneo, lontano dalla mia estetica, poteva essere ridotto alla sua materia prima e assunto in un’altra forma. In questo caso, siamo di fronte a una struttura meccanica, una macchina perfetta che diventa un corpo», prosegue Samorì.
La scultura non racconta quindi Salvadori attraverso un repertorio immediatamente riconoscibile del motociclismo. Il volto, appena suggerito, emerge da una struttura che sembra sospesa tra architettura, figura umana e macchina. «Credo che chi ha conosciuto Luca, per quanto non venga descritto in chiave realistica, possa riconoscere alcuni elementi in questo profilo che si innalza altissimo rispetto a noi»
È anche il rapporto con lo spazio a determinare la forma dell’opera. Le Curve Gemelle non sono uno sfondo neutro, ma diventano parte integrante del progetto. Da qui la scelta di costruire una scultura che, pur essendo monumentale e stabile, richiede allo spettatore di muoversi intorno a essa. «Mi sono domandato, rispetto allo spazio: cosa ci faccio io alle Curve Gemelle, come domino uno spazio del genere?»

«La risposta che mi sono dato – confessa ancora Samorì – è quella di mettere in movimento la struttura. Anche la frase scelta dalla famiglia diventa parte di questo dispositivo. Non semplicemente un’iscrizione commemorativa, ma un elemento che obbliga a cambiare posizione per poter essere letto nella sua interezza. Quindi compiamo un cerchio intorno alla scultura, ci mettiamo in movimento e scopriamo poco a poco che tutta l’opera è segnata da elementi che sembrano delle decorazioni e che magari chi non è avvezzo alla moto non riconoscerà, ma che il motociclista li conoscerà subito».
I dettagli: dal motociclismo all’arte
La memoria passa anche attraverso dettagli che non sono necessariamente evidenti a un primo sguardo. E anche questa scelta contribuisce a evitare che Le Pieghe si trasformi in una rappresentazione didascalica della figura di Salvadori. Il motociclismo rimane dentro l’opera, ma in una forma trasfigurata. Ecco, allora, che le greche non sono «nient’altro che elementi scolpiti nei battistrada delle gomme di Luca. Mentre, da una prospettiva aerea piuttosto alta, scopriamo la traduzione sintetica del cerchione di una motocicletta».
Ma, sottolinea Samorì, «non aspettatevi caschi giganti, moto, qualcosa che sia immediatamente riconoscibile. La figura di Luca si trova in equilibrio precario, inarcato su un tronco di oltre tre metri, a ricordare le figure degli stiliti sulle guglie del Duomo. Ecco, questa singolarissima figura del passato che può sembrare statica è carica invece di energie di movimento.

Così l’opera nella sua verticalità, è l’addizione di due curve. Quella del corpo che si inarca e quella di un tronco nervoso sradicato dall’alluvione nella mia Romagna. Solo a distanza, infine, questa doppia curva ispirata alle Curve Gemelle si scopre insieme essere una sorta di grandissima sintesi a S, la S di Salvadori», conclude lo scultore.
Di trasformazione in trasformazione, Nicola Samorì onora la memoria di Luca Salvadori trasformando l’immobilità in tensione dinamica. Per un’opera che dialetticamente parla con il contesto urbano ma anche con chi la guarda oggi, unendo tempo e spazio. E sono in tanti, oggi, con le lacrime lungo le guance e il casco tra le mani, a salutare Luca immaginandolo mentre piega tra quelle le curve all’ombra di Parco Sempione.
Imamgini da Ufficio Stampa
