Nella Venezia della 61ª Biennale d’Arte, accanto ai padiglioni ufficiali, si disegna una geografia sotterranea ma chiarissima: una costellazione di mostre, installazioni e progetti che ha in Galleria Continua e nell’Associazione Arte Continua uno dei suoi motori.

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Nella Venezia della 61ª Biennale d’Arte, accanto ai padiglioni ufficiali, si disegna una geografia sotterranea ma chiarissima: una costellazione di mostre, installazioni e progetti che ha in Galleria Continua e nell’Associazione Arte Continua uno dei suoi motori. È Mario Cristiani, cofondatore della realtà, a raccontare l’“esposizione nell’esposizione” che occupa palazzi storici, fondazioni, gallerie e persino un negozio-manifesto sul cuore di Piazza San Marco. Una progetto di arte nell’arte che e fa della città una vera piattaforma internazionale di visibilità.

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Da Michelangelo Pistoletto a Marta Spagnoli, da Leandro Erlich a Giovanni Ozzola, questi progetti – spesso legati alla Biennale come eventi collaterali o iniziative parallele – disegnano una trama autonoma e internazionale. Intorno, dialogano idealmente le presenze di Anish Kapoor, Ilya ed Emilia Kabakov, JR e Zhanna Kadyrova, che usano Venezia come cassa di risonanza per temi sociali, politici e comunitari. Il risultato è una città che non è solo sfondo, ma ponte culturale tra storie diverse.

Interno dello spazio espositivo buio con le opere fotografiche di orizzonti di Giovanni Ozzola
Faro di Punta Sabbion, Giovanni Ozzola, credits Marek Dobry

Una geografia diffusa: palazzi, fondazioni, negozi e canali

Il primo elemento che colpisce è la dispersione controllata dei progetti nello spazio urbano. Color and Light di Michelangelo Pistoletto abita Palazzo Widmann Rezzonico a Cannaregio, promosso da Galleria Continua in collaborazione con Francesco Costa, e mette in dialogo opere specchianti contemporanee con quattro tele seicentesche perdute di Luca Giordano. Poco distante, sul Canal Grande, la Fondazione Giancarlo Ligabue inaugura il nuovo Palazzo delle Arti e delle Culture con COLLECTO e con una residenza site-specific affidata alla giovane veneziana Marta Spagnoli, sviluppata in collaborazione con Galleria Continua.

Nel sestiere di San Polo, la galleria Beatrice Burati Anderson ospita Albedo. You See Me in the Twilight di Giovanni Ozzola, ancora una volta in collaborazione con Galleria Continua: un progetto che sfrutta gli antichi magazzini trecenteschi affacciati sul Rio de la Madoneta, collegati da un attraversamento in barca. In Piazza San Marco, lo storico Negozio Olivetti, capolavoro di Carlo Scarpa, diventa un “negozio-manifesto” per Hybrids di Leandro Erlich, evento collaterale della Biennale promosso da Associazione Arte Continua in collaborazione con FAI.

Fuori dal perimetro diretto di Galleria Continua, altri progetti ampliano il raggio: Anish Kapoor apre Palazzo Manfrin con una grande mostra che attraversa cinquant’anni di ricerca tra scultura, architettura e percezione; JR trasforma la facciata di Palazzo Ca’ da Mosto, sede di The Venice Venice Hotel, in un gesto di solidarietà sul Canal Grande; Ilya ed Emilia Kabakov disseminano memorie dei veneziani tra Ca’ Tron e il Padiglione Venezia; Zhanna Kadyrova porta il suo cervo origami sospeso lungo Riva Ca’ di Dio e all’Arsenale per il Padiglione Ucraina. La città intera diventa un grande palcoscenico interconnesso.

Veduta di una grande installazione di Anish Kapoor nella mostra a Palazzo Manfrin a Venezia
Anish Kapoor, Venezia 2026 foto credits Marek Dobry

Pistoletto e il barocco perduto: Venezia come «tempio del tempo che passa»

A Palazzo Widmann Rezzonico, Pistoletto usa gli strumenti che gli sono più propri – specchi, segni astratti, partecipazione del pubblico – per misurarsi con un vuoto storico: le quattro tele barocche di Luca Giordano un tempo custodite nel grande portego del palazzo, poi disperse. In Color and Light, promosso da Galleria Continua, l’artista non tenta una ricostruzione filologica; sceglie piuttosto quella che definisce una «ricomposizione emozionale» del ciclo perduto.

Sulle superfici specchianti, i segni grafici astratti condensano forme e colori di quelle narrazioni seicentesche, ma li proiettano in un presente continuamente cangiante: lo spettatore, riflesso nell’opera, ne completa il significato. Il palazzo diventa così, nelle parole dell’artista, un «tempio del tempo che passa», in cui passato e presente si sovrappongono. Il contesto veneziano aggiunge un ulteriore livello: la città che galleggia sull’acqua risuona con le superfici specchianti che assorbono e restituiscono l’ambiente, trasformando la mostra in un ponte tra memoria, architettura e vita quotidiana.

michelangelo pistoletto ph Olivia Rainaldi

Marta Spagnoli alla Fondazione Ligabue: un viaggio tra strati e collezioni

Se Pistoletto rilegge un barocco scomparso, Marta Spagnoli affronta un altro tipo di stratificazione: quella di una collezione che racconta 4,5 miliardi di anni di storia. Alla Fondazione Giancarlo Ligabue, la giovane artista veneziana è protagonista di una residenza d’artista che si inserisce nel percorso COLLECTO, con più di 400 opere e reperti dalle origini della Terra all’arte contemporanea.

Spagnoli dichiara di aver iniziato a lavorare direttamente all’interno del palazzo, in un confronto costante con la Fondazione e con il supporto di Galleria Continua. Il suo metodo si fonda su «strati, stratificazioni, dubbio e ripensamento»: colore e materia si sovrappongono, cancellando e riattivando forme e silhouette come se emergessero da una memoria condivisa. Tra i materiali che più la colpiscono ci sono i sigilli mesopotamici, parte di una «biblioteca» di tavolette e bassorilievi legati alle origini della scrittura, vicini al suo modo di «fare immagini».

In questo dialogo con archetipi come nascita e morte, bellezza, prestigio e potere, l’artista riscrive l’esperienza umana sulla superficie della tela. Il fatto che sia una giovane voce veneziana a innestarsi in una collezione che attraversa continenti ed epoche rende il progetto un ponte tra la storia profonda dell’umanità e la città che oggi ospita la Biennale.

Hybrids al Negozio Olivetti: Venezia come città ibrida

Opera The Cloud di Leandro Erlich alla mostra Hybrids al Negozio Olivetti a Venezia

Con Hybrids. Leandro Erlich al Negozio Olivetti, promosso da Associazione Arte Continua in collaborazione con FAI, la logica dell’ibridazione diventa esplicita. Nel negozio di Carlo Scarpa affacciato su Piazza San Marco, nato come manifesto di un design che è insieme funzionale, estetico ed etico, l’artista argentino porta circa venti sculture ibride tra natura, architettura e corpo umano.

Farfalle in bronzo con ali-orecchie che ricordano la natura biologica della comunicazione (Papillon), cervelli che si trasformano in lumache di marmo (Caracol – The pace of evolution), cavoli-architettura in ceramica (Chou), coralli metropolitani come White Coral e Concrete Coral, tronchi che terminano in piedi umani (Pies Tronco): ogni opera mette in crisi i confini tra categorie, invitando a pensare il mondo come un ecosistema in continua metamorfosi.

Intervistato a Venezia, Erlich definisce la città una «entità surreale», una «città ibrida» dove le case sono nell’acqua e la convivenza con la natura è particolare. Le sue sculture, inserite in uno spazio nato per esporre macchine da scrivere, trasformano il Negozio Olivetti in un negozio-manifesto per organismi impossibili, in cui l’arte diventa dispositivo per interrogare il modo in cui abitiamo lo spazio condiviso tra analogico e digitale.

Albedo di Giovanni Ozzola: attraversare un corpo di luce

Giovanni Ozzola, Matteo. Galleria Continua Venezia 2026
Giovanni Ozzola, Matteo. Galleria Continua Venezia 2026

Nel progetto Albedo. You See Me in the Twilight, pensato per la Biennale Arte 2026 negli spazi di Beatrice Burati Anderson in collaborazione con Galleria Continua, Giovanni Ozzola concepisce la mostra come un organismo unico. I due ambienti affacciati sul Rio de la Madoneta sono collegati da un attraversamento in barca: l’acqua diventa una soglia attiva, parte integrante dell’esperienza.

L’ingresso è affidato all’installazione di campane silenti Dust on my memories, che richiamano il ruolo del faro sonoro nella navigazione: in mare affermano una posizione, a terra diventano punto d’incontro. Qui però rimangono mute, come se lo sguardo dovesse sostituire il suono. Da questo spazio si intravede Matteo, video su ledwall che ritrae un arciere paraolimpico non vedente nell’istante dello scocco, una “statua in movimento” che sposta l’attenzione dalla prestazione fisica alla dimensione percettiva.

Nell’altro lato del canale, in un grande ambiente buio, fotografie come Faro 7, una notte di marzo – Venezia e Candela mettono in scena la luce esterna del faro e la luce interna della candela, simboli complementari che chiudono il percorso. Ozzola, che costruisce la propria ricerca attorno alla concettualizzazione dell’infinito e all’esplorazione, invita il pubblico a “traversare un corpo” di immagini, suoni e luci, misurandosi con i propri orizzonti interiori ed esteriori. Anche qui Venezia, con i suoi canali, diventa letteralmente un ponte da attraversare.

Venezia come comunità e coscienza: Kabakov, JR, Kadyrova, Kapoor

JR Galleria Continua Venezia 2026, Biennale d'Arte
JR Galleria Continua Venezia 2026, Biennale d’Arte

Intorno a questa costellazione legata a Galleria Continua, altri progetti affermano con forza il ruolo di Venezia come piattaforma internazionale e ponte culturale. Con Diario veneziano / Venetian Diary, installazione diffusa tra Ca’ Tron e il Padiglione Venezia, Ilya ed Emilia Kabakov raccolgono memorie, oggetti e confessioni di circa 550 abitanti della città metropolitana: gondolieri, artigiani, studenti, famiglie storiche e nuovi residenti. Gli oggetti – da pupazzi a strumenti da lavoro, da moretti veneziani a reti da pesca – sono organizzati per nuclei tematici come memoria, sogno, tradizione.

«Voglio che le persone siano gli eroi della città», afferma Emilia Kabakov, che punta a dare ai veneziani «una piattaforma, un museo, un red carpet». In un mondo attraversato da crescente rabbia, ricorda come arte, musica, teatro siano modi per parlare insieme anche senza condividere la stessa lingua. Venezia diventa così il luogo in cui il passato incontra il futuro, non solo per la sua storia ma per la comunità che la tiene viva.

JR e Kadyrova

Un altro tassello di questa trama è Il Gesto di JR a Palazzo Ca’ da Mosto, sede di The Venice Venice Hotel. L’artista reinterpreta Le Nozze di Cana di Paolo Veronese trasformando la facciata sul Canal Grande in un banchetto contemporaneo che mette in scena chef, ospiti e volontari di Refettorio Paris. All’interno, un percorso immersivo e un arazzo monumentale prodotto da Fondazione Bonotto fissano in forma tessile la natura effimera dell’intervento esterno. Partner etico del progetto è Venezia Prossima ODV, associazione di volontariato che sostiene chi vive in grave marginalità: la visita diventa occasione di donazione, trasformando l’opera in gesto di cittadinanza attiva.

Al Padiglione Ucraina, Zhanna Kadyrova porta Security Guarantees, incentrato sulla scultura The Origami Deer. Nato nel 2019 sul basamento di un jet sovietico Su-7 nella regione di Donetsk, il cervo di carta trasformato in scultura riflette sulle fragili promesse del Budapest Memorandum. Evacuato dal fronte con l’aiuto di un’ONG, tecnici e lavoratori municipali, il cervo viaggia tra diverse città europee prima di approdare a Venezia, dove è previsto sospeso sul braccio di una gru lungo Riva Ca’ di Dio e raccontato, all’Arsenale, da materiali d’archivio e documentazioni video. Anche qui l’arte si fa ponte tra memoria, geopolitica e responsabilità internazionale.

Anish Kapoor a Palazzo Manfrin

Infine, a Palazzo Manfrin, Anish Kapoor riprende il suo dialogo con Venezia con una grande mostra che riunisce circa cento modelli architettonici, installazioni monumentali e sculture in Vantablack, il materiale più nero capace di assorbire quasi tutta la luce. Tra superfici specchianti, ambienti immersivi e opere come At the Edge of the World o Descent into Limbo, Kapoor usa il vuoto e la percezione per costruire nuove dimensioni emotive e fisiche. Nato a Mumbai e attivo tra Londra e Venezia, porta in laguna un percorso che attraversa mezzo secolo di scultura e architettura, confermando il ruolo della città come nodo internazionale di ricerca.

Un ponte culturale internazionale

Messe insieme, queste esperienze compongono un quadro chiaro: nel 2026 Venezia non è soltanto sede di una grande esposizione internazionale, ma piattaforma diffusa di visibilità, in cui progetti indipendenti e internazionali intrecciano comunità locali, storia globale, conflitti e desideri.

La costellazione di Galleria Continua – tra Pistoletto, Spagnoli, Erlich, Ozzola – si innesta in un ecosistema di interventi che vanno dalla memoria partecipata dei Kabakov alla solidarietà di JR, dalla riflessione geopolitica di Kadyrova alle visioni monumentali di Kapoor. Spazi espositivi e città si sovrappongono: palazzi e fondazioni diventano archivi emotivi, negozi e alberghi si trasformano in dispositivi di relazione, canali e rive si fanno luoghi di passaggio e sospensione.

In questo intreccio, l’arte conferma la propria funzione di ponte culturale: un linguaggio capace di mettere in contatto persone che non condividono la stessa lingua, lo stesso passato o la stessa condizione, ma che nella Venezia della Biennale 2026 trovano un terreno comune su cui incontrarsi, esporsi e guardarsi allo specchio.

Foto: Ufficio Stampa

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