Sette persone denunciate ad Anagni per aver affisso un’opera del visual artist Eduardo Castaldo. Il caso riapre il dibattito sul confine tra dissenso politico, arte e vilipendio alle istituzioni.

«Per aver ristampato e affisso questa mia opera su Giorgia Meloni, sette persone ad Anagni sono state denunciate per vilipendio alle cariche dello Stato. Il dissenso espresso attraverso l’azione artistica diventa reato. Un nuovo tassello dell’autoritarismo di stato». Così scrive Eduardo Castaldo, visual artist, commentando una vicenda che nelle ultime ore ha attraversato i social e che alcune testate hanno raccontato in modo a dir poco fumoso.

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Partiamo dai fatti. Lo scorso marzo, ad Anagni, sono stati affissi abusivamente dei manifesti che riproducevano un’opera di Castaldo già pubblicata nell’ottobre 2025 a Roma. Non erano volantini anonimi, non era un fotomontaggio. Era un’opera firmata, con una storia pubblica documentata e una precisa cifra artistica.

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Cosa mostra l’opera su Giorgia Meloni di Eduardo Castaldo

L’immagine mostra il volto di Giorgia Meloni accostato a quello di una donna ferita, fotografata da Ahmad Hasaballah. Ma il senso dell’opera si attiva solo con lo strappo: prima si legge Prima gli italiani, slogan della coalizione di governo. Dopo lo strappo della carta, la frase diventa Prima gli israeliani. È esattamente questa la meccanica artistica di Castaldo: creare immagini apparentemente innocue che cambiano significato nel momento in cui vengono lacerate. «Da Prima gli italiani, slogan principale della coalizione di Giorgia Meloni, a Prima gli israeliani», spiegava l’artista su Instagram nell’ottobre 2025, rilanciando l’opera con la frase Giorgia Meloni as seen by Italians e un riferimento esplicito al proprio lavoro di denuncia politica e artivismo.

Chiamare l’opera fotomontaggio non è solo un errore: è una descrizione che cancella la tecnica, la firma e il senso dell’opera, riducendola a materiale anonimo e aggressivo. Senza mai chiedersi cosa stiamo realmente guardando. Intanto, ad Anagni, sette persone sono state denunciate. Quattro dovranno rispondere anche di affissione abusiva. Gli altri tre, solo di vilipendio. L’accusa di Castaldo è legittima, ma i confini legislativi ed etici sono più confusi di quanto si potrebbe pensare.

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Quando il dissenso artistico può diventare vilipendio

Sul piano giuridico, la denuncia per vilipendio appare fragile. L’art. 290 del codice penale — che prevede, dopo la riforma del 2006, una multa da 1.000 a 5.000 euro, non la reclusione — tutela le istituzioni dello Stato, non le persone fisiche che le rappresentano. La riconducibilità di Meloni alla norma, in quanto presidente del Consiglio, non è automatica ma dipende dalla valutazione del giudice sul nesso tra l’immagine e l’istituzione. E soprattutto: la giurisprudenza distingue nettamente la critica, anche aspra, dal vilipendio punibile. Il confine è il gratuito oltraggio fine a sé stesso: un’offesa priva di qualsiasi contenuto politico o sociale. Nel caso di Anagni, quei manifesti erano tutt’altro che gratuiti.

Le persone denunciate animano da oltre un anno i comitati di lotta contro un progetto di riconversione industriale all’interno del Sito di Interesse Nazionale del Bacino del Fiume Sacco, destinato a diventare un polo produttivo di esplosivi a uso militare gestito da KNDS Ammo Italy. Molti di loro sono tra i promotori della manifestazione prevista ad Anagni il 19 aprile. La denuncia è arrivata a poche settimane da quella data.

Il confine tra dissenso e reato

Quello che emerge è tuttavia il fatto che, in Italia, affiggere un’opera d’arte politica può bastare per finire in un registro penale. E alcune testate, raccontando la storia senza il suo soggetto, hanno contribuito a far sembrare quella denuncia più sensata di quanto sia. Non è autoritarismo, ovviamente, ma è già abbastanza per porre una domanda seria su dove si trova il confine tra dissenso e reato. E su chi, in questo momento, ha interesse a spostarlo.

Foto: Shutterstock

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