Con la campagna In My Bag, la borsa iconica diventa natura morta contemporanea: tra celebrity, oggetti personali e storytelling visivo, la moda si afferma come nuovo spazio espositivo.

C’è chi pensa che il posto dell’arte sia nelle stanze di un museo, appesa al muro o su un piedistallo: c’è invece chi negli anni ha lavorato perché fosse chiaro a tutti che l’arte può passare anche da un’icona pop, da un video Youtube, da un logo riconoscibile in tutto il mondo.

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È proprio la zip che si apre, ricalcando il trend sempre verde del what’s in my bag, a trasformare una borsa iconica come la Speedy di Louis Vuitton in una natura morta contemporanea: un gesto che appartiene tanto alla pittura fiamminga quanto alla cultura delle celebrity, aprire un contenitore e mostrarne il contenuto. Un cofano, una stanza, una borsa. Dentro si costruisce un racconto.

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In my bag, la Speedy P9 diventa un oggetto espositivo

Con la campagna In My Bag dedicata alla Speedy P9, Louis Vuitton mette in scena un dispositivo narrativo: la borsa diventa archivio personale, reliquiario laico, micro-autobiografia portatile. E soprattutto, diventa un oggetto espositivo.

La Speedy P9 – reinterpretazione contemporanea dell’iconica Speedy degli anni Trenta, rilanciata dal direttore creativo Pharrell Williams – non è solo un prodotto di pelletteria. È un oggetto che condensa savoir-faire, memoria del viaggio, heritage parigino (P come Pont, 9 come Neuf) e cultura visiva globale. La pelle di vitello sottoposta a doppia concia e lavorazione a tamburo, descritta nel comunicato come “burrosa” e cerata , rimanda a una materialità quasi scultorea: al di là dell’oggetto stesso, ciò che la campagna fa davvero è trasformare questa materia in linguaggio.

La borsa come autoritratto

Jeremy Allen White, Jude Bellingham, Future, LeBron James, Jackson Wang, Victor Wembanyama: attore premiato, calciatore, rapper, leggenda NBA, star globale, fenomeno generazionale. Figure che abitano mondi diversi ma condividono un elemento chiave: sono icone in costruzione permanente.

La campagna fotografata da Thomas Lagrange li ritrae mentre rivelano il contenuto delle loro Speedy P9 : un gesto quasi casuale, una rilettura del buco della serratura da cui le vite dei famosi non sono mai state così vicine, ma anche un atto curatoriale.

Gli oggetti – un quotidiano e un taccuino per Jeremy Allen White , passaporto e biglietto aereo per Bellingham , gioielli e sneakers per Future , palline da golf e prodotti per la cura personale per LeBron – costruiscono una narrazione calibrata. Non siamo davanti a ciò che “c’è davvero” in una borsa, ma a una mise en scène identitaria.

In termini artistici, è un aggiornamento dell’autoritratto simbolico: non più lo studio dell’artista con cavalletto e strumenti, ma l’interno di una borsa come natura morta contemporanea. Oggetti che parlano di successo, disciplina, intimità, ritualità. Il lifestyle diventa composizione.

Moda come sistema espositivo

Negli ultimi vent’anni la moda ha progressivamente assorbito linguaggi dell’arte contemporanea: installazione, performance, archivio, collaborazione interdisciplinare. Louis Vuitton è stata tra le Maison più attive in questo dialogo, aprendo le proprie porte ad architetti, artisti e designer .

Con In My Bag, il marchio compie un passo ulteriore, trasformando l’oggetto di lusso in spazio curatoriale: la borsa diventa teca, la celebrity diventa artista involontario, il contenuto diventa opera.

È un passaggio cruciale per comprendere il ruolo della moda nel sistema culturale contemporaneo: non più ancella dell’arte, ma piattaforma autonoma di produzione simbolica. Se l’arte ha storicamente interrogato il concetto di identità e di autorappresentazione, oggi la moda lo fa con una potenza distributiva infinitamente maggiore.

L’icona pop come opera collettiva

C’è un altro aspetto interessante: la costruzione dell’icona non è più un atto individuale. È un’operazione collettiva che coinvolge brand, fotografi, stylist, uffici comunicazione, social media.

La Speedy P9 diventa così un catalizzatore: un oggetto che consente di raccontare l’individuo ma dentro un perimetro preciso, controllato, esteticamente coerente. L’illusione dell’intimità è parte della strategia: la campagna non si limita a mostrare un prodotto ma costruisce un immaginario in cui sport, musica, cinema e moda dialogano sullo stesso piano. La cultura alta e quella pop non sono più in opposizione: sono interdipendenti.

Quando un campione NBA mostra nella sua borsa oggetti quotidiani o un rapper accosta gioielli a caramelle gommose , si attiva una grammatica visiva che parla al presente: ironia, auto-narrazione, consapevolezza del proprio statuto mediatico.

Dal viaggio fisico al viaggio identitario

Storicamente, Louis Vuitton ha costruito la propria mitologia sull’Arte del Viaggio. Oggi il viaggio non è più solo geografico. È identitario.

La Speedy P9 non trasporta solo oggetti: trasporta storie. Ogni borsa è un microcosmo che condensa traiettorie globali – Los Angeles, Londra, Seul, Parigi – e trasforma il concetto di mobilità in racconto culturale.

In questo senso, la campagna si inserisce perfettamente nel dialogo tra moda e arte contemporanea: entrambe lavorano su narrazione, messa in scena, costruzione del sé. La differenza è che la moda lo fa con una consapevolezza sempre più esplicita del proprio ruolo politico e simbolico.

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