Un nuovo studio coordinato dall’Università di Padova individua sulla Sindone tracce genetiche riconducibili al Medio Oriente, microbi tipici di ambienti salini e persino lignaggi indiani. Ma più che risolvere il mistero, il telo sembra diventare un archivio biologico sempre più complesso.

Il lino, quando attraversa i secoli, smette di essere soltanto lino. Assorbe polvere, pelle, pollini, muffe, batteri, mani. Diventa una superficie che trattiene il passaggio degli esseri umani e degli ambienti che lo hanno attraversato. Ed è proprio da questa prospettiva che la Sindone di Torino torna oggi al centro del dibattito.

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Un nuovo studio coordinato da Gianni Barcaccia, docente di Genetica e Genomica all’Università di Padova, e diffuso in preprint su bioRxiv, ha analizzato le tracce biologiche raccolte nei campioni ufficiali del 1978, trovando sul telo una quantità enorme di materiale genetico umano, animale, vegetale e microbico. Più che un oggetto immobile, la Sindone emerge come una superficie attraversata dal tempo. Un archivio biologico stratificato, quasi caotico, sul quale si sono depositati secoli di viaggi, manipolazioni, esposizioni e conservazioni.

Le tracce genetiche che riportano al Medio Oriente

Tra i dati più interessanti emersi dallo studio c’è la presenza dell’aplogruppo H33, raro ma prevalente nel Vicino Oriente e frequente in particolare nelle comunità druse. Secondo i ricercatori, questa traccia genetica potrebbe essere compatibile con un passaggio del telo in aree mediorientali.

Non è la prima volta che Barcaccia e il suo gruppo lavorano sul DNA della Sindone. Già nel 2015 avevano pubblicato su Scientific Reports uno studio che identificava sui campioni una prevalenza di lignaggi genetici del Vicino Oriente e del subcontinente indiano. In quell’occasione, oltre il 55% del DNA umano rinvenuto risultava riconducibile al Medio Oriente, mentre quasi il 40% mostrava origini indiane.

Il dato indiano è forse uno dei più affascinanti. Secondo gli studiosi, potrebbe essere collegato all’importazione di lino dalla Valle dell’Indo verso il Mediterraneo antico. Alcuni testi rabbinici citano infatti il termine Hindoyin per indicare tessuti preziosi provenienti dall’India, mentre la stessa parola Sindone, derivata dal greco Sindôn, potrebbe avere una connessione etimologica con il Sindh, regione storicamente celebre per i suoi tessuti fini.

Più che rafforzare l’idea di un’unica origine geografica, queste tracce sembrano raccontare una lunga storia di spostamenti, commerci e contaminazioni culturali. La Sindone appare così meno come un reperto fermo e isolato e più come un oggetto che ha attraversato territori molto diversi tra loro.

Microbi, sale e ambiente: cosa racconta il microbioma della Sindone

Anche il microbioma aggiunge elementi suggestivi. Sul telo sono stati identificati microrganismi tipici della pelle umana, funghi e muffe, ma soprattutto archei alofili: organismi che prosperano in ambienti ad altissima salinità. Secondo gli autori dello studio, questa presenza potrebbe indicare che la Sindone sia stata conservata a lungo in ambienti salini, forse compatibili con aree vicine al Mar Morto.

Accanto ai dati umani emergono poi tracce quasi sorprendenti: DNA di bovini, cavalli, polli, cani e gatti, ma anche di pesci, crostacei, insetti, acari e zecche. Sul fronte vegetale compaiono grano, carote, mais, banane, arachidi, pomodori e patate. Elementi che raccontano quanto il telo abbia continuato ad accumulare materiale biologico ben oltre la sua presunta epoca di origine.

Perché il nuovo studio non basta a dimostrare l’autenticità

Ed è qui che il fascino dello studio si intreccia con il suo limite più evidente. Tutta questa enorme ricchezza di tracce rende infatti molto difficile distinguere cosa appartenga davvero alla storia originaria del manufatto e cosa invece sia stato depositato nei secoli successivi. La presenza di pomodori e patate, arrivati in Europa soltanto dopo il Quattrocento, dimostra chiaramente che il telo ha continuato a raccogliere contaminazioni per secoli. Anche gli stessi ricercatori ammettono che isolare un eventuale DNA originario della Sindone sia oggi quasi impossibile.

Per questo motivo, il nuovo studio non chiude il dibattito sulla sua autenticità e non cancella il peso della datazione al radiocarbonio pubblicata su Nature nel 1989, che collocava il lino tra il 1260 e il 1390 d.C., quindi in pieno Medioevo. Piuttosto, questa nuova ricerca restituisce un’immagine diversa della Sindone: meno reliquia immobile e più oggetto storico attraversato da uomini, animali, tessuti, mercanti, restauri e paesaggi.

Il mistero resta. Solo che, oggi, sembra avere addosso ancora più polvere.

Foto: Shutterstock

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