Vedere oltre il visibile: il dialogo tra Consani e Ozzola a ieedificio57

A San Gimignano c’è un luogo in cui la luce si fa racconto. Ieedificio57 non è una galleria convenzionale, ma uno spazio nata dalla generosità di Michelangelo Consani che ha trasformato il suo studio in un territorio di dialoghi intimi tra artisti.

«Questo era lo studio di Michelangelo Consani che ha deciso di utilizzarlo per invitare amici e costruire con loro dei dialoghi – racconta Massimiliano Vannucci titolare di Galleria ME Vannucci e co-curatore della programmazione di ieedificio57 – non solo amici, ma artisti con cui ha un’affinità di linguaggio o un’affinità emotiva».

Dopo tre anni e quattro mostre – da Loris Cecchini a Mohsen Baghernejad Moghanjooghi, passando per Davide Rivalta – ieedificio57 ospita ora un incontro intenso: quello tra le opere di Consani stesso e quelle di Giovanni Ozzola.

«Si tratta di un dialogo tra due artisti che hanno linguaggi completamente diversi, che però si ritrovano su temi fondanti» spiega Vannucci. Un legame rafforzato da una figura comune: il curatore Pier Luigi Tazzi, che ha seguito entrambi negli esordi.

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Un percorso espositivo in cui la luce evolve

Il percorso espositivo è una discesa e una risalita attraverso la luce. Si parte dalla zattera, il seminterrato, dove Ozzola ha installato campane di bastimenti dismessi. «Sono le campane che Giovanni ha raccolto e sta raccogliendo nella sua vita. Ogni campana non solo porta la sua unicità – il rintocco è diverso per ognuna – ma racchiude anche l’idea del mare all’interno di un oggetto e, allo stesso tempo, conserva la memoria di qualcosa che in questo momento non è più presente, come l’oceano.» Spiega Vannucci.

Da un luogo in cui la luce è quasi assente, si passa al piano terra dove la luce cresce fino a trovare il suo apice in una delle sale all’ultimo piano della galleria, per poi trasformarsi in qualcosa di altro. Vannucci la descrive con precisione poetica: «Questa luce diventa non più una luce fisica, ma una luce totalmente ultraterrena.» È qui che un volto senza occhi di Consani, guarda verso un taglio di luce, verso un mare lontano. «Occhi che non vedono, in realtà vedono qualcosa che val oltre la vista, qualcosa di ultraterreno».

Assonanze e dissonanze nel dialogo tra Michelangelo Consani e Giovanni Ozzola

La mostra si costruisce di assonanze e dissonanze. Al piano terra i materiali dialogano. Il Daino di Consani porta con sé una memoria e una storia: non solo per il legame personale con l’artista, ma perché proviene da esposizioni che pian piano l’hanno trasformato, lasciandogli una patina che racconta il tempo. Quest’opera incontra le chiocciole di Ozzola, dove la spirale organica del guscio dialoga con quella metallica del trefolo.

Entrambi gli artisti condividono un legame profondo con la cultura orientale. Consani pratica «l’etica del non costruire nuove forme, non aggiungere nuove forme in un universo che in realtà ne ha fin troppe esiste una filosofia di muovere piccole cose per fare grandi cambiamenti. E questo è un po’ parte della filosofia orientale». Questo è particolarmente evidente nell’opera Messaggio rivoluzionario: qui il riferimento è al kintsugi – l’arte giapponese di riparare con l’oro – è esplicito poiché il braccio mancante di Antonin Artaud è riparato in oro, trasformando la mancanza in unicità preziosa. Nelle foto di Giovanni Ozzola, questi sguardi infinti questi arcobaleni rappresentano un evidente riferimento alla cultura orientale.

La mostra vivrà fino a settembre, ma subirà metamorfosi. Come la luce attraversa i piani di ieedificio57, anche l’allestimento cambierà, mantenendo vivo un dialogo che è, prima di tutto, un atto di amicizia artistica.