Il Consorzio delle Gallerie d’arte contemporanea spagnole annuncia una serrata per la prima settimana di febbraio, contro l’Iva che nel paese è rimasta al 21% anche sui beni culturali.

Le gallerie d’arte in Spagna indicono uno sciopero senza precedenti, una vera e propria serrata, per protestare contro la tassazione dell’Iva e ottenere un adeguamento in linea con i tassi applicati nella maggior parte dei Paesi Europei.

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Lo sciopero, che partirà la prima settimana di febbraio, arriva dopo una campagna di protesta attivata in dicembre a Madrid e dopo la raccolta di firme a cui hanno aderito pià di 1500 artisti: non avendo ricevuto dal governo di Pedro Sánchez le risposte che cercavano, i galleristi hanno deciso di passare dalle parole ai fatti e di scioperare.

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«Dinnanzi alla paralisi e alla mancanza di risposta da parte del Governo, le gallerie d’arte contemporanea spagnole chiuderanno i battenti tra il 2 e il 7 di febbraio 2026, interrompendo così un’attività che consideriamo imprescindibile per la società: l’accesso gratuito e costante alla creazione artistica e alla cultura. Per una settimana, smettiamo di essere spazi culturali gratuiti, aperti alla cittadinanza. In questo modo, chiude il più grande museo di Spagna», si legge dal comunicato stampa del Consorzio delle Gallerie d’arte contemporanea.

Oltre a chiudere fisicamente le gallerie, il consorzio annuncia che interromperà per 3 mesi l’attività di consulenza, gestione e prestito che le gallerie svolgono in maniera del tutto gratuita, e continuativa, con musei e centri culturali.

L’Iva in Spagna, come funziona

In Spagna l’IVA applicata alle vendite delle gallerie d’arte è pari al 21%, l’aliquota ordinaria, perché il legislatore ha scelto di considerare l’opera d’arte come un bene commerciale e non come un bene culturale meritevole di un trattamento fiscale agevolato. A differenza di Paesi come Italia, Francia o Germania, dove l’arte beneficia di aliquote ridotte, la Spagna ha mantenuto un’impostazione più rigida, rafforzata negli anni successivi alla crisi economica del 2008, quando l’obiettivo prioritario era aumentare il gettito e ridurre le eccezioni fiscali.

Questa scelta riflette una separazione netta tra cultura pubblica e mercato privato: lo Stato sostiene musei e istituzioni, ma lascia il sistema delle gallerie alle regole ordinarie del commercio. A ciò si aggiunge una storica diffidenza verso il mercato dell’arte, percepito come potenzialmente opaco e soggetto ad abusi fiscali.

L’aliquota al 21% è ampiamente contestata dagli operatori del settore, perché rende le gallerie spagnole meno competitive nel contesto europeo e spinge collezionisti e vendite verso Paesi con una fiscalità più favorevole.

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