Negli anni Sessanta del 1900 lo scenario culturale dell’Europa era caratterizzato da una profonda rivoluzione generazionale, artistica e sociale. In questo contesto nei primi anni Sessanta nasce il network internazionale Fluxus, che si diffuse rapidamente negli Stati Uniti e nel resto del mondo.
Si tratta di un movimento in costante evoluzione, privo di forma o di luoghi definiti. A fondarlo fu in origine il lituano George Maciunas, che avviò i primi esperimenti nell’ambito musicale; successivamente il fenomeno assunse un carattere fortemente interdisciplinare, proponendo la fusione di tutte le arti pur nel rispetto delle loro specificità.
Fil rouge del movimento, che restava comune in tutte le sue espressioni, il desiderio di superare l’estetica artistica tradizionale, spingendosi verso un superamento radicale e immateriale che coinvolgesse la vita quotidiana, in un’interazione paritaria tra “operatori” e “fruitori”. Ogni evento poteva diventare un’opera d’arte, e chiunque aveva la possibilità di partecipare e vivere situazioni ed emozioni, opponendosi così al mercato elitario dell’arte. Attraverso una rilettura estetica, la semplicità delle azioni e degli oggetti quotidiani sosteneva un’arte accessibile e immateriale, come risposta critica alla mercificazione.
Figure come John Cage, esponente della musica sperimentale, Christo, i rappresentanti del Nouveau Réalisme come Daniel Spoerri, Joseph Beuys nell’ambito dell’arte povera tedesca, fino alle performance di Yoko Ono, oltre a Brecht, Higgins e ai ready-made di Marcel Duchamp, sono state figure rappresentative del Fluxus.
Un movimento che aprì le porte alla performance art, e trasformò l’azione stessa in opera d’arte. Il corpo fisico dell’artista divenne uno strumento espressivo, incarnando il desiderio di democratizzare l’arte, rendendola accessibile a tutti e aperta alla casualità e all’improvvisazione.