«Per comprendere come è nato Dada è necessario immaginarsi, da una parte, lo stato d’animo di un gruppo di giovani in quella prigione che era la Svizzera all’epoca della prima guerra mondiale e, dall’altra, il livello intellettuale dell’arte e della letteratura a quel tempo.»
Tristan Tzara in un’intervista alla radio francese nel 1950.
Oggi vogliamo parlarvi di uno dei movimenti artistici nati come ribellione: il Dadaismo.
Quando gli attivisti di Ultima Generazione si sono incollati alla Primavera del Botticelli alla Galleria degli Uffizi a Firenze, in molti hanno gridato allo scandalo. Eppure, un secolo prima, un altro gruppo di giovani ribelli aveva usato l’arte esattamente con lo stesso scopo ovvero quello di provocare, destabilizzare. Costringere a guardare ciò che invece si cerca di ignorare. Parliamo dei giovani dadaisti che con la loro rivoluzione, celebrata oggi dalla mostra su Man Ray a Palazzo Reale (visibile fino all’11 Gennaio 2026), hanno cambiato il concetto di arte.
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Il movimento nasce, come abbiamo scritto all’inizio, in Europa durante il caos della Prima guerra mondiale. Un gruppo di artisti, pensò che produrre arte secondo le regole tradizionali non aveva più senso; non bastava più aggiornare il linguaggio o rinnovare lo stile. Serviva qualcosa di più radicale, serviva mettere in discussione l’idea stessa di arte. Il Dadaismo fu un gesto di rottura, non un programma ma una presa di posizione, una ribellione.
I dadaisti rifiutavano ogni forma di ordine estetico e culturale. Non credevano nel progresso artistico né nella funzione consolatoria dell’arte. Il loro fine era disturbare, scandalizzare, confondere.
Collage, fotomontaggi, il caso come metodo creativo, la performance come atto effimero e irripetibile, erano tutte pratiche applicate dal movimento. L’opera non contava più del gesto e a volte non contava affatto.
Un movimento artistico corale ma con figure chiave
Sebbene il Dadaismo fu un movimento corale, ci furono figure artistiche che ne incarnarono lo spirito con maggior forza. Tra queste il già citato Tristan Tzaza, poeta e teorico, che fu tra i principali promotori del movimento. Hugo Ball, fondatore insieme a Emmy Hennings del Cabaret Voltaire spazio artistico punto di incontro per artisti, poeti ed intellettuali, in cui il movimento prese vita. Ball portò in scena le prime poesie fonetiche in cui il linguaggio veniva ridotto a puro suono.
Marcel Duchamp, che proprio con il Dadaismo compì uno dei suoi gesti più eclatanti il ready-made: oggetti comuni venivano trasformati in opere d’arte semplicemente perché dichiarati tali. Ne è un esempio “Fontana”: un orinatoio in porcellana comprato in un negozio di articoli sanitari, firmato con lo pseudonimo “R. Matt” e presentato alla mostra d’arte a New York. L’opera venne rifiutata, ma il gesto oramai era compiuto: Duchamp aveva dimostrato che l’arte non risiede nell’oggetto né nella sua bellezza, ma nell’atto concettuale dell’artista.
Hannah Höch, una delle poche donne del movimento, pioniera del fotomontaggio e voce critica contro il patriarcato, il nazionalismo e la propaganda politica.
Il Dadaismo non aveva l’ambizione di durare nel tempo, era autodistruttivo per sua natura; iniziò a dissolversi già negli anni Venti, lasciando spazio ad altre avanguardie come il Surrealismo. Tuttavia ha lasciato una grande eredità.
Il Dadaismo vive in un certo senso anche oggi, nella cultura dei meme, nell’uso dell’ironia, dell’assurdo e della provocazione come strumenti critici usati dall’arte concettuale e digitale. Rileggere il Dadaismo oggi vuol dire interrogarsi sul ruolo dell’arte in tempi di crisi. Può l’arte essere inutile, scandalosa, fastidiosa? Può rifiutarsi di spiegare, di consolare, di educare? Per i Dadaisti la risposta era sì ed in questo rifiuto sta la loro attualità.
Il Dadaismo, continua a ricordarci che la ribellione non sempre è costruttiva, ma spesso è necessaria per rompere il silenzio, smascherare le ipocrisie e costringere a guardare il mondo da una prospettiva diversa.
crediti foto @ufficio stampa Galleria Deodato Arte