Con L’isola di Andrea, Antonio Capuano firma un intenso legal drama che mette al centro una coppia separata e la loro dolorosa battaglia giudiziaria per l’affidamento del figlio. Il regista, classe 1940, conferma una vitalità rara nel cinema italiano contemporaneo e una lucidità nel raccontare la verità dei sentimenti, paragonabile a quella di Marco Bellocchio, suo quasi coetaneo.

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Una battaglia legale che diventa guerra psicologica

Marta e Guido si conoscono nel 2005: lei ha 29 anni, lui 34. Il loro amore però è ormai finito e, al momento della separazione, ciò che resta al centro del conflitto è il figlio Andrea, 8 anni. Entrambi vogliono passare più tempo con lui e si rivolgono così al tribunale dei minorenni per ottenere una sentenza che stabilisca in modo definitivo i giorni da trascorrere con la madre e quelli con il padre.

Il magistrato organizza una serie di colloqui per capire chi sia più adatto a prendersi cura del bambino. A partire da questi incontri prende forma una vera e propria guerra psicologica: sotto la superficie delle dichiarazioni emergono nevrosi, insicurezze, fragilità nella gestione del figlio. Guido mostra ostilità, vorrebbe essere altrove, mentre ogni seduta diventa un banco di prova in cui i due adulti cercano di mostrarsi genitori migliori agli occhi dell’istituzione.

Capuano racconta così non soltanto le macerie di un amore finito, ma anche tutti i piccoli e grandi espedienti con cui Marta e Guido cercano di conquistare più tempo con Andrea. Bastano pochi dettagli per restituire il disequilibrio: Marta che, dopo essere tornata dal bagno, si dimentica che il bambino è senza scarpe; Guido che, durante un colloquio, non lascia il figlio libero di esprimersi ma interviene di continuo per suggerirgli come fare un semplice disegno.

La loro è una guerra di nervi, accesa ma sottile, più insinuante delle liti esplosive di una coppia alla La guerra dei Roses o della sua versione recente I Roses. In gioco c’è la percezione di una possibile ingiustizia, e lo sguardo smarrito e incattivito dei due protagonisti richiama, per intensità emotiva, altre celebri figure che hanno vissuto sulla propria pelle il peso del giudizio.

La guerra però non è solo tra gli adulti: si combatte anche nell’universo mentale di Andrea. Capuano ne coglie il frequente disagio, l’incapacità di stare fermo, il rifiuto di partecipare ai colloqui con il magistrato, fino ai gesti di ribellione più espliciti, come quando il bambino si chiude in bagno. La sua figura richiama quella del piccolo protagonista di La guerra di Mario, incapace di ambientarsi dopo l’affidamento a una nuova famiglia.

Una regia asciutta, tra sguardi in macchina e movimenti circolari

La forza de L’isola di Andrea sta anche in una scrittura di livello, firmata dallo stesso Capuano. I dialoghi evitano toni enfatici e teatralità: la sceneggiatura coglie la verità di un profondo disagio condiviso, restituendo il malessere di Marta e Guido senza forzature, attraverso pause, esitazioni, scarti improvvisi dell’umore.

La macchina da presa accompagna questa scrittura con una regia asciutta e precisa. Fin dalle prime sequenze nell’appartamento, prima del ballo di Marta, la camera si muove in modo circolare, come a voler abbracciare e allo stesso tempo intrappolare i personaggi nella loro incertezza emotiva ed esistenziale e nel loro rapporto complesso con il figlio.

Le sedute con il magistrato, per come sono orchestrate, potrebbero far pensare a una deriva documentaristica. In realtà il cinema di Capuano va dritto al cuore di un dramma umano privato, privilegiando la dimensione emotiva rispetto alla cronaca giudiziaria. Emblematici, in questo senso, sono gli sguardi in macchina dei protagonisti: quando Marta e Guido sembrano condividere direttamente con lo spettatore la propria storia e il proprio passato, si crea un effetto di complicità che richiama il lavoro di Ettore Scola in C’eravamo tanto amati.

In controluce, nel film si intravede anche un dialogo ideale con il cinema di Marco Bellocchio. Come nei primi episodi di Portobello, dove gli occhi smarriti di Enzo Tortora subito dopo l’arresto del 17 giugno 1983 diventavano immagine di un’ingiustizia più ampia, anche qui Capuano mette in scena la reazione soggettiva di chi si sente esposto al giudizio e alla macchina istituzionale, cercando di trovare un senso dentro un sistema che appare spesso opaco.

Interpretazioni magistrali e un bambino al centro del quadro

A sostenere il film c’è la grande prova attoriale di Teresa Saponangelo e Vinicio Marchioni. Per Saponangelo si tratta della quarta collaborazione con Capuano, dopo Pianese Nunzio, 14 anni a maggio, Polvere di Napoli e Il buco in testa: ogni volta il regista sembra chiederle di scavare ancora più a fondo nell’anima dei personaggi, e Marta non fa eccezione.

Marchioni, dal canto suo, sorprende per il modo in cui rende percepibile l’instabilità del suo Guido: a tradirlo sono i momenti in cui balbetta, il modo in cui lo sguardo si perde, suggerendo che nei suoi racconti al magistrato si sia creato quasi un “mondo a parte” dove realtà e narrazione si confondono.

Fin dal suo primo lungometraggio, Vito e gli altri, Capuano ha mostrato una particolare abilità nel dirigere i bambini, e L’isola di Andrea conferma questa dote. Andrea Migliucci, al suo esordio sullo schermo nei panni del protagonista, restituisce con naturalezza il disagio di un bambino che vive una situazione familiare lacerante: ogni gesto nervoso, ogni rifiuto, ogni chiusura diventa segno concreto di una guerra interiore che non ha le parole per essere raccontata.

Anche nel momento di massima disperazione – con le luci di uno smartphone che illuminano il volto di Guido – il film trova spazio per un improvviso scarto poetico: il finale, tutto giocato sulla canzone L’isola che non c’è di Edoardo Bennato, si fa quasi miracolo, aprendo uno spiraglio immaginario dentro un contesto dominato dal conflitto. È un tocco che richiama certo cinema popolare e visionario, filtrato però dallo sguardo personale di Capuano.

Foto: Ufficio Stampa

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