Il direttore artistico racconta Milano Jazz Vibes, il festival che il 24 e 25 settembre porta al Teatro Filodrammatici quattro concerti dedicati al jazz nordico contemporaneo: «Il silenzio non è qualcosa da evitare, ma parte della musica».
Il silenzio non è ciò che resta quando la musica si interrompe. Può diventarne parte, materia viva quanto una nota, un timbro o un’improvvisazione. È da questa idea che nasce Milano Jazz Vibes, il festival dedicato al Nordic Jazz contemporaneo in programma il 24 e 25 settembre 2026 al Teatro Filodrammatici di Milano. A idearlo è Oleg Pissarenko, musicista, compositore e direttore artistico estone, che immagina il progetto come un ponte stabile tra Milano e le scene musicali del Nord Europa. Non soltanto una rassegna di concerti, dunque, ma uno spazio nel quale riscoprire una qualità dell’ascolto sempre più rara.
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Il programma riunisce artisti e linguaggi differenti. La prima serata vedrà il dialogo tra il pianoforte di Kristjan Randalu e la chitarra elettrica di Eivind Aarset, seguito da Uma Elmo, il progetto di Jakob Bro con Arve Henriksen e Jorge Rossy. Il 25 settembre sarà invece la volta della cantante finlandese Aili Ikonen e dell’incontro per due pianoforti tra Holger Marjamaa e Joel Lyssarides. A tenere insieme i quattro concerti non è un unico stile, ma un modo di concepire il suono: l’attenzione allo spazio, alla ricerca timbrica e a ciò che accade tra una nota e l’altra. «Siamo circondati da una tale quantità di informazioni e stimoli – racconta Pissarenko a Revenews – che il semplice atto di ascoltare è diventato quasi un gesto radicale».
Intervista a Oleg Pissarenko
Milano Jazz Vibes nasce come una piattaforma dedicata al Nordic Jazz. Che cosa identifica davvero questa scena: una provenienza geografica, un’estetica riconoscibile o soprattutto un particolare modo di intendere la musica?
«Per me, il jazz nordico non è propriamente uno stile. È piuttosto un modo di ascoltare e di concepire il suono. Naturalmente, la geografia ha esercitato un’influenza su di noi: il paesaggio, le stagioni, i lunghi periodi di oscurità, il silenzio. Tuttavia, non definirei il jazz nordico unicamente in base alla sua provenienza. Ciò che mi interessa maggiormente è l’attenzione riservata allo spazio, al timbro e al silenzio. Spesso si percepisce che la musica non debba necessariamente riempire ogni istante. Il silenzio può essere parte della musica, non qualcosa da evitare. Nel mio lavoro definisco questo concetto Music of Presence e avverto un legame naturale tra questo modo di pensare e molti artisti della scena nordica».
Nel presentare il festival ricorrono parole come essenzialità, ascolto, ricerca timbrica e silenzio. In un tempo dominato dalla velocità e dalla sovrabbondanza di stimoli, portare sul palco una musica che chiede attenzione è anche una scelta culturale?
«Sì, assolutamente. Credo che oggi siamo circondati da una tale quantità di informazioni e di stimoli che il semplice atto di ascoltare sia diventato quasi un gesto radicale. Mi interessa una musica che non cerchi costantemente di contendersi l’attenzione. Può offrire a chi ascolta lo spazio per fermarsi un momento ed essere davvero presente. Per me, questa è anche una delle ragioni alla base della creazione di Milano Jazz Vibes. Vorrei che il festival offrisse non soltanto concerti, ma anche una particolare qualità dell’ascolto.

Non si tratta di proporre qualcosa di serio o difficile. Si tratta semplicemente di creare uno spazio in cui sia i musicisti sia il pubblico possano ascoltare davvero ciò che sta accadendo».
Il programma accosta artisti molto diversi, dal dialogo tra Kristjan Randalu ed Eivind Aarset alla voce di Aili Ikonen, fino all’incontro tra i pianoforti di Holger Marjamaa e Joel Lyssarides. Quale racconto ha voluto costruire attraverso queste quattro esibizioni?
«Volevo che i quattro concerti mostrassero quanto il jazz nordico possa essere, in realtà, eterogeneo. Kristjan Randalu ed Eivind Aarset creano un dialogo molto aperto tra pianoforte, chitarra, elettronica e improvvisazione. Jakob Bro, Arve Henriksen e Jorge Rossy conducono in un altro universo, intimo, ampio e quasi cinematografico, nel quale il timbro e il silenzio rivestono un’importanza fondamentale. Aili Ikonen porta la voce umana, il calore e un forte legame tra il jazz e la tradizione musicale finlandese. Holger Marjamaa e Joel Lyssarides, ai due pianoforti, esprimono invece energia, virtuosismo e una dimensione ludica.

Per me, l’obiettivo non è definire il jazz nordico attraverso un unico suono. Preferisco mostrarne la varietà e, al tempo stesso, evidenziare ciò che accomuna questi musicisti: un rapporto profondamente personale con il suono, lo spazio e l’ascolto».
Una delle presenze più significative è il trio Uma Elmo di Jakob Bro, Arve Henriksen e Jorge Rossy, legato alla poetica della ECM. Quanto ha influito quell’estetica sul suo modo di ascoltare, comporre e immaginare il festival?
«ECM ha certamente influenzato il modo in cui molti di noi intendono la musica nordica e ha avuto un impatto anche su di me, sia come ascoltatore sia come compositore. Non direi, tuttavia, di aver cercato di concepire Milano Jazz Vibes come un festival ECM. Ciò che sento più vicino è l’attenzione al suono, allo spazio e ai dettagli. Percepisco inoltre un certo legame con Arvo Pärt, sebbene si tratti, naturalmente, di universi molto diversi. In entrambi i casi vi è la consapevolezza che il silenzio non sia qualcosa di esterno alla musica, ma una parte integrante del materiale musicale.

Questo approccio è molto vicino al mio modo di comporre e di esibirmi. Mi interessano la chiarezza, la scelta di non utilizzare più materiale del necessario e la possibilità di lasciare respirare la musica. Il trio di Jakob Bro è forse uno degli esempi più evidenti di questa sensibilità all’interno del programma di quest’anno».
Milano Jazz Vibes si presenta come un progetto di lungo periodo, non come un appuntamento isolato. Quali connessioni vorrebbe creare in futuro tra musicisti nordici, artisti italiani e pubblico?
«Il mio obiettivo non è organizzare un unico festival di successo per poi fermarmi. Vorrei che Milano Jazz Vibes diventasse una piattaforma permanente a Milano, nella quale musicisti nordici, artisti italiani e pubblico possano incontrarsi regolarmente. Per me Milano è particolarmente interessante perché possiede una vita culturale fortemente internazionale e, al tempo stesso, una solida identità locale. Vedo un grande potenziale nella creazione di collaborazioni concrete in questa città: non soltanto portando artisti nordici in Italia, ma anche sviluppando progetti insieme a musicisti, teatri e istituzioni culturali italiani.

I primi passi sono già stati compiuti. Il rapporto con il Teatro Filodrammatici si sta sviluppando e il festival sta ricevendo un’attenzione crescente anche da parte delle istituzioni diplomatiche e culturali. Mi auguro che Milano Jazz Vibes possa diventare gradualmente un vero e proprio ponte tra l’Estonia, i Paesi nordici e l’Italia».
