Malika Ayane pubblica “cicale”, il nuovo album di inediti dopo cinque anni: dieci brani nati in momenti e città diverse come fotografie da una finestra sul mondo.

Gli scatoloni di un casa vuota. Uno studio di registrazione. Una moka che passa da una cucina all’altra. Una finestra berlinese attraverso cui osservare la vita degli altri. Sono questi i fotogrammi che Malika Ayane sceglierebbe per tradurre in immagini le dieci canzoni di cicale, nuovo album dal 18 settembre. Le tracce, nate in luoghi e momenti differenti, non cercano necessariamente un filo rosso ma condividono uno sguardo.

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E la visione del mondo di Malika nasce da un cambio di prospettiva. Dietro quella che per secoli abbiamo associato alla leggerezza e alla superficialità – complice la favola di Fedro – esiste un’esistenza molto più lunga e nascosta. Da qui, il bisogno di interrogarsi sulla nostra abitudine a fermarci alla superficie delle cose.

E mentre da novembre Ayane porterà questo nuovo capitolo nei principali teatri italiani, è proprio la dimensione quotidiana – quella delle case, dei caffè, delle partenze e delle finestre – a offrire la chiave più intima per entrare nel disco.

Una casa vuota e una serie di scatoloni: da dove nasce l’idea visiva e concettuale del videoclip di detto tra noi, brano che anticipa il disco?  

«Mi piaceva l’idea che non si capisse esattamente la situazione: non si capisce se entro, se sono in arrivo o in partenza. E si lega un po’ al concetto, reiterato, che non sappiamo mai a che punto siamo delle cose, perché a pensarci bene non esistono gli inizi e le fini. Quello che possiamo fare è cercare di trovarci in quel genere di situazioni nel miglior modo possibile».

È una metafora che rispecchia anche questo disco?

«Secondo me è più frutto del fatto che ho avuto cinque traslochi negli ultimi quattro anni e quindi gli scatoloni sono la cosa che conosco meglio in assoluto. Funzionano benissimo come tavoli, come pouf, avete visto? E anche come comodini».

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E come hai scelto, invece, il titolo dell’album? Cioè, perché cicale?

«Ho visto un documentario sulle cicale e ho scoperto che fanno una vita terribile. Noi, però, figli di Fedro, abbiamo sempre interpretato il loro ruolo come quello di superficialotte, senza sostanza, senza senso del futuro. Invece loro, per avere una sola stagione di canto, passano sottoterra fino a quasi 17 anni. Da qui ho pensato che davvero esiste un mondo di cui nessuno sa niente. In ogni cosa, in ogni vita, in ogni persona. Eppure, dopo millenni, l’essere umano continua ad avere l’abitudine di giudicare solo dalla prima cosa che vede. E direi che questo è un gran peccato».

È questo il concept del disco, il fatto di andare oltre il luogo comune?

«Non lo so… semplicemente mi piaceva tantissimo questa storia delle cicale che proprio mi ha cambiato proprio il punto di vista su un sacco di cose. Però sì, forse, se vogliamo trovare un’analogia, sicuramente c’è anche perché ho impiegato  tanto tempo a farlo. Ho capito che ci si annoi molto a restare in situazioni in cui non si dà e non si riceve, impantanati nella rigidità e nella superficialità. E questo corrisponde un po’ al concetto di luogo comune che dicevi poco fa. È proprio terribile perdere tempo. Meglio leggere un libro, anche meglio litigare, perché c’è qualcosa di fondo. Invece parliamo, parliamo, parliamo tantissimo e non diciamo quasi niente. Questo non è un giudizio, è più una constatazione».

Cover album da Foto da Ufficio Stampa

C’è un filo conduttore che lega tutto l’album?

«In realtà no. Ci sono delle canzoni scritte in momenti diversi, in città diverse, con persone diverse e forse l’unica cosa che hanno in comune, a parte il fatto che ci sia io di mezzo, è che c’è sempre uno sguardo sulle cose. Sono come delle fotografie. Alcune, se vuoi, più razionali e altre più emotive, esattamente come la mia scrittura».

Quale scatto sceglieresti per raccontare in una sola immagine questo disco?

«L’immagine più giusta che accomuna un po’ tutte la tracce? Direi la moka. Per esempio, nello studio di Pacifico, a Parigi, abbiamo fatto una quantità di caffè che non te lo so spiegare. E quando sono andata a scrivere con Ginevra e Fugazza, la prima cosa che abbiamo fatto è stata fare una moka. Quindi direi la moka in uno studio di registrazione, anche perché tanti produttori e musicisti, soprattutto a Milano, vivono nel loro studio come nelle migliori cartoline che noi vediamo con nostalgia, visto che lo studio e la casa sono sempre più difficili da reperire.

Per cui ripenso a tutti i caffè fatti nelle cucine delle persone con cui sono andata a scrivere. E questa cosa ha permesso di rompere un muro di formalità perché la prima cosa che mi viene in mente se vedo una moka in una cucina è la cucina di mia nonna, dove sono state fatte confessioni di ogni tipo e in ogni fase della vita».

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Cosa ami, invece, di Berlino, città in cui vivi?

«Il fatto che possa essere tante cose diverse. La prima volta che sono andata lì ero ragazzina, appena maggiorenne, e mi sentivo che non stavo bene da nessuna parte. Mi mancava sempre qualche cosa: con i cantanti ero la violoncellista, con i violoncellisti la cantante; da piccola in Italia ero la marocchina e in Marocco ero l’italiana. Avevo sempre la sensazione di non sentirmi mai parte di nulla e la vivevo male perché è bello trovare il proprio posto nel mondo.

Quando sono arrivata a Berlino ho visto che c’era un sacco di gente strana, ma veramente strana e figa. E quindi di me sono innamorata. E quando ho iniziato a frequentarla di più, fino a decidere di andarci a vivere, ho visto che se io la mattina mi sveglio sentendomi “sciura del centro”, ho il posto dove andare a far sfogare quel lato di me. Ma posso anche decidere di andare a giocare a bocce con i signori sul canale… insomma, ogni cosa può trovare il suo spazio perfettamente, senza essere mai giudicabile, cosa che è molto difficile e richiedere tanto tempo».

In primavera in città, che chiude il disco, parli di una finestra da cui guardi disincantata al mondo… cosa vedi?

«Ecco, per l’appunto, immagino la mia casa mia a Berlino, perché io non ho le tende e quindi vedo anche i miei vicini. So quando le ragazze che abitano al terzo piano hanno lo yoga serale. E pur non avendo la televisione, mi sono appassionata a una serie tv che guardano i ragazzi spagnoli proprio di fronte a me… hanno un televisore che va bene per entrambi i nostri appartamenti. È uno sport bellissimo stare come i gatti davanti alle finestre».

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Invece in come la prima volta affronti il rapporto tra il desiderio di novità e la bellezza della continuità. Come lo vivi?

«Amo molto quel brano il cui tema è quello che hai detto, ma non è una cosa a contrasto. Devo dire che, in generale, non c’è mai un giudizio morale in nessuno dei brani dell’album. In particolare, c’è il desiderio di qualcosa di nuovo, non in contrapposizione a quello che si vive, ma proprio nella situazione in cui si vive. Quindi, semplicemente, sarebbe bellissimo riconoscere che in una cosa si sta talmente bene da volerla ricominciarla da capo, quasi dimenticarla e poter ripartire con la stessa persona, la stessa cosa… In quel caso è una questione d’amore, ma penso che sia applicabile a tutto».

Musicalmente, invece, che viaggio è stato per te questo disco?

«Il mio complice è stato il tempo. Penso che siano veramente dieci anni che ossessiono tutti con la mia ossessione sul tempo! E in questo caso è ciò che mi ha garantito la possibilità di fare delle ricerche più versatili e non condizionate a un solo genere o a un solo stato emotivo, ma generato dalla musica. Le tracce sono dieci mondi molto diversi tra di loro, collegati da una scelta di strumenti adattabili e intercambiabili per i brani. Mi piace molto l’idea che non abbiamo né un genere preciso né una tavolozza sonora assoluta».

Foto di Davide Edoardo da Ufficio Stampa

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