Francesca Pasquinucci e Davide Giannoni raccontano ‘Turandot delle Stelle’, il progetto che immagina il compositore in viaggio tra culture, strumenti tradizionali e nuovi linguaggi visivi.
A cento anni dalla prima rappresentazione di Turandot, Giacomo Puccini diventa un viaggiatore. Parte da Torre del Lago, attraversa idealmente il mondo e incontra finalmente quelle culture e quei suoni che, durante la composizione della sua ultima opera, aveva potuto conoscere soltanto attraverso racconti, spartiti e melodie provenienti da lontano.
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Nasce da questo ribaltamento Turandot delle Stelle, il nuovo progetto di IMAGINARIUM, collettivo fondato da Francesca Pasquinucci e Davide Giannoni. Lo spettacolo unisce videomapping, disegno a mano, animazione digitale e musica dal vivo, immaginando un Puccini contemporaneo che viaggia alla ricerca dei suoni della sua opera. Dopo la prima assoluta del 19 luglio a Pietrasanta, il progetto partirà a settembre per un tour internazionale che toccherà Tokyo, Seoul e San Francisco, prima del ritorno in Italia al Teatro Sociale di Como. Altre date sono previste nel corso del 2027.
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Ogni tappa sarà diversa dalla precedente. Davide Giannoni incontrerà giovani musicisti ed ensemble del luogo, chiamati a intrecciare i propri strumenti e repertori tradizionali con le melodie pucciniane. Le singole performance confluiranno poi in un disco e in un documentario, trasformando il tour in un racconto musicale e visivo dell’incontro tra culture. Abbiamo parlato con Francesca Pasquinucci e Davide Giannoni della genesi del progetto, del timore di mettere mano alla musica di Puccini e della possibilità di avvicinare all’opera anche chi non l’ha mai ascoltata.

Come nasce Turandot delle Stelle?
Francesca Pasquinucci: «Lavorare su Turandot era un mio sogno. È stata la prima opera che ho visto da bambina e da allora ho sempre avuto il desiderio di confrontarmi con questo titolo. Abbiamo colto l’occasione del centenario, ma abbiamo scelto di eliminare la parte strettamente narrativa e testuale per rendere il progetto un’occasione capace di parlare a tutti. La musica di Puccini diventa così uno strumento per abbattere i muri culturali e andare incontro alle altre culture».
Da qui nasce l’immagine di un Puccini viaggiatore?
Francesca: «Sì, abbiamo immaginato un Puccini che nel 2026 parte alla ricerca dei suoni della sua Turandot in giro per il mondo. Il viaggio diventa una ricerca musicale, ma anche un percorso di conoscenza delle culture. Se leggiamo la storia dell’opera, troviamo anche la violenza che nasce dalla paura dello straniero. Noi abbiamo cercato il rovescio di quella medaglia: l’incontro con l’altro».
In ogni città lo spettacolo coinvolgerà musicisti e strumenti tradizionali differenti. Come avverrà questo scambio?
Francesca: «Il dialogo culturale deve avvenire proprio attraverso gli strumenti. Davide porterà il pianoforte e gli strumenti elettronici, mentre gli ensemble ospiti suoneranno quelli della propria tradizione. A Pietrasanta abbiamo incontrato Zhao Xiaoyu, che suona il guzheng, un antico strumento cinese. Ci interessa che ciascuno porti con sé non soltanto uno strumento, ma il proprio repertorio e la propria storia».
Il risultato di questo incontro ha sorpreso anche voi?
Francesca: «Sì, ed è giusto che continui a sorprenderci. Vogliamo creare una performance che sia ogni volta unica e irripetibile. Ogni spettacolo cambia in base all’ensemble ospite e alle condivisioni musicali che nascono sul palco. Per questo registreremo le diverse esecuzioni: alla fine del percorso realizzeremo un disco che raccoglierà le varie performance».
Il progetto visivo nasce invece dal disegno a mano. Come avete costruito il videomapping?
Francesca: «È l’aspetto più legato all’identità di IMAGINARIUM. Lavoriamo da molti anni con il videomapping, sia per l’opera lirica sia per i grandi eventi pubblici, ma il nostro background viene dal teatro e dallo studio dell’artigianalità italiana. Tutti i contenuti di questo spettacolo sono stati disegnati da me su carta e successivamente animati da Davide. È un richiamo alla tradizione artigianale italiana e anche al nostro amore per il teatro barocco, perché le immagini hanno spesso un carattere surreale».

Quale Puccini vediamo nelle animazioni?
Francesca: «Ci sono rimandi all’opera, ma raccontiamo soprattutto il viaggio di Puccini, anche dentro la sua mente. È un Puccini ipersurreale: in un momento si trasforma in una macchina sottomarina, in un altro il suo volto diventa un’orchestra. C’è poi un brano al quale teniamo molto, dedicato alle celebri donne di Puccini. In questo caso, però, non sono soltanto Tosca o Turandot: abbiamo disegnato donne provenienti da diverse parti del pianeta. Le donne di Puccini diventano così tutte le donne del mondo».
Questo progetto realizza finalmente il suo desiderio di lavorare su Turandot?
Francesca: «In parte, perché il sogno rimane quello di realizzare un giorno un vero allestimento dell’opera. Questo, però, è stato il modo migliore per cominciare a studiarla. Quando ci si avvicina a Puccini, ogni elemento ne nasconde altri mille e lo studio non può mai dirsi concluso».
Quanto conta lo spazio nel quale viene realizzato un videomapping? A Pietrasanta avete coinvolto direttamente anche la fontana di Girolamo Ciulla.
Francesca: «Il luogo porta sempre una ricchezza ulteriore. Quando abbiamo visto la fontana L’acqua di Afrodite, con questa donna che emerge dall’acqua, abbiamo pensato che potesse diventare Turandot. L’abbiamo inglobata nella proiezione: in alcuni momenti si trasformava nella protagonista dell’opera, in altri in un sottomarino. Quando si lavora con il mapping, anche ciò che si incontra quasi casualmente nello spazio può ampliare l’opera e la performance».
Perché avete scelto proprio Pietrasanta per la prima assoluta?
Francesca: «Per noi era importante partire dall’Italia e dai luoghi pucciniani. Pietrasanta appartiene a quel territorio ed è anche una città aperta a tutte le arti: nasce dal marmo, ma negli anni ha accolto linguaggi e artisti molto diversi, diventando un vero centro creativo. Essere lì ha avuto un significato particolare e ha aggiunto al progetto una serie di simbologie».
Il 28 novembre tornerete in Italia al Teatro Sociale di Como.
Francesca: «Sì, lavoreremo con il Coro 200.Com, formato da persone che non sono professioniste e che partecipano ai progetti di opera lirica del Teatro Sociale. È un punto di riferimento per la comunità e incarna quel rapporto tra arte e dimensione sociale che Turandot delle Stelle vuole portare avanti. Non sarà, però, la conclusione del tour: le date del 2027 sono ancora in fase di definizione».

Come vi state preparando alle tappe asiatiche e alle difficoltà legate anche alla distanza e alla lingua?
Francesca: «Puccini è universale e troviamo sempre un interesse fortissimo. Sia a Tokyo sia a Seoul si stanno formando ensemble che lavoreranno sulla sua musica. Per noi è incredibile: viviamo nei luoghi di Puccini e siamo abituati alla sua presenza, ma sapere che dall’altra parte del mondo ci sono musicisti che aspettano di incontrarci e suonare la sua musica continua a stupirci».
Davide, come sarà costruito musicalmente lo spettacolo di Seoul?
Davide Giannoni: «A Seoul saliranno sul palco con me sette giovani musiciste. Suonano strumenti tradizionali, ma lavorano anche con il K-pop. Nel nostro progetto mi interessava soprattutto far emergere la loro tradizione: stanno arrangiando autonomamente anche Nessun dorma e studiando l’opera di Puccini».
Qual è il suo ruolo all’interno di questo incontro?
Davide: «Ho arrangiato sette brani, costruendo una sorta di percorso in sette capitoli, e creo la cornice musicale dello spettacolo. Lascio anche agli ensemble alcuni momenti nei quali suonare da soli, poi mi inserisco nella loro musica tradizionale aggiungendo riferimenti a Turandot, alle arie e ai temi dell’opera. È il nostro modo di lavorare, anche perché non abbiamo moltissimo tempo per provare insieme. Ci scambiamo a distanza registrazioni e partiture, ma poi possiamo avere soltanto due giorni di prove sul posto. È lì che deve accadere la magia».
Mettere mano alla musica di Puccini le ha fatto paura?
Davide: «Moltissimo. Ho suonato per dieci anni in orchestra e ho affrontato quasi tutte le opere di Puccini. Inoltre viviamo vicino alla casa nella quale ha scritto Turandot, quindi il rapporto con la sua musica è molto forte. All’inizio avevo scritto le partiture, poi ho cancellato tutto e sono ripartito da zero perché quasi mi sentivo in colpa».
Come ha superato questo timore?
Davide: «A un certo punto ho capito che dovevo scrivere con il mio linguaggio. Ho una formazione classica e lavoro con i sintetizzatori, ma il mio modo di pensare il suono rimanda sempre all’orchestra. Ho deciso di mettere nel progetto la mia conoscenza, cercando di farlo senza mancare di rispetto alla musica di Puccini».
Ogni tappa, però, vi pone davanti a una situazione musicale completamente diversa.
Davide: «È tutto ancora sperimentale. Passeremo da un singolo musicista a un ensemble, fino a un coro: a Pietrasanta sul palco c’era soltanto Zhao Xiaoyu, mentre a Como ci saranno duecento persone. Ogni volta il progetto deve trovare una nuova forma. Dopo la prima tappa, però, una parte dell’ansia è passata: ho capito che posso portare il mio linguaggio dentro questa musica con rispetto».

Il progetto può diventare anche un modo per avvicinare le nuove generazioni all’opera?
Davide: «Per noi l’aspetto sociale è fondamentale. Se un ragazzo torna a casa, apre Spotify e ascolta un’opera di Puccini, abbiamo già vinto. Non possiamo neppure dare per scontato che in tutti i luoghi nei quali andremo Puccini sia conosciuto, soprattutto dai più giovani. Se il progetto riesce a diventare una forma di diplomazia culturale e a far conoscere una parte della nostra storia, quello è già un successo».
Il viaggio sarà raccontato anche attraverso un documentario.
Davide: «Sì, il disco non sarà l’unico risultato. Realizzeremo anche un documentario sulle realtà che incontreremo. In ogni città pubblicheremo una o più puntate sui social: all’inizio sarà quindi una sorta di documentario social, che successivamente ricomporremo in un lungometraggio».
Che cosa volete raccontare attraverso gli incontri con i musicisti locali?
Davide: «Puccini sarà il nostro biglietto da visita per avvicinarci agli altri. A Tokyo, per esempio, incontreremo alcuni percussionisti e racconteremo l’importanza di quella tradizione. Puccini ha attinto molto alla cultura orientale, ma ciò che ha creato è stato talmente grande da generare un’eco che è tornata anche in Oriente. È diventato un ponte tra mondi lontani, pur senza aver mai compiuto quei viaggi».
È proprio questa assenza del viaggio reale ad aver alimentato la vostra immaginazione?
Davide: «Turandot è nata anche da alcune melodie ascoltate attraverso un carillon che gli era stato regalato. Da quel semplice oggetto Puccini ha creato qualcosa di enorme. Ci siamo chiesti che cosa sarebbe successo se avesse potuto incontrare davvero le culture del mondo e ascoltarne gli strumenti. Noi non possiamo certamente fare ciò che ha fatto lui, ma nel 2026 abbiamo la possibilità di viaggiare e andare di persona. È questa opportunità che vogliamo raccontare».
È quindi un viaggio di scoperta anche per voi.
Davide: «Assolutamente. Le esperienze vissute in passato lavorando con musicisti di altri Paesi, dal Messico al Marocco, sono state molto forti anche dal punto di vista emotivo. Ci hanno fatto venire il desiderio di andare oltre gli schemi consueti, incontrare i ragazzi e condividere realmente qualcosa con loro. Adesso possiamo costruire questo percorso scegliendo le realtà che desideriamo conoscere. Puccini ci ha dato la possibilità di partire».
