A tre anni da Romantico, Aiello torna con Scorpione, un album che segna una nuova fase del suo percorso artistico e personale. Nove brani che affondano le radici nell’R&B che lo accompagna fin dall’adolescenza e che raccontano non tanto la fine dell’amore, quanto ciò che nasce dopo: la consapevolezza, la rinascita, il dialogo con le proprie ombre. Lo abbiamo incontrato per parlare del nuovo disco, del viaggio in Giappone, delle scelte sonore che hanno plasmato questo progetto e del ritorno sul palco dopo tre anni di assenza dai tour.

L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura

Partiamo dalla fine. Sei appena tornato dal Giappone: che esperienza è stata?
«È stata un’esperienza molto particolare. Intanto sono stato felice e onorato di essere stato invitato a questo evento che ormai era arrivato al decimo anno. Ho scoperto che nelle edizioni precedenti aveva ospitato artisti come Zucchero, Emma, Arisa e altri nomi importanti. Quest’anno eravamo io, Niccolò Fabi, Maria Antonietta e Colombre. Si tratta di un evento che si chiama Italia Amore Mio e mi sono trovato davanti a un pubblico completamente inedito per me. C’era una comunità di italiani che aveva voglia di ascoltare musica italiana, ma anche tanti giapponesi molto curiosi ed entusiasti. Loro sono sempre particolarmente gentili e accoglienti. Non capisci mai davvero cosa pensano, però ti danno sempre il meglio che possono.

Foto di Manuel Grazia

Ho trovato una realtà molto controversa. Sono stato lì solo quattro o cinque giorni, quindi non posso avere un’opinione definitiva, ma mi ha colpito questo contrasto: da una parte tutto sembra futuristico, pieno di insegne luminose e tecnologia, dall’altra nessuno parla inglese e ci raccontavano di una società ancora molto legata a determinati tabù. È un posto che meriterebbe molto più tempo per essere compreso davvero, ma nel complesso è stata un’esperienza assolutamente positiva».

C’è qualcosa che ti è rimasto particolarmente impresso?
«Il cibo sicuramente. Ho mangiato un ramen incredibile, dei fritti fatti davvero a regola d’arte. Però la cosa più bella è stata rendermi conto delle differenze profonde tra noi e loro e restarne affascinato. L’unica cosa che mi ha un po’ spiazzato è stata la difficoltà di comunicare. Anche molti ragazzi giovani non parlavano inglese e questa cosa mi ha davvero sorpreso. Mi dispiaceva non riuscire a comunicare facilmente. Però ci ho fatto anche molte risate sopra e condividere queste differenze con altri artisti presenti mi ha arricchito parecchio».

Parliamo di Scorpione. Ascoltandolo si percepisce che nasce da nuove consapevolezze personali prima ancora che artistiche. Da quale esigenza è nato?
«Io la chiamerei una rigenerazione. In questi tre anni ho sentito il bisogno di fermarmi senza preoccuparmi troppo delle dinamiche discografiche e di questo traffico continuo di musica che sembra costringerti a pubblicare sempre qualcosa. Ho deciso di rigenerare me stesso, di rinfrescare la mia energia e la mia ispirazione. Avevo bisogno di trovare una nuova luce. Una sorta di rinascita. Secondo me tutti dovremmo farlo ciclicamente. Che tu sia un panettiere, una giornalista, un medico o un artista. Fermarsi, capire dove si è, cosa si vuole fare e dove si vuole andare.

Forse hanno contribuito anche alcune letture, l’avvicinamento a tematiche più spirituali. Io credo che tutti siamo dotati di gioia, ma che la vita, lo stress e le richieste continue la facciano appannare. A un certo punto mi sono detto: fermati. Ritrova il piacere delle cose semplici. A me basta affacciarmi sul mare o mangiare un piatto di spaghetti alle vongole per stare bene. E così ho deciso di farmi un regalo. Un disco che fosse davvero mio. Per la prima volta ho voluto regalarmi un album con un’impronta R&B molto forte. L’R&B c’è sempre stato nella mia musica, ma mai come in questo disco.

LEGGI ANCHE: Aiello: «Nella musica sono fedele a me stesso e alla mia natura»

Non mi sono preoccupato dei soliti discorsi sul fatto che in Italia l’R&B sia più difficile. Ho pensato semplicemente a raccontare il mio viaggio con i suoni che ascolto da quando avevo sedici anni. Dentro questo disco ci sono gli ultimi due anni della mia vita, le mie conquiste personali e tutta la luce nuova che ho trovato».

Una delle cose che colpisce di più è proprio il lavoro sul suono e sulla voce. Cosa c’è dietro questa ricerca?
«Ho fatto un lavoro vocale molto importante. Ho cercato di togliere pressione. La mia storia artistica è stata caratterizzata da spinte vocali molto forti che fanno parte di me e che continueranno a esserci, ma oggi scelgo io quando usarle. Questo disco è fatto più di gratitudine che di dolore. È pieno di energia, di luce e di cose belle. Per questo avevo bisogno di trovare altri colori della mia voce, altre sfumature. Anche sul piano sonoro ho lavorato con produttori diversi, facendo dialogare mondi differenti. Volevo far incontrare l’R&B lo-fi contemporaneo con il cantautorato italiano di cui faccio parte per DNA.

Dentro ci sono riferimenti a Mina, Pino Daniele, Battisti, Rino Gaetano e nello stesso tempo tutta la musica internazionale che ascolto da sempre. Volevo creare qualcosa che uscisse un po’ dagli schemi. A un certo punto ho avuto persino paura che chi mi seguiva da anni non riconoscesse più la mia voce o quel tipo di suono. Invece è successo il contrario. Chi mi segue da sempre ha accolto il disco con entusiasmo e anche tanti giornalisti mi hanno restituito un apprezzamento autentico. Questa è la soddisfazione più grande».

Ascoltandolo si ha quasi la sensazione che sia nato da un’esigenza artistica più che da una logica discografica.
«È esattamente così. In realtà avevo già un disco pronto un anno e mezzo fa. L’ho completamente cestinato. Nel frattempo, ho cambiato anche parte della squadra che mi circondava. Ho preso quelle canzoni e ho capito che molte non erano abbastanza forti o semplicemente non appartenevano più al momento che stavo vivendo. Le ho messe in un cassetto e ho ricominciato da zero. Ho incontrato nuovi produttori, ho chiesto loro di fare questo viaggio con me e alla fine è nato questo scorpioncino».

Anche i duetti sembrano rispondere a un’esigenza artistica precisa.
«Assolutamente. Ho sempre scelto le collaborazioni per affetto e stima, mai per ragioni numeriche. Con Levante, ad esempio, ho lavorato perché in Sentimentale sentivo che la sua voce avrebbe aggiunto qualcosa di unico. Quando abbiamo unito le nostre voci è stata magia. E poi umanamente mi piace moltissimo. Con Antonia cercavo una vera voce R&B. In Italia ce ne sono poche e lei è una di quelle. Mi piace tantissimo. Le ho detto più volte che secondo me, se fosse nata in America o in Inghilterra, sarebbe stata una popstar enorme. È bravissima, magnetica e in studio è stata fantastica.

LEGGI ANCHE: Willie Peyote: «La disparità oggi è peggio che ai tempi dei re»

Leo invece è una scelta nata dalla gratitudine. Mi ha permesso di tornare sul palco di Sanremo e di riscrivere una pagina importante della mia vita. Gli sono molto affezionato. Quando ha registrato la sua parte in Scorpione e ho sentito il risultato finale ho pensato: che figata. Secondo me ha un potenziale enorme. Ha la voce, la presenza scenica ed è una persona splendida. Deve solo trovare le canzoni giuste per esprimere tutto quello che può fare».

Anche l’universo visivo dell’album sembra raccontare una nuova fase.
«Io amo molto il lato visual e fotografico. Mi diverte e penso sia un linguaggio che completa la musica. Abbiamo iniziato questo percorso già dai tempi di Come ti pare e Sentimentale. Quello è stato il momento in cui ho deciso di azzerare tutto l’immaginario precedente e ricostruire da capo. Ho tagliato la barba, i capelli, ho scoperto la fronte. Ho scelto look più essenziali. Volevo raccontare un’altra parte di me, quella che ho riscoperto negli ultimi due anni. Sono andato all’essenziale. Less is more.

Per questo ci sono quei videoclip, quella copertina dove non ci sono io, ma uno scorpione. Anche il modo in cui scegli di esporti, i colori che utilizzi e il look che indossi raccontano il momento che stai vivendo. Io sto vivendo un’era nuova e ho voluto raccontarla così. Molti elementi che mi hanno accompagnato per anni li ho messi in un cassetto con gratitudine. Hanno fatto il loro percorso. Magari un giorno torneranno, ma adesso era tempo di nuovi colori e di nuove sfumature».

Che effetto ti fa pensare di portare queste canzoni sul palco?
«Non vedo l’ora. C’è stata la data zero ed è sempre il momento in cui inizi a capire davvero cosa hai costruito e cosa puoi migliorare. Io sono un perfezionista e tendo sempre a vedere quello che si può fare meglio. Poi magari leggo i commenti delle persone e scopro che erano felicissime. Per me è un ritorno importante perché non andavo in tour da tre anni. Ho detto a tutti quelli che lavoravano con me: tornerò quando avrò una storia da raccontare, quando avrò un disco. Non volevo tornare semplicemente per fare delle date. Volevo avere qualcosa da dire.

Restare fermo per due o tre anni oggi è una scelta importante, con tutti i rischi che comporta. Ma era una scelta necessaria. Adesso però siamo pronti. Non vedo l’ora di partire, di iniziare da queste date estive e poi arrivare a novembre con il tour nei club. Lì ci sarà il vero viaggio».

Foto preview di Manuel Grazia

Revenews