Dalla salicornia raccolta su un’isola al vento trasformato in metafora della libertà. Laila Al Habash racconta la nascita di ‘California Mediterranea’ e il percorso personale che ha dato vita all’album ‘Tempo’.

Con California Mediterranea, il nuovo singolo che arricchisce il percorso di Tempo, Laila Al Habash torna a raccontare il mondo attraverso uno sguardo delicato e profondamente personale. Nato durante un soggiorno su un’isola a lei molto cara, il brano trasforma il vento in una metafora dell’abbandono al flusso degli eventi, della capacità di convivere con ciò che non possiamo governare. Un tema che dialoga naturalmente con Tempo, l’album pubblicato nel 2025 e costruito attorno alle domande sullo scorrere della vita, sull’attesa e sulla ricerca di equilibrio.

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Abbiamo scambiato due chiacchiere con la cantautrice per parlare della nascita della canzone, del suo rapporto con la natura, del lavoro sonoro realizzato insieme al produttore Matteo Domenichelli e dei concerti che la attendono nei prossimi mesi.

California Mediterranea è una canzone che trasmette una sensazione di leggerezza e libertà. Come è nata?
«Come spesso mi accade, l’idea è arrivata mentre ero in viaggio, in particolare su un’isola, che è una dimensione che amo profondamente. Ero lì con una mia amica e stavamo osservando le piante che crescevano spontaneamente. A un certo punto mi ha indicato la salicornia, l’abbiamo raccolta, portata a casa e cucinata. Da lì è nata una suggestione, quasi per gioco: salicornia in California. Quando poi mi sono messa a scrivere, ho capito che in realtà la canzone parlava soprattutto del vento.

Su un’isola il vento è una presenza costante. Cambia l’umore delle persone, degli animali, del mare. È invisibile, ingovernabile, misterioso. Decide lui quando puoi partire o tornare, quando puoi navigare e quando no. Mi sono divertita a raccontare come mi faceva sentire questa sensazione di libertà e il rapporto con una natura che sembra seguire leggi misteriose solo ai nostri occhi. In realtà sono leggi chiarissime, rodate, siamo noi a non comprenderle fino in fondo. Nel brano c’è molta voglia di fondermi con questo senso di libertà e di vita che esiste nel vento, nella natura e in tutte le cose che osservavo in quel momento».

Anche Tempo, l’album da cui questo nuovo brano prende le mosse, ruota attorno a riflessioni molto profonde sul nostro modo di vivere. Da dove nasceva quell’esigenza?
«Adesso che è passato un po’ di tempo credo di poter dire che il disco nasceva dal bisogno di capire perché non riuscissi mai a rilassarmi. Non riuscivo mai a dirmi che andava tutto bene, ad avere la mente davvero sgombra. Ero sempre sospesa tra il passato e il futuro: pensavo continuamente alle cose che avevo vissuto e a quelle che invece non vedevo l’ora che arrivassero. Alla lunga questo modo di stare al mondo ti fa stare male. Tempo è il racconto del percorso emotivo che ho affrontato negli ultimi anni per capire come stare dentro il tempo.

Per me era chiaro che ci fosse qualcosa che non stavo comprendendo: come funziona il tempo, come scorre, perché a volte sembra velocissimo e altre lentissimo, e da cosa dipenda questa percezione. Mi sono fatta tantissime domande. Credo che sia successo a molte persone durante e dopo la pandemia. Ho visto tanti interrogarsi sul proprio rapporto con il tempo, fermarsi a riflettere su questa dimensione che esiste, ci contiene e ci attraversa continuamente. In fondo è un po’ come il vento di California Mediterranea: qualcosa dentro cui viviamo costantemente, ma che spesso facciamo fatica a comprendere davvero».

Rispetto ai tuoi lavori precedenti sembra esserci uno sguardo diverso. Più contemplativo, forse più consapevole.
«Sicuramente sì. Ricordo il primo disco come qualcosa di più rancoroso, più arrabbiato, più risentito. Tempo invece è molto più personale. Credo dipenda anche dall’avvicinarsi ai trent’anni e da certe domande più grandi che inevitabilmente iniziano ad affacciarsi. Parlare di questi temi è complicato. È difficile trovare il proprio modo di raccontarsi. Infatti ci ho messo anni a realizzare quel disco. California Mediterranea, invece, è arrivata dopo la chiusura di quel percorso. È una canzone molto più leggera, più spaziosa, più spensierata. Non c’è alcuna pesantezza. Però credo che quello sguardo più consapevole sia rimasto».

Uno degli aspetti più riusciti del brano è il mondo sonoro che avete costruito. Si percepisce davvero il Mediterraneo. Come avete lavorato in studio?
«È stato molto divertente. Io cerco sempre di mettermi al servizio della canzone e di capire di cosa abbia bisogno. In questo caso sentivo una grande eleganza e un forte desiderio di portare la natura dentro il brano. Per questo abbiamo inserito le cicale. Le abbiamo utilizzate quasi come uno strumento ritmico, un po’ come accade con il güiro nella musica latinoamericana. Ci interessava usare elementi naturali come parte integrante dell’arrangiamento. C’è poi un piccolo segreto: a un certo punto si sente una specie di trombone. In realtà non è un trombone. È la mia voce modificata. Non avevamo trovato un suono che ci convincesse e allora abbiamo trasformato la voce in uno strumento. In fondo anche la voce è uno strumento».

Quest’estate porterai il progetto dal vivo in tutta Italia. Cosa ti aspetta?
«Faremo una bella serie di concerti, quasi tutti con la band al completo, mentre alcune date saranno in duo, chitarra e voce. In quei casi i brani assumono una dimensione più intima e ogni volta rimango piacevolmente sorpresa dalla risposta del pubblico. Sono molto contenta di continuare a portare in giro Tempo, che dal vivo mi ha dato tante soddisfazioni. E naturalmente nel tour ci sarà anche California Mediterranea».

Un’ultima curiosità: la fotografia di copertina è legata all’isola che ha ispirato il brano?
«Sì, assolutamente. È una foto scattata su un’isola a cui sono molto affezionata. Non era nata per la canzone, è una fotografia di una vacanza fatta qualche estate fa, ma appartiene esattamente a quel mondo e a quelle sensazioni da cui è nato il brano».

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