Il Medioevo come specchio dei tempi bui che viviamo: Francesca Michielin propone la sua ‘Magia Bianca’ attualizzando un’estetica simbolica che ci fa riflettere sull’attualità.
«Quello di “Magia Bianca” è stato un viaggione per me, per quanto in realtà molto breve temporalmente, perché ho scritto questo album in un mese e mezzo». Così Francesca Michielin introduce il suo nuovo progetto, un concept album, che fa immergere in un mondo simbolico, visivo e sonoro. Solo all’apparenza lontano da questi nostri anni. Nato da una ricerca che affonda le radici nel Medioevo storico, il lavoro allarga lo sguardo al presente come tempo buio in cui emerge l’urgenza di riscoprire un senso di comunità umana più autentico.
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E allora, di fronte al conformismo imperante, tornano le streghe, donne libere e “disturbanti” che pratica un’indipendenza che finisce per far paura. È proprio questo anche l’universo estetico in cui si muove “Magia Bianca”, vero e proprio manifesto di un’autonomia d’arte e pensiero. Un potere, o forse un incantesimo, potente oggi quanto ieri. E lo racconta sin dall’artwork e dalla copertina in cui l’artista è ritratta secondo canoni classici quasi a ricordare una dea, o forse una vestale.
La firma è quella di Danilo Bubani. «Il nuovo lettering e la cover sono un dipinto del mio direttore creativo», racconta Michielin presentando il disco. «Invece di un management, ho scelto di attorniarmi di una serie di figure ciascuna con il proprio ruolo. Per l’aspetto creativo – quindi foto per il disco, videoclip, grafiche e merchandising – c’è, appunto, Bubani, con cui ho iniziato a lavorare dal videoclip di Francesca. Lui ha dipinto questa donna che porta una bilancia con un corvo e una colomba. La colomba è la magia bianca, che pesa di più; la magia nera, invece, per fortuna, ha un peso minore. Per ora, almeno».
E l’attenzione all’immagine si conferma nei contenuti, con focus sul colore raccontato anche nel recente singolo Strega comanda. «I colori sono fondamentali per me. – conferma Francesca – Non so se sia perché ragiono in termini sinestetici per cui penso le mie canzoni e i miei progetti attraverso dei colori. E “Magia Bianca” è un titolo che racconta molto di come voglio vivere la mia musica oggi: vorrei che fosse magica per chi l’ascolta e che facesse bene, come la magia bianca delle guaritrici. Di queste streghe che usavano le erbe e che poi sono diventate, nell’immaginario, delle pazze furiose da bruciare».
Attenzione le streghe son tornate (per fortuna) ovvero il Medioevo come metafora del presente
La libertà femminile è un tema portante di “Magia Bianca”. È per questo che hai deciso di pubblicare Una donna non può come singolo apripista?
«Sul piano tematico, il brano racconta di come oggi una donna viva dentro un doppio standard per cui o non è abbastanza o è addirittura troppo. Ho scelto di iniziare questo percorso con “Una donna non può” perché mi aiutava anche a introdurre l’immaginario medieval-core di questo lavoro, che però non è propriamente un disco medievale. Non abbiamo utilizzato veri strumenti medievali, ma campioni e suoni sintetizzati ripresi da un altro genere, ovvero la dungeon synth che appartiene all’universo tipico di videogiochi come Final Fantasy, Zelda, MediEvil, in cui vengono riutilizzati questi strumenti attraverso dei synth.
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Quindi, nel disco, ci sono clavicembali, ghironde e liuti, ma tutti sintetizzati, proprio perché si utilizza questo pretesto di evasione verso un mondo medievale ideale, quando in realtà stiamo parlando dei giorni d’oggi. Analogamente, attraverso figure come le Anguane, la donna fera o le streghe che comandano i colori, voglio parlare dell’attualità nel tentativo di ribaltare dei ruoli nei quali la donna è stata tradizionalmente confinata».
Ma qual è stata l’idea originaria da cui è nato l’intero concept?
«Credo che questo mondo abbia sempre fatto parte di me e qualche spiraglio fosse già evidente, però non ero mai riuscita a mettere tutto insieme. Devo dire che la figura della strega, da quando sono piccola, fa parte proprio di ciò che mi ispira. Veramente: dalle mahō shōjo giapponesi ai cartoni animati, passando per Strega Salamandra della Melevisione, fino ad arrivare a figure più contemporanee. Penso anche alle W.I.T.C.H…. ecco, quel mondo mi è sempre piaciuto ed è come se la bambina che guardava Hocus Pocus la notte di Halloween avesse riassimilato certi concetti. È sorta, così, la domanda chiave: Ma chi è la strega oggi? E perché abbiamo bisogno delle streghe?

Sinceramente non so se la scintilla sia arrivata in un momento preciso. So soltanto che questo fuoco era lì e si accendeva sempre di più, ogni giorno di più. Ho iniziato a mettere delle streghe nelle mie canzoni già da Francesca, perché forse era qualcosa che vivevo anch’io. Da me ci si aspetta sempre che io sia la ragazzina acqua e sapone che ha vinto X Factor, quando in realtà dentro di me c’è qualcosa di molto più rovente».
E allora sono partita come un treno: a scrivere, a leggere libri, a informarmi e mi sono chiesta perché sentissi delle affinità con artiste che negli Anni Ottanta, in qualche modo, sono state le streghe di quel periodo. Annie Lennox, per esempio, potremmo definirla l’alchimista di quel decennio. Poi c’era Stevie Nicks, che era proprio l’esoterica. E ancora Kate Bush, quasi legata alla divinazione. Ecco, se dovessimo attribuire loro un ruolo, troveremmo tante sinergie e troveremmo il fatto che anche loro avevano bisogno di trovare una chiave diversa per interpretare la realtà».
E quanto è stato lungo il lavoro di ricerca storica?
«Uh, è stato lunghissimo… sicuramente è durato più della creazione stessa dell’album, perché ci sono tanti falsi miti quando parliamo di Medioevo. Quando c’è qualcosa che non capiamo, che è brutto o che non ci piace, diciamo genericamente che è medioevale ma in realtà il Medioevo è stato incredibile dal punto di vista artistico. Studiando ho scoperto anche quanto quello che viviamo oggi, o che abbiamo vissuto fino a poco tempo fa come comunità, abbia radici molto antiche.
Penso, ad esempio, a certe pratiche rituali che si fanno ancora e che sono legate alle tradizioni popolari o alle comunità parrocchiali, ma che hanno radici pagane o neopagane. Insomma, proprio da queste ricerche mi è venuta ancora più voglia di dare forma al progetto e l’ho aggiustato strada facendo per renderlo il più coerente possibile».
Emerge un’anima profondamente dionisiaca, è così?
«Sì, nel senso che c’è del disordine necessario. È stato molto divertente, ad esempio, provare a fare dei parallelismi. Io sono una grande fan di Tori Amos. Tori Amos ha scritto questo pezzo pazzesco che è Cornflake Girl e mi sono chiesta ci sia oggi la Cornflake Girl? Forse è la Clean Girl: quella su TikTok che fa otto passaggi di skincare per essere perfetta, la ricostruzione delle unghie e il pilates perché è socialmente accettato e non perché ne ha voglia?
Quale potrebbe essere il parallelismo? E se parlassimo della donna angelicata? Io sento un forte richiamo tra la tradwife di oggi e la donna angelicata. C’è questa femminilità composta, conformata e uniformata a quello che è giusto essere come donne. E che cos’è invece la strega? È ciò che scompiglia tutto. È l’oppositrice. Non è la Pick Me Girl: è proprio quella che dice «No, io sono così. Quindi sì, c’è del dionisiaco in questo senso».
Ci sono stati dei luoghi che ti hanno ispirato in questo tuo percorso creativo?
«Sicuramente il borgo di Triora, che è un luogo molto particolare, famoso per un processo alle streghe avvenuto circa un secolo dopo la bolla papale di Innocenzo VIII, quindi alla fine del Cinquecento. E poi sono stata a Fiè allo Sciliar, in Trentino, dove furono state processate delle streghe e dove c’è un castello. Poi sono stata anche a vedere alcune mostre dedicate al tema: a Padova, ad esempio, c’è stata una mostra molto bella che si chiamava Stregherie.
E, come dicevo, ho letto tantissimo: dal Libro dei sabba al Vangelo delle streghe, passando per gli studi sulle donne nel Medioevo, come quelli di Chiara Frugoni. Ci sono state tante letture e tanti approfondimenti che per me sono stati fondamentali. In realtà, poi, la mitologia greca rimane sempre la culla di moltissime cose. Ovviamente ho ascoltato anche i podcast del professor Barbero, che in un percorso del genere non potevano mancare.
Ma quel viaggio a Triora è stato davvero speciale: l’ho fatto proprio durante la notte delle streghe, il cosiddetto ottavo sabba, quindi ad Halloween. Devo dire che dentro di me c’è sempre stata questa curiosità, questa propensione a voler capire meglio queste figure. Ne sono sempre stata affascinata. E so di non essere sola, perché il punto, alla fine, è proprio questo: quando fai musica, almeno per come la vivo io, non la fai soltanto per te stessa. La fai soprattutto perché vuoi condividere qualcosa con il pubblico.
Ed è stato bellissimo vedere, dall’uscita di Una donna non può e dall’introduzione di questo immaginario, quante persone si siano riconosciute in questo mondo. E parlo proprio di tutte quelle persone affascinate dal mondo magico, dal mondo delle streghe, che possono sentirsi rappresentate da questo progetto».
Folklore, tradizioni e infanzia
Quanto ha contato il recupero anche di una certa giocosità che sa di infanzia e di folklore, sia a livello personale che collettivo?
«Tanto. Avendo purtroppo fatto il classico (sorride, ndr), ricordo bene questa cosa per cui i filosofi stavano sempre a parlare di logos, che noi associamo al raziocinio, ma in realtà vivevano in una dimensione in cui le persone si affidavano agli oracoli, in cui c’erano le sibille. Quindi è come se la nostra società, man mano che va avanti, stesse perdendo tutto quello che è l’aspetto dell’insondabile. Certe cose – chiamala spiritualità, chiamala magia – non le puoi sondare né verificare, eppure le senti. Il magos, in greco, è proprio tutto quello che tu non puoi verificare ma a cui credi.
Secondo me non è un caso che siano usciti dischi che riflettono sul rapporto con il sacro, come l’ultimo di Florence and the Machine. C’è bisogno di tornare a quelle dimensioni rituali e sabbatiche, che non hanno a che fare con i numeri, ma con qualcosa di più profondo. Lì c’è una riconnessione interiore e individuale e, di conseguenza, una riconnessione comunitaria. In “Litha”, parlo del falò della notte di San Giovanni come momento liberatorio, in cui mettere dentro tutte le cose spiacevoli e piacevoli, in una catarsi collettiva».
La magia nera e la magia bianca, che vediamo rappresentate anche sulla copertina, come si bilanciano?
«Purtroppo, oggi, la catarsi collettiva, purtroppo, oggi è diventata più magia nera che magia bianca. È come se le persone dovessero godere del male altrui, mettendo tutti sul rogo digitale per trovare la prossima strega da cacciare. Si mostruosizzano le cattiverie umane e si giudicano i corpi altrui per prenderne le distanze e sentirci tutti purificati. Per me questa è la magia nera.
La magia bianca, invece, è recuperare quello che avevamo da bambini: la visione, il gioco, il rito, strega comanda colore, il potersi immaginare fautori del proprio destino, scegliere i propri colori. È unire le dimensioni della vita con quel pizzico di magia che non è soltanto fare colazione, andare a letto, lavorare, ma è molto di più».
Oltre a questo disco è in arrivo anche un fumetto, Supergirl (Panini Comics) in cui hai firmato il soggetto di una storia sceneggiata da Irene Marchesini e illustrata da Federica Croci.
«Se posso dirlo, Supergirl, che esce il 25 giugno, ha dei colori pazzeschi. E non sembra neanche un fumetto di Supergirl. Le artiste con cui ho lavorato hanno messo veramente nero su bianco – e colori su bianco – il soggetto che ho scritto in una maniera incredibile. Supergirl, per l’appunto, è una ragazza che ha dei superpoteri, ma tutti si dimenticano che, in fondo, è solo una ragazza. Ho scritto circa ottocento pagine che poi sono state condensate in una storia che parla proprio della fragilità di Supergirl».
Intanto, Francesca è già in viaggio con Strega comanda Summer tour, lo show estivo con cui sarà impegnata nei mesi estivi e che si ispira al gioco “Strega Comanda Colore”. Ancora una volta, infatti, i colori saranno protagonisti grazie anche al coinvolgimento del pubblico che potrà ritrovare Michielin anche in autunno, a teatro. Date e biglietti per i live sono disponibili su Vivo Concerti e nei punti vendita autorizzati.
Immagini da Ufficio Stampa
