Tra capitalismo, Torino e collettività perduta, il cantautore racconta ‘Anatomia di uno schianto prolungato’.
Con Anatomia di uno schianto prolungato, Willie Peyote torna a osservare il presente con quello sguardo disilluso, ironico e profondamente politico che negli anni lo ha reso una delle voci più riconoscibili del panorama italiano. Un disco che parte dall’idea di una fine annunciata che non arriva mai davvero, ma che nel frattempo lascia macerie emotive, sociali e personali. Dentro ci sono il capitalismo esasperato, Torino trasformata in laboratorio sociale, la perdita del senso di collettività, ma anche il tempo che passa e la consapevolezza di entrare in una nuova fase della vita. E poi un’estetica cinematografica che attraversa tutto il progetto, dal documentario Elegia sabauda fino alle sonorità e alle immagini del disco.
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Parto subito dal titolo: Anatomia di uno schianto prolungato. È il racconto di un presente in cui tutto pare sul punto di crollare senza farlo mai davvero.
«È esattamente quello il senso. Questa attesa della fine mi sconcerta più della fine stessa. Facciamo questo schianto! Poi vediamo cosa succede. Quanto tempo è che sentiamo dire che il mondo sta finendo, che il sistema capitalistico sta crollando, che la civiltà occidentale è al tramonto? Invece siamo sempre tutti ancora qua, va solo sempre tutto peggio».
E dentro questo discorso collettivo c’è anche qualcosa di profondamente personale.
«Sì, infatti la parola anatomia nasce anche da lì. C’è il mio avvicinamento non solo all’età adulta, ma a quel momento della vita in cui ti rendi conto che, almeno sotto l’aspetto anatomico, da qui può solo peggiorare. C’è anche la constatazione che sono entrato in una nuova stagione della mia vita come essere umano».
Questo si lega molto bene all’ultima traccia, Preferisco non sapere. Sembra quasi la consapevolezza che crescere significhi anche capire troppo.
«Sicuramente certe cose preferisco non saperle. Vivo più sereno senza avere proprio tutte le informazioni, ma comunque resto una persona curiosa e trovo che la curiosità sia il motore più importante da avere nella vita, anche se non su tutta la linea. Ho deciso che, per alcune cose, sto bene anche senza avere conferme. Ho imparato a non scervellarmi sulle possibilità. Rispetto al passato, perdo meno tempo a immaginarmi i possibili scenari e vivo meglio la realtà delle cose».
Però ci sono temi che sembrano inevitabili nella tua scrittura. Penso a brani come Luigi o Sapore di Marsiglia.
«Viviamo in un’epoca in cui ci poniamo troppo poco il problema del fatto che pochissimi esseri umani abbiano il controllo sul pianeta intero e che siamo soggiogati da un sistema economico fatto per premiare pochissimi, sempre di più e sempre più velocemente. La disparità che c’è oggi tra super ricchi e poveri è più grande di quella che c’era tra il re e i suoi sudditi. È una cosa del tutto nuova nella storia dell’umanità e sembra che nessuno se ne accorga, perché ci hanno convinto che prima o poi vinceremo tutti la lotteria. E allora il problema non si pone più».

E infatti nel disco emergono continuamente due parole: collettività e sopravvivenza.
«Sì, i due temi centrali del disco sono proprio la redistribuzione della ricchezza e il senso di collettività che si è perso. In due pezzi come Burrasca e Mi arrendo la chiave della sopravvivenza è attraverso l’altro, cioè trovare qualcuno a cui aggrapparsi per resistere».
Su Luigi affronti anche il modo in cui oggi la politica e la protesta diventano immediatamente meme.
«Luigi Mangione mi ha fatto riflettere su come intendiamo oggi la rivoluzione. Anche una risposta violenta al sistema diventa un meme e un simbolo positivo, perché passa attraverso due canali: quello della memizzazione e quello dell’estetica. Lui è bello e questo lo ha aiutato a farlo diventare accettato. In qualche modo, racconta bene la nostra epoca».
Nel pezzo dici anche una frase molto forte: forse non basta più Greta.
«Sì, ma non significa fare l’apologia di ciò che ha fatto Mangione. È più una riflessione su una possibile risposta che qualcuno prima o poi comincerà a dare a questo sistema, perché secondo me è inevitabile».
Nel disco e nel documentario Elegia sabauda Torino sembra quasi un personaggio vero e proprio.
«Io con Torino sto molto bene. Il disco è stato scritto in tour e si parla anche di Roma, Milano e altre città, però parto sempre da Torino perché io vengo da lì e torno lì. Vivo meno bene il modo in cui la stanno trattando a livello nazionale, perché da qualche anno Torino viene utilizzata un po’ come laboratorio di repressione e di risposta a determinati fenomeni sociali».
Ti riferisci anche a quello che sta succedendo con Askatasuna e Vanchiglia?
«Sì. Mi riferisco a quello che è accaduto negli ultimi mesi ad Askatasuna e al quartiere di Vanchiglia, ma anche alla gestione della tifoseria organizzata. Abbiamo visto episodi proprio di laboratorio sociale. A me spiace che abbiano scelto proprio la mia città come laboratorio, anche se credo sia una scelta sbagliata perché Torino è una città che poi risponde. Magari non fa tanto rumore, non si mette tanto in mostra, però è difficile che molli».
Eppure secondo te se ne parla ancora troppo poco.
«Sì, e trovo fazioso rubricare tutto a facinorosi. Io c’ero a quelle proteste e c’erano tante persone che non c’entravano nulla con gli scontri. È un metodo vecchio quello di banalizzare tutto. L’hanno già fatto nel 2001 col G8».
Anche le collaborazioni del disco sembrano rispondere al bisogno di collettività che attraversa tutto il progetto.
«Sicuramente sì. È un disco collettivo già nella produzione, perché le tracce sono sempre coprodotte e ci sono i musicisti che mi seguono in tour a suonare sui pezzi. Poi ci sono artisti che ho la fortuna di definire amici, ma che prima di tutto stimo tantissimo».
Da Noemi a Brunori Sas fino a Jekesa: ogni collaborazione sembra avere un colore preciso.
«Esatto. Su Che caldo fa a Testaccio, vista l’ambientazione old school soul e il fatto che si parlasse di Roma, non c’era nessuno meglio di Noemi per dare quel tipo di colore. Brunori invece dà una profondità incredibile a Mi arrendo, trasformandola quasi in un dialogo con la coscienza. E poi c’è Jekesa, che è il mio fratellino romano: anche lui ha aggiunto un colore che mi serviva. Volevo fare un dipinto che avesse tutti i colori che potevo oggi avere nella mia tavolozza».
Hai definito questo disco anche cinematografico. Quanto dialogano musica e immaginario visivo in questo progetto?
«La scelta del primo pezzo non è casuale, perché mi piaceva l’idea che il brano che chiude il documentario fosse lo stesso che apre il disco, come una porta per uscire da una stanza ed entrare nell’altra. E poi il titolo richiama volutamente un cinema vintage, ci sono riferimenti molto netti ad Anatomia di una caduta e alle atmosfere della fantascienza anni Settanta. Anche tutta la grafica del disco richiama quel mondo lì».
E in fondo anche il tuo modo di scrivere sembra molto cinematografico.
«Sì, non dico neorealista perché sarebbero paragoni troppo ingombranti, però sicuramente c’è sempre stato nel mio modo di scrivere un racconto della società da film drammatico, qualcosa che prova a raccontare la quotidianità».
Foto di Matteo Bosonetto