Tra Londra, Portobello Road e la ‘Fountain of Youth’, Jack Savoretti torna alle proprie radici con un album intimo e spontaneo che riflette sul tempo, sull’identità e sull’accettazione di sé.

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Jack Savoretti torna alle origini, ma senza nostalgia. Il suo nuovo album We Will Always Be The Way We Were è piuttosto un punto di incontro tra passato e presente, tra il ragazzo che scriveva canzoni nei quartieri di Londra e l’uomo che oggi, a 42 anni, guarda alla mezza età senza paura di raccontarne fragilità, dubbi e consapevolezze. Un disco intimo, registrato quasi interamente dal vivo insieme alla sua storica band e prodotto da Tommaso Colliva.

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«Musicalmente è un ritorno alle mie radici. Sono tornato a Londra dopo due anni trascorsi in Italia ad imparare come si fa a scrivere canzoni in italiano. Durante quel viaggio mi sono di nuovo rinnamorato dello scrivere, del fare musica come facevo una volta. – racconta Savoretti – Mi è uscito questo album che è una celebrazione di dove sono io nella vita: la media età, 42 anni, il pomeriggio della vita».

Il ritorno alle «vecchie maniere»

Per farlo il cantautore è tornato proprio nei luoghi dove tutto era iniziato: Notting Hill e Portobello Road. «Siamo tornati alle vecchie maniere – dice – jeans e t-shirt, le cose semplici. Volevo che la sostanza fosse più importante dello stile». Il risultato è un disco che parla di accettazione e identità, ma senza perdere leggerezza. «C’è bisogno di accettarsi a questo punto della vita. – commenta Savoretti – Bisogna conoscere il film meglio possibile per poi accettarsi: bello, brutto, cattivo».

Una riflessione che passa anche dall’estetica dell’album, a partire dalla copertina, immagine simbolica che racchiude perfettamente il senso del progetto. «Volevo qualcosa che rappresentasse gli anni ’90. – spiega il cantautore – Non è un album nostalgico, però è un guardarsi indietro e portarsi quelle cose nel presente». La fotografia scelta da Leah Powell richiama infatti il concetto di Fountain of Youth, ma anche una dimensione più personale: «La canzone preferita mia e di mia moglie è Fountain of Sorrow di Jackson Browne. Poi ci sono questi ragazzini che giocano, due adolescenti che si baciano: sono le fasi della vita su cui sto riflettendo tantissimo in questo album. Quando ho visto quell’immagine ho detto: eccolo».

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Il processo creativo

Anche il processo creativo è stato volutamente istintivo e lontano dalle sovrastrutture contemporanee. «Abbiamo fatto sette giorni con Tommaso Colliva a Londra, con la mia band da sempre. – chiosa Jack – Ogni canzone l’abbiamo registrata in tre, massimo cinque take». Un approccio quasi controcorrente nel panorama musicale attuale: «Oggi fare un album così è quasi una cosa nuova. Andare a fare le cose come una volta è una novità».

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