La scena è questa: Coachella 2026, uno dei palchi più importanti del mondo, e a chiudere è Anyma. Un artista italiano. Non è un dettaglio, è un segnale preciso. Ma in Italia questa cosa scivola via, come se fosse normale. Come se non dicesse nulla. In realtà dice moltissimo.

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Perché la verità è semplice: la musica elettronica è oggi una delle espressioni culturali italiane più forti nel mondo, ma nel nostro Paese continua a essere percepita come una forma minore. Musica da club, da festival, da giovani. Serie B. È qui che nasce il cortocircuito.

Se guardi fuori, il quadro cambia completamente. Gli artisti italiani che funzionano davvero a livello globale arrivano spesso da lì: elettronica, dance, contaminazioni. MEDUZA, Anyma, Tale Of Us, Gabry Ponte. Ma anche figure più profonde, come Alessandro Cortini, che negli Stati Uniti è una presenza centrale nella scena elettronica sperimentale.

Borders Live in Roma credits Olivia Rainaldi

E poi c’è Caterina Barbieri, che nel 2026 ha diretto il programma musicale della Biennale Arte di Venezia. Non è un dettaglio secondario: è un segnale istituzionale forte. Una compositrice elettronica, giovane, radicale, chiamata a costruire un dialogo tra suono, arte e spazio dentro una delle piattaforme culturali più importanti al mondo. La sua presenza si estende anche al Padiglione della Santa Sede, dove il suono diventa esperienza spirituale e installativa. Qui la musica elettronica smette definitivamente di essere “genere” e diventa linguaggio culturale.

E allora la domanda è inevitabile: perché in Italia facciamo fatica a riconoscerlo?

La risposta sta nella nostra storia musicale. L’Italia è un Paese costruito sulla melodia. Sulla linea che si sviluppa, sulla tensione e sulla risoluzione. Siamo figli di una cultura che lavora in battere, non in levare.

Quando entriamo nell’elettronica, non copiamo. Trasformiamo.
Portiamo dentro quella cultura melodica, quella costruzione narrativa. È per questo che la melodic techno italiana funziona così bene nel mondo. È per questo che un set di Anyma non è solo musica, ma racconto.

E qui entra un altro elemento chiave: il visivo.

Il progetto Anyma non esisterebbe senza il lavoro di Alessio De Vecchi e del suo studio Omnia. I visual sono parte integrante dell’esperienza: umanoidi digitali, ambienti post-umani, estetica immersiva. Non è decorazione, è linguaggio artistico. È arte contemporanea che passa da altri canali.

Eppure, in Italia, tutto questo fatica a essere riconosciuto come patrimonio culturale. Rimane confinato in categorie sbagliate: intrattenimento, nightlife, target giovane.

All’estero, l’elettronica dialoga con la musica colta, con le arti visive, con le istituzioni. In Italia, solo recentemente qualcosa si muove. Ma siamo ancora in ritardo.

E il paradosso resta:
siamo fortissimi nel mondo, ma invisibili a casa nostra.

Il problema non è la musica.
È lo sguardo con cui continuiamo a leggerla.

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