A quarant’anni dall’uscita del disco più radicale dei Litfiba, Pelù, Ghigo, Maroccolo e Aiazzi tornano insieme per riportarlo dal vivo integralmente. Non è nostalgia: è un album che parlava di guerra, propaganda e vittime del potere quando nessuno voleva ascoltare.
Nel 1986, quando uscì 17 Re, parte della stampa musicale italiana non capì bene cosa farsene. C’era chi parlava di baroque and roll, chi vedeva nel doppio album dei Litfiba qualcosa di eccessivo, troppo ambizioso, troppo stratificato. Piero Pelù quelle recensioni se le è andate a rileggere davvero. 17 Re – tuttavia – non era un disco sbagliato: era semplicemente un disco che il suo tempo non era ancora pronto ad ascoltare.
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Oggi quel tempo sembra finalmente arrivato. I Litfiba della formazione storica – Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo – tornano insieme per Quarant’anni di 17 Re, venti date già lanciate da oltre 70mila biglietti venduti, e pubblicano per la prima volta 17 Re, il brano che avrebbe dovuto dare il titolo all’album, ma che venne escluso dalla tracklist originale nel 1986.
L’attualità di 17 Re
«L’attualità di 17 Re è impressionante. – dice Pelù – Fu scartata dalla tracklist dell’album omonimo 40 anni fa e oggi esce a gamba tesa e attualizzata per raccontare la spietatezza dei King Kong globali nelle stanze dei bottoni». E ancora: «È un urlo rock-wave contro chi vuole cancellare il peso degli errori tragici del nostro passato, per un riscatto sofferto del valore assoluto della Pace».
È qui che si capisce perché 17 Re non sia un’operazione nostalgia, nonostante tutti gli elementi sembrino portare in quella direzione. Lo ripetono tutti, quasi ossessivamente. «Non nasce dalla voglia di creare un effetto nostalgia a scopo commerciale. – spiega il produttore Andrea Pieroni – Se avessimo voluto fare quello, potevamo tranquillamente attingere ad altro repertorio. Invece abbiamo voluto festeggiare questo disco perché rappresenta l’architrave, il capostipite di tutta una generazione di rock italiano».
Pelù insiste sullo stesso concetto: «Ci teniamo a dire che non è un’operazione nostalgica sotto nessun punto di vista». Anche perché la canzone pubblicata oggi non è una semplice riesumazione. «Sono rimaste melodie, sono rimaste parti di testo, è rimasta anche abbastanza l’armonia, ma è cambiato tutto, a cominciare dal BPM, dal ritmo, dal groove, quindi un po’ dallo spirito di tutta la canzone».
Un disco «insuonabile»
In fondo, 17 Re è sempre stato un disco «quasi inspiegabile». Lo dice Pelù senza troppi giri di parole. Ed è proprio questa la sua forza. Non era solo un disco politico: era un disco difficile, ingombrante, quasi impossibile da suonare dal vivo. «Molti pezzi dell’album erano insuonabili. – racconta Pelù – Non si possono suonare come nell’album. Avevamo più di 10, 11 canzoni e facemmo un doppio. Quando dovevamo suonarle dal vivo, ci siamo trovati nella me*da».
Brani come Sulla terra o Oro nero erano nati in studio come costruzioni enormi, piene di sovraincisioni, intuizioni, deviazioni sonore. «Oggi la sfida è portare tutto l’album suonato dal vivo. – dice Pelù – Ci massacreremo, ma l’abbiamo dichiarato e bisogna farlo».
Dentro quel caos creativo, però, c’era anche qualcosa di molto più grande: una lucidità politica che oggi, nella musica, sembra avere poco spazio. I Litfiba parlavano di vittime del potere, di guerra, di propaganda, di memoria, in anni in cui certi temi sembravano lontani. «Noi tra i 20 e i 30 anni abbiamo creato la trilogia delle vittime del potere. – ricorda Pelù – Non abbiamo avuto paura di schierarci con le vittime del potere, che siano palestinesi o cambogiani, gli iraniani massacrati dal potere, e anche gli israeliani che si schierano dalla parte della pace».
La sensazione è che i testi di 17 Re siano invecchiati meglio di tantissime canzoni contemporanee. «Sembrano scritti ieri. – dice ancora Pelù – Sono iper attuali». Non è dunque un ritorno: 17 Re era già qui, da sempre, ad aspettare che il mondo gli venisse dietro.
In mezzo a tutto questo, c’è anche una storia bellissima che chiude il cerchio. Andrea Rosi, Sony, racconta di quando quarant’anni fa Caterina Caselli gli mise in mano quel disco, realizzato da una band fiorentina, dicendogli semplicemente di ascoltarlo. «Da lì ho visto la luce. – racconta Rosi – Il giorno dopo ho preso la macchina, sono andato a Firenze e abbiamo chiuso questo contratto». Oggi, quarant’anni dopo, è ancora lì. «Il mio cerchio si chiude oggi. – dice – Da fan non vedo l’ora di essere in prima fila a sentire il concerto».
Foto di Riccardo Bagnoli via Ufficio Stampa