Tra fragilità, cicatrici, ansia generazionale e sperimentazione sonora, il cantautore romano pubblica il suo primo album ufficiale: ‘Ogni canzone è un cerotto diverso’.
A vent’anni si è troppo grandi per chiedere aiuto e troppo piccoli per capire davvero cosa fare. È probabilmente qui, in questa terra di mezzo fatta di paura, entusiasmo, disordine e voglia di trovare il proprio posto, che nasce Cerotti, il primo album di LUPO, uscito il 20 febbraio per Sins Records. Un disco che parla di ansia generazionale, inadeguatezza, noia, rapporti sbagliati e paura di crescere, ma lo fa senza retorica, attraverso un pop irrequieto e cangiante che passa dall’elettronica al rock, dalle ballad ai pezzi più sperimentali.
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Per LUPO, al secolo Lupo De Matteo, classe 2001, ogni brano è un piccolo rimedio emotivo: non una guarigione definitiva, ma qualcosa da mettere sopra alle ferite quotidiane. Cerotti non è dunque soltanto un disco sulla fragilità: è anche il primo momento in cui l’artista romano sente di aver trovato un ordine dentro il caos.

Cerotti sembra un disco molto costruito, ma allo stesso tempo molto spontaneo. Come è nato?
«È stato un processo nuovo. Per la prima volta mi sono ritrovato a lavorare non soltanto con il mio solito collaboratore, Giovannelli, ma anche con altri due ragazzi che di solito curavano la parte più tecnica, Mattia Micalich e Luca Scarfidi. Ci siamo ritrovati a lavorare a otto mani e all’inizio cercavamo più di capire come muoverci. Non c’era già Cerotti nella mia testa. È nato piano piano, seguendo il flusso, creando una linea che forse c’era sempre stata, ma dovevamo ancora comprendere».
Questa linea è nata anche dai testi e da quello che stavi vivendo?
«Sì. Io sono molto alla mano con loro quando lavoro. Magari c’era un momento in cui ero particolarmente preso male o arrabbiato, robe molto semplici, e dal momento che ci conosciamo loro mi aiutavano. Mi portavano delle demo, delle idee e io riuscivo a cavalcarle con il testo. Così si è creata quella famosa linea».
Molti artisti raccontano lo studio come una sorta di seduta psicologica.
«Sotto certi aspetti si risparmia parecchio, però a modo suo aiuta».

Una delle cose più interessanti del disco è il lavoro sul suono. Ci sono brani più dance, altri più ballad, altri ancora quasi sperimentali.
«Sono molto per il cosiddetto tutti i gusti, nel senso che mi piace adattarmi. Quando abbiamo capito che avremmo scritto tutti insieme l’album, avevamo già in testa questa cosa di voler spargere la mia personalità su diverse sonorità. Allo stesso tempo, essendo una situazione di condivisione, io ascolto un certo tipo di musica, gli altri tre ragazzi tutt’altro e ognuno aveva il suo mondo. Credo sia stata l’idea migliore, perché riesce a soddisfare un pubblico diverso ma anche me e le mie varie necessità. Come un ascoltatore qualsiasi».
In effetti sembra che ogni brano possa esistere soltanto con quella base.
«Sì, ogni pezzo riflette un mood specifico. È una diversificazione che per me ha senso proprio per questo».
Penso soprattutto a brani come Cicatrici o Supersonico, dove c’è un lavoro molto forte anche sulla voce, sulle distorsioni, sui cambi di atmosfera.
«Pezzi come Supersonico, ma anche Cicatrici, sono i brani che avrei voluto fare tempo fa, quando avevo appena iniziato, ma probabilmente mi mancava ancora un po’ di maturità per renderli ascoltabili. Quando cerchi di sperimentare ti prendi delle libertà che spesso ti portano a esagerare. Quindi il fatto che Cicatrici ti sia piaciuta per me è una piccola vittoria, perché vuol dire che qualche passo avanti è stato fatto».
Nel disco affronti temi come la noia, l’autosabotaggio, il confronto costante con gli altri. Da cosa nascono questi testi?
«Mi reputo una persona abbastanza sensibile e mi piace molto parlare con le persone, passarci del tempo. Quello che mi ha spinto spesso era cercare di arrivare a chi mi sta vicino. Credo che questo sia uno dei punti più importanti per un artista: non bisogna scrivere solo per se stessi, bisogna ricordarsi che c’è qualcuno che ti ascolta».
Cerotti sembra parlare molto ai ventenni di oggi, a quella sensazione di sentirsi sempre in ritardo.
«Ti avrei detto di sì, però ci sono state persone della generazione di mio padre che mi hanno detto una cosa molto vera: si cresce fisicamente, ma spesso si resta ragazzi. Un amico di mio padre mi ha detto che probabilmente ho scritto questi testi pensando a persone della mia età, ma lui ci aveva trovato dentro esattamente la stessa sensazione di crescere e non sentirsi pronti. Io scrivo a chi effettivamente mi vuole ascoltare».
Anche la copertina sembra raccontare questo legame tra il te di oggi e quello di ieri.
«Mi è venuta subito in mente. Ho iniziato a spulciare tutte le foto di quando ero piccolo, perché mi ricordavo di averne tante mentre suonavo la tromba o la batteria con le pentole. Ed è uscita questa idea. Ho pensato: mi piace, sono sempre io. Era quello il concetto. Sono io anche adesso. È una dedica al me stesso che spaccava le pentole».

Quando hai chiuso il disco e l’hai riascoltato, che fotografia hai visto del tuo momento artistico?
«Non mi aspettavo di riuscire a fare un progetto così ordinato. Il mio problema è sempre stato l’ordine. La musica mi aiutava a tirare fuori quello che nella mia testa era messo ancora peggio. Però riuscire a farlo con una linea, un senso, una logica e un significato… ancora non so come ho fatto. Però vuol dire che pian piano sto imparando».
Eppure dentro il disco resta anche un certo disordine.
«Quello non lo leveremo mai. Sarà sempre un tratto nostro. Facciamo come ci pare».
Foto di Marco Gennari