Nayt, l’arte di ‘io Individuo’: «Decostruisco l’ego e racconto la frammentazione del reale»

Ci sono progetti musicali in cui l’estetica è un corollario, un accessorio di abbellimento o un racconto didascalica. Poi ci sono quei lavori in cui musica, parole e immagini sono inscindibili nella comunicazione del messaggio che l’artista vorrebbe mandare. È questo il caso di io Individuo, nuovo album di nayt che in tredici tracce esplora l’essere umano come ‘animale sociale’ – per citare Aristotele –. In modo tale da dissolvere l’ego per concentrarsi sull’anima relazionale. Con se stessi, cero, ma anche con l’altro, con la natura, con la collettività fino ad arrivare a quel noi Individui Tour che sarà la realizzazione esperienziale dell’intero processo riflessivo.

Parlare di estetica con questo lavoro è anche parlare di grafica a partire da un dettaglio che però ha valore ontologico: la scelta di maiuscola e minuscole del titolo. Da scriversi rigorosamente io Individuo non per vezzo ma per scelta. La spiega lo stesso artista: «La maiuscola su Individuo serve a spostare l’attenzione su quella parola, su quel concetto. E forse anche a provare a decostruire un po’ l’ego».

«Il titolo è uscito durante la scrittura delle canzoni – prosegue – nel senso che mi sono accorto che la parola “individuo” tornava spesso. In fondo, quello che stavo vivendo in questo periodo della mia vita era proprio questo conflitto. Questa difficoltà che riscontro in me, ma che credo riguardi in generale tutti gli individui, nel riuscire a sentirsi parte di qualcosa. Il disco, fondamentalmente, indaga questo: pone una domanda esistenziale che per me è centrale, cioè come si fa a stare insieme e a restare insieme.

E lo fa attraversando e approfondendo relazioni diverse: relazioni affettive, amicali, parentali, sociali e professionali. Parlo dell’industria musicale, del rapporto con il pubblico, del rapporto con gli altri, del rapporto con le donne, ma anche del rapporto con le proprie origini». L’aspetto relazione come nodo centrale del disco si sviluppa anche nell’artwork fin dalla copertina in cui nayt sceglie di non apparire ma si affida a un’opera d’arte (anzi quattro, come le varianti delle cover) dai tratti onirici.

L’arte in copertina e la natura nelle fotografie dell’artwork

Anche per la conferenza stampa, ad accoglierci è un ambiente immersivo in cui sono esposti quadri e fotografie (queste scattate da nayt stesso). «Non entrerò in una spiegazione troppo didascalica, perché non è quello che amo fare, però tutto questo mondo legato a fauna e flora è qualcosa che sto affrontando già dal disco precedente», osserva l’artista entrando nel merito del progetto estetico. «Nel lavoro scorso i fiori erano al centro di tutto; quest’anno invece c’è un rapporto più diretto con gli esseri viventi. I visual mostrano animali diversi che interagiscono tra loro oppure che occupano uno spazio in solitudine, e in qualche modo questo è anche un modo per ricordarci l’animale che siamo».

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«Cerco di togliere, come in Prima che, le strutture sociali che fanno parte della nostra vita, non perché siano sbagliate o perché debbano essere eliminate, ma per provare ad andare sotto la superficie di certi meccanismi. Con la speranza di riuscire a guardarci per quello che siamo davvero». Ed è significativo che per un album che si intitola io Individuo, l’artista non sia messo in copertina.

Al suo posto un quadro acrilico su tela 120x120cm dipinto a mano dall’artista Ozy e ispirato dalla fotografia De Schimmel (1992) del tedesco Hannes Wallrafen. «È il risultato di una lunga ricerca con Ozy – ricorda nayt – A un certo punto ci siamo imbattuti in uno scatto di Wallrafen che ci ha colpiti profondamente: ci è sembrato subito potentissimo e abbiamo deciso di riprenderlo e reinterpretarlo.

In realtà credo che l’interpretazione resti comunque soggettiva, e che possa convivere anche con quella dello scatto originale. Quello che posso dire, senza voler spiegare troppo, è che mi affascinava molto questo simbolo del cavallo bianco che irrompe in uno spazio artificiale, costruito. Mi piaceva l’idea di portare questa immagine in una dimensione realizzata in modo umano, analogico: non c’è intelligenza artificiale, non c’è nulla di artificiale in questo senso. Tant’è vero che oggi qui sono esposti i quadri originali».

E poi le fotografie. «Scatto in analogico da qualche anno durante i miei viaggi. Ho iniziato in Giappone e poi ho continuato a coltivare questa passione in giro per il mondo. Collegandoci a questo concept, ci è sembrato naturale inserire questi piccoli scatti all’interno del disco: mi piaceva l’idea di rappresentare il mio sguardo, che è poi ciò che provo a esprimere anche nella musica, ma in questo caso attraverso un linguaggio visivo».

L’installazione tra specchi e parole

Tutto attorno a noi un allestimento fatto anche di specchi e parole dall’installazione proposta a Sanremo. «Sono riflessioni a cui tengo molto. Cerco sempre di costruire un’esperienza immersiva a 360 gradi, che possa coinvolgere tutti i sensi. Anche gli specchi, ad esempio, hanno un significato preciso: rappresentano la frammentazione della realtà che viviamo oggi. La ripetizione dell’immagine rimanda alla ripetizione dell’uguale, a quella condizione in cui molti di noi sono intrappolati. Ovvero un algoritmo che si ripete e che ci mostra soltanto ciò che ci piace, ciò che ci somiglia, ciò che ci conferma.

E questo finisce per allontanarci sempre di più dall’altro, riducendo la possibilità di confronto e di dibattito sano, e quindi anche la possibilità di sentirci parte di una collettività. È proprio qui che torna il concetto di Individuo. L’intero progetto grafico nasce da questo ragionamento. A un certo punto abbiamo scelto di realizzare una copertina in cui io non comparissi: né il mio volto né un simbolo diretto dell’individuo.  L’idea era che l’individuo diventasse chi osserva: chi guarda la copertina, chi ascolta il disco. Ancora una volta, quindi, mettere al centro l’altro invece che me o l’artista».

Immagini da Ufficio Stampa