A Palazzo Reale, “Plurale femminile” ripercorre l’opera di Carla Cerati tra fotografia e scrittura: 200 immagini raccontano il Novecento e le sue trasformazioni.

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Il potere della fotografia passa anche attraverso la forza di registrare un’epoca e continuare a interrogarla a distanza di anni. È ciò che riesce a fare il lavoro di Carla Cerati, il cui sguardo sulla realtà è un modo per comprendere trasformazioni e contraddizioni. Soprattutto se hanno a che fare con tutto ciò che rimane ai margini. E accanto alla fotografia, la scrittura diventa un’altra forma di esplorazione, più intima e legata alla memoria.

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Plurale femminile. Fotografia e scrittura, 1926-2026 è la grande mostra antologica che Palazzo Reale dedica a Carla Cerati fino al 10 gennaio 2027, nel centenario della nascita dell’artista e a dieci anni dalla sua scomparsa. Oltre 200 fotografie, insieme a libri, documenti, materiali d’archivio e video, ricostruiscono più di trent’anni di ricerca. Con l’obiettivo di mettere in relazione la dimensione pubblica del suo lavoro con quella privata e autobiografica.

Bergamasca di nascita e milanese d’adozione, Cerati ha attraversato il secondo Novecento osservandone da vicino i cambiamenti. Milano diventa così uno dei luoghi privilegiati della sua fotografia. Ecco scorrere davanti agli occhi la città della ricostruzione e del boom economico, delle trasformazioni urbane e delle lotte sociali. Ma anche delle manifestazioni studentesche e delle prime mobilitazioni femministe. Fino ai salotti borghesi, il tutto osservato con uno sguardo capace di alternare partecipazione e ironia.

Immagine da Ufficio Stampa

La mostra, promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale, Pernice Group e Cluster-A, è curata da Giovanna Calvenzi, Elena Ceratti e Mariateresa Cerretelli. E proprio la pluralità evocata dal titolo permette di avvicinare Cerati senza separare la fotografa dalla scrittrice, testimone di una storia personale che fa della propria esperienza memoria collettiva.

La città, la cronaca, il teatro

Nelle fotografie di Cerati Milano è un organismo che cambia insieme alle persone che la abitano. La fotografa ne segue la crescita e le fratture, attraversa i nuovi quartieri, le fabbriche, le piazze e i cortei. Registra le trasformazioni della vita quotidiana e osserva i rituali della borghesia e della cultura cittadina.

Accanto alla cronaca sociale e politica ci sono i ritratti degli intellettuali, molti dei quali realizzati negli ambienti della Libreria Einaudi di via Manzoni, luogo centrale della cultura milanese del dopoguerra. La macchina fotografica incontra poi il teatro: dal Living Theatre a Eduardo De Filippo, il gesto scenico diventa un’altra possibilità per riflettere sul confine tra realtà e rappresentazione.

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È uno sguardo che non cerca necessariamente l’immagine spettacolare. Piuttosto, sembra interessato a ciò che accade quando la macchina fotografica si mette in ascolto di una situazione. E lascia che siano le persone, i luoghi e i corpi a raccontare qualcosa del proprio tempo.

Immagine da Ufficio Stampa

«Accogliere a Palazzo Reale una mostra antologica dedicata a Carla Cerati significa restituire a Milano lo sguardo di un’autrice che ha saputo raccontarne, con rigore e sensibilità rare, le trasformazioni sociali, urbane e culturali di oltre mezzo secolo», dichiara Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del Comune di Milano.

«Nel centenario della nascita, la città riconosce nella sua opera un patrimonio vivo e ancora capace di interrogare il presente, di parlare alle nuove generazioni con la stessa forza con cui ha saputo raccontare la propria epoca». Un’attualità che passa anche attraverso la capacità di Cerati di mettere al centro figure femminili e situazioni che raccontano un cambiamento ancora in corso.

«Questa mostra è un viaggio visivo e letterario attraverso oltre 200 opere, pensato per riscoprire una delle grandi protagoniste della cultura italiana. E, con lei, le figure femminili che nel corso del Novecento hanno saputo farsi specchio critico del proprio tempo», conclude Sacchi.

Morire di Classe, quando la fotografia diventa testimonianza civile

Tra i nuclei più importanti dell’esposizione c’è Morire di Classe, il reportage realizzato da Carla Cerati insieme a Gianni Berengo Gardin nel contesto del lavoro di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia e pubblicato da Einaudi nel 1969.

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Le immagini degli ospedali psichiatrici portano alla luce una realtà allora in larga parte sottratta allo sguardo pubblico. Sono fotografie difficili, che mostrano la condizione di chi viveva all’interno dei manicomi senza trasformare la sofferenza in spettacolo. La loro forza documentaria contribuì al dibattito sulla condizione manicomiale che avrebbe accompagnato il processo culminato nella Legge Basaglia e nella definitiva chiusura degli ospedali psichiatrici italiani.

E accanto a questo lavoro, Plurale femminile riunisce le fotografie dedicate alla cronaca politica, le ricerche sulla condizione delle donne e sul corpo femminile, i paesaggi, le architetture e le sperimentazioni degli anni successivi. Un percorso che non procede per compartimenti stagni, ma costruisce corrispondenze tra esperienze apparentemente lontane.

La fotografia e la scrittura, due forme della memoria

È proprio nel rapporto tra immagine e parola che la mostra trova una delle sue chiavi più interessanti. Se la fotografia permette a Cerati di stare dentro il proprio tempo, la scrittura le offre uno spazio diverso. Qui è possibile tornare sui ricordi, rielaborare l’esperienza e attraversare la dimensione autobiografica.

«La mostra nasce dalla volontà di restituire Carla Cerati nella sua interezza, senza separare la fotografa dalla scrittrice e la storia pubblica dalla memoria privata», afferma Elena Ceratti, figlia dell’autrice e co-curatrice della mostra. «Il suo lavoro è plurale nei linguaggi e nei temi, ma nasce da una stessa necessità: comprendere il proprio tempo e trovare una forma per raccontarlo».

Immagine da Ufficio Stampa

È una definizione che restituisce anche il senso del titolo Plurale femminile. Plurale perché sono molte le forme attraverso cui Cerati ha cercato quella comprensione: la fotografia documentaria e il ritratto, il teatro e la cronaca, il corpo e il paesaggio, la scrittura e la memoria. Femminile non come categoria chiusa, ma come prospettiva attraverso cui leggere una parte significativa della cultura e delle trasformazioni del Novecento.

La dimensione privata non cancella dunque quella pubblica, così come la memoria personale non si separa dalla storia collettiva. Sono due direzioni dello stesso lavoro, due modi di interrogare ciò che resta dopo che un momento è passato.

A un secolo dalla nascita, Carla Cerati torna così a Milano attraverso un progetto che non guarda alla sua opera come a un capitolo concluso della storia della fotografia italiana. Al contrario, le immagini sembrano mantenere una capacità precisa di entrare nel presente: perché parlano di città che cambiano, corpi, disuguaglianze, identità, rapporti sociali, donne e memoria.

Immagini da Ufficio Stampa

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