Fino al 31 gennaio 2027, Palazzo Reale ospita ‘Dalí e la Moda’, oltre 200 opere raccontano il rapporto tra surrealismo, moda, corpo e identità.

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Dal 24 settembre 2026 al 31 gennaio 2027, Palazzo Reale ospita Dalí e la Moda, mostra internazionale che indaga il rapporto tra Salvador Dalí e il fashion system. E lo fa in un percorso che attraversa oltre 200 opere tra abiti, gioielli, fotografie, documenti e materiali d’archivio. Si tratta, come viene sottolineato dagli organizzatori e dai rappresentanti del comune di Milano, di un progetto che significativamente inaugura la nuova stagione espositiva dell’istituzione milanese nel corso della Milano Fashion Week secondo una prospettiva capace di oltrepassare le categorie consuete.

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Perché Dalí non è stato soltanto un pittore che ha influenzato gli stilisti. Piuttosto, un artista totale che ha compreso in anticipo il potere dell’abito, della fotografia, della pubblicità e della performance nella costruzione dell’identità e nella trasformazione del corpo. Ha intuito, infatti, che l’arte poteva uscire dalla tela per entrare nella vita quotidiana. Così come nei dispositivi della cultura di massa e nei meccanismi attraverso cui un’immagine diventa riconoscibile, desiderabile, memorabile.

«È una mostra molto importante, che inaugura nella settimana della moda, dopo la celebrazione del fashion internazionale di Vogue World», ha dichiarato Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del Comune di Milano. «Questo progetto è centrale nel nostro programma quinquennale e l’abbiamo fortemente voluto perché cercavamo un’operazione culturale che non celebrasse soltanto la moda o l’arte di Dalí, ma che riuscisse a unirle».

Foto Monkeys Video Lab da Ufficio Stampa

Ed è proprio nell’attraversamento dei linguaggi che si trova la chiave della mostra. «Scopriamo così un Dalí che si muove toccando il teatro, il cinema, la moda, la fotografia, la pubblicità e la gioielleria», ha aggiunto Sacchi. Sottolineando la natura interdisciplinare di un percorso che non separa l’opera dall’immagine pubblica dell’artista, né il suo universo creativo dalle forme attraverso cui è stato diffuso e reinterpretato.

Un ‘artista totale’ tra arte, moda e comunicazione

Promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale, MondoMostre e Civita Mostre e Musei, in collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, Dalí e la Moda riunisce materiali provenienti dalle principali collezioni dedicate all’artista. Immancabile la Fondazione con sede a Figueres, così come il Dalí Museum di St. Petersburg (Florida) e il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid. A questi si aggiungono gli archivi storici di maison come Schiaparelli, Chanel, Dior e Rabanne.

Il risultato è lo snodarsi piacevolissimo di ambienti in cui lo sguardo viene sorpreso dal rapporto costante tra pittura, disegno, fotografia, cinema, design, editoria, abiti e accessori. Nel segno di una complessità dialogica che l’autore fece propria come in un laboratorio creativo.

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«Non esiste un Dalí artista e un Dalí stilista, solo un artista totale in grado di lasciare il suo segno ovunque fosse possibile. Come i maestri del Rinascimento, come Leonardo o Michelangelo», dichiarano Montse Aguer (direttrice scientifica della mostra) e Laura Bartolomé (curatrice e vicedirettrice Ricerca e Progetti della Fundació Gala-Salvador Dalí). Una definizione che allontana l’idea di una distinzione rigida tra il Dalí pittore e il Dalí coinvolto nella moda, per restituire una visione unitaria della sua ricerca.

Il rapporto con il fashion system, come ha spiegato il direttore di Palazzo Reale Domenico Piraina, fu del resto uno scambio reciproco. «Da un lato, la moda ha dato a Dalí la possibilità di promuovere e diffondere la propria poetica. Dall’altro, l’artista aveva intuito che si stava andando verso una prospettiva in cui spettacolo e comunicazione tendevano a fondersi nella moda». In questo spazio di contaminazione, Dalí trovò un ulteriore terreno di espressione, mentre la moda beneficiò della sua «fantasia creativa iperbolica».

Il guardaroba come costruzione dell’identità

Prima ancora di diventare uno dei protagonisti del surrealismo, Dalí aveva riconosciuto nell’abbigliamento uno strumento per costruire e manifestare la propria identità. Con l’arrivo di Gala, nel 1929, abiti e accessori entrarono a far parte di un linguaggio condiviso, attraverso il quale la coppia elaborò la propria immagine pubblica. In questo contesto fotografi, riviste e campagne pubblicitarie contribuirono a diffondere quella rappresentazione, trasformando l’artista in una figura spettacolare e immediatamente riconoscibile.

Foto Monkeys Video Lab da Ufficio Stampa

Il percorso espositivo mette in relazione proprio il guardaroba di Dalí e Gala con le opere dell’artista,. E mostra come il corpo vestito, gli accessori e la messa in scena dell’identità ricorrano in forme differenti nella sua produzione. Gli abiti appartenuti a Gala, realizzati da Elsa Schiaparelli, Christian Dior, Coco Chanel, Pierre Cardin, Hubert de Givenchy, Gucci ed Emilio Pucci, raccontano una storia di collaborazioni e influenze che si estende per buona parte del Novecento.

Il guardaroba di Dalí appare, invece, più eclettico, legato alle performance, alle fotografie e alle apparizioni pubbliche. Il vestito non è soltanto un elemento da indossare, ma un dispositivo attraverso cui modificare la percezione di sé e costruire una presenza. La precisione con cui l’artista rappresentava gli abiti nei dipinti consente inoltre di mettere in relazione alcune opere con i capi conservati ed esposti in mostra.

Per Laura Bartolomé, il progetto non intende limitarsi a una rilettura storica, ma vuole interrogare l’attualità di Dalí. «Non vogliamo soltanto guardare indietro, ma osservare il presente e l’attualità di un artista capace di proiettarsi verso il futuro». La mostra si articola così attraverso tre chiavi di lettura: «immagine, creazione e corpo».

La prima riguarda la consapevolezza con cui Dalí comprese il ruolo della moda nella costruzione dell’immagine di sé, soprattutto dopo l’incontro con Gala e grazie al lavoro dei fotografi e dei designer del tempo. La seconda osserva la moda come un campo allargato della creazione artistica. Qui si sviluppano collaborazioni specifiche con Schiaparelli, Dior, Paco Rabanne, Gucci e Pucci fino alle influenze su stilisti e creativi contemporanei. Tra questi si incontrano Maria Grazia Chiuri, Jonathan Anderson e John Galliano. La terza, infine, conduce verso il corpo, che nell’opera di Dalí viene scomposto e ricomposto per diventare elemento del linguaggio dell’abito e del gioiello.

Il sogno, la performance e l’abito impossibile

Ma per Dalí, la moda è anche il territorio del sogno. Nel 1935 l’artista realizzò per Harper’s Bazaar l’illustrazione “Dream” Fashions by Salvador Dalí, nella quale le figure femminili immerse in un paesaggio onirico trasformano l’abito in un’immagine mentale. Un anno più tardi comincia la collaborazione con Elsa Schiaparelli, destinata a diventare una delle alleanze più significative tra arte e moda del XX secolo.

L’abito può allora diventare una superficie perturbante, ironica, erotica o fantastica. Può modificare il corpo, alterarne i confini, suggerire una diversa idea di femminilità e introdurre nella realtà quotidiana elementi appartenenti al sogno. È il caso dell’Abito Aragosta, realizzato da Dalí per Schiaparelli e reso celebre dalla fotografia di Cecil Beaton che ritrae Wallis Simpson, pubblicata da Vogue.

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Anche il rapporto con Coco Chanel si sviluppa oltre il semplice disegno di un abito. Nel 1939 Chanel collabora con Dalí ai costumi di Bacchanale, produzione dei Ballets Russes de Monte Carlo per la quale l’artista realizza anche la scenografia e il libretto. Il progetto riunisce pittura, moda, teatro, danza e spettacolo in una forma di opera d’arte totale, anticipando una concezione sempre più fluida dei confini tra discipline.

Negli anni Sessanta, la moda entra inoltre nelle performance di Dalí attraverso le creazioni di Paco Rabanne. La collezione Gli abiti impossibili da indossare, presentata nel 1966, porta sulla scena dischi e placche di metallo e plastica, trasformando il vestito in una struttura architettonica e in una scultura da indossare. Dalí ne riconosce la forza innovativa e integra queste forme nelle proprie azioni, coinvolgendo modelle e performer.

In alcune performance è la pittura stessa a diventare gesto scenico. Il colore invade gli abiti, il corpo e lo spazio, mentre moda, architettura, spettacolo e materia si fondono in un’unica esperienza. L’immaginario surrealista non rimane così confinato all’opera, ma si espande nella dimensione dell’evento e della comunicazione.

Il corpo come materia da trasformare

Il corpo costituisce uno dei territori di incontro più fertili tra il surrealismo e la moda. Nella pittura di Dalí, occhi, mani, teste, dita, seni e torsi vengono isolati e ricombinati secondo una logica nuova, spesso perturbante. Il corpo perde la propria integrità per diventare una composizione di frammenti, un campo di possibilità.

Denise Bellon, Salvador Dalí with a mannequin at the Exposition internationale du Surréalisme in Paris, 1938. Vintage gelatin silver print, 23.8 x 26 cm, Fundació GalaSalvador Dalí, Figueres © Denise Bellon / akg-images © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026

La ricerca prosegue nei gioielli progettati dall’artista a partire dal 1949. Occhi, labbra e mani si trasformano in oggetti preziosi che, una volta indossati, modificano la percezione del corpo. «L’ultima sala è dedicata al corpo e alla sua sperimentazione nell’opera di Dalí», ha spiegato Bartolomé. «Senza il corpo non esiste l’abito, e il corpo viene scomposto e smembrato in elementi del linguaggio della moda, che possono trasformarsi anche in gioielli».

È in questo passaggio che Dalí e la Moda trova uno dei suoi nuclei più contemporanei. Il corpo non è una presenza stabile, ma una materia aperta alla trasformazione. L’abito non si limita a seguirne le forme: può alterarle, enfatizzarle, frammentarle o suggerire una diversa identità. Una prospettiva che continua a risuonare nella ricerca della moda contemporanea, dove il confine tra persona, immagine e costruzione visiva è sempre più mobile.

Una mostra sulla modernità

Nel complesso il progetto di Palazzo Reale invita a osservare la modernità attraverso il lavoro di un artista che ne ha intuito precocemente i meccanismi. Dalí comprese il valore della circolazione delle immagini, il ruolo dei media, la forza della pubblicità e il potere della spettacolarizzazione. La sua opera non si limita quindi a essere una fonte di ispirazione per gli stilisti, ma partecipa alla costruzione di un sistema visivo nel quale arte, moda e comunicazione finiscono per condividere strumenti e linguaggi.

Judith Clark (curatrice e storica della moda e professoressa presso la University of the Arts di Londra) sottolinea la necessità di evitare una lettura meramente imitativa dell’universo daliniano. «L’intenzione non era competere con Dalí, né lasciarsi intimorire dalla sua teatralità. Era necessario avere il coraggio di essere più minimalisti, lasciando da parte la paura per aprirsi a un nuovo incontro con la sua opera». Una sfida curatoriale che si traduce nella scelta di accostare supporti diversi, senza pretendere di ricostruire artificialmente la scenografia spettacolare dell’artista.

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La moda, in questa prospettiva, diventa un atto concettuale oltre che produttivo. Il vestito è un oggetto, ma anche un’immagine. Il gioiello è un ornamento, ma anche una trasformazione del corpo. La fotografia è una testimonianza, ma anche uno strumento di costruzione dell’identità. È in questa pluralità di significati che l’eredità di Dalí continua a interrogare il presente.

A quasi quarant’anni dalla storica mostra Surrealism and Fashion del Fashion Institute of Technology di New York, Dalí e la Moda restituisce dunque la figura di un artista per il quale i confini tra pittura, abito, cinema, teatro, fotografia e performance non sono mai stati definitivi. Un autore che ha trasformato ogni mezzo in un’estensione della propria immaginazione e che, ancora oggi, invita a guardare la moda non soltanto come una forma del gusto, ma come un linguaggio capace di raccontare il tempo, reinventare il corpo e dare forma al desiderio.

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