Fino al 13 dicembre 2026 la Fondazione Magnani-Rocca celebra Man Ray con oltre 250 opere e una grande retrospettiva dedicata alla sua arte senza confini. L’intervista ai curatori.
Tutto. Titolo ambizioso, non c’è che dire ma dopo aver visto la mostra qualcosa ci suggerisce che sarebbe piaciuto parecchio all’artista. Alla Fondazione Magnani-Rocca, nella Villa dei Capolavori di Mamiano di Traversetolo, Man Ray torna a essere osservato nella sua interezza. Non soltanto il fotografo delle immagini diventate icone del Novecento, ma l’artista capace di passare dalla fotografia alla pittura. Dalla scultura al design, dalla grafica al cinema. Seguendo una stessa, inesauribile necessità: inventare immagini.
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In programma fino al 13 dicembre, a cinquant’anni dalla scomparsa dell’artista, Man Ray: tutto presenta oltre 250 opere per una retrospettiva completa. In un percorso che sceglie di non separare i diversi linguaggi attraversati da Man Ray, ma di metterli in relazione fra loro. E restituire così la natura profondamente trasversale della sua ricerca.
E la cornice risulta quanto mai azzeccata, amplificando il dialogo con una collezione permanente che riunisce alcuni dei grandi protagonisti della storia dell’arte. Ci sono Tiziano e Dürer, Goya e Canova, fino a Renoir, Monet, Cézanne, de Chirico, Morandi e Burri. Così, Man Ray diventa quasi un punto di convergenza tra movimenti, discipline e ambienti diversi.

In fondo, la sua stessa dichiarazione di poetica chiarisce questa libertà: «Dipingo ciò che non può essere fotografato, ciò che proviene dall’immaginazione, dai sogni o da una spinta inconscia. Fotografo le cose che non desidero dipingere, le cose che hanno già un’esistenza».
Il percorso espositivo
Questa continua oscillazione tra ciò che esiste e ciò che viene immaginato sottende il viaggio nelle sale, che dagli esordi americani approda alla stagione dadaista. Per poi spostarsi a Parigi e all’immersione nell’ambiente surrealista. Esempio ne sono i rayographs e le solarizzazioni, le fotografie delle sue muse e dei protagonisti delle avanguardie, i lavori realizzati per la moda e quelli nati dalla sperimentazione personale. C’è Le Violon d’Ingres, l’immagine del 1924 con Kiki de Montparnasse trasformata in una sorta di strumento musicale, ma anche Noire et Blanche, Lacrime, La preghiera e i ritratti di Lee Miller e Nusch Éluard.
Accanto alla fotografia convivono la pittura e gli oggetti, i ready-made e la grafica, il design e il cinema. Cadeau, il ferro da stiro trasformato attraverso l’applicazione di chiodi, racconta già nella sua stessa storia il rapporto di Man Ray con la riproducibilità e con l’idea di originale. Lo stesso vale per il metronomo di L’oggetto indistruttibile, legato all’immagine di Lee Miller e successivamente trasformato, anche nel titolo, in Un oggetto da distruggere.
L’oggetto quotidiano, dunque, non rimane mai semplicemente quello che è. Può diventare altro attraverso un intervento, un’associazione, una parola. Ed è qui che entra in gioco anche una delle caratteristiche più fertili dell’opera di Man Ray: l’ironia, capace di convivere con il mistero e di spostare continuamente il punto di vista dello spettatore.

È una prospettiva che attraversa anche la costruzione della mostra, curata da Walter Guadagnini, Mauro Carrera e Stefano Roffi, che hanno lavorato per restituire non una sequenza di capolavori isolati, ma il percorso di un artista impossibile da racchiudere in una sola definizione.
«Questa esposizione, Man Ray: tutto, vuole restituire al grande pubblico la particolarità di questo artista. Che è da considerare un pianeta per la ricchezza non soltanto tematica, ma anche espressiva», ci spiega Carrera.
Il ‘pianeta’ Man Ray secondo i curatori Walter Guadagnini e Mauro Carrera
La parola pianeta è forse una delle immagini più efficaci per avvicinarsi a Man Ray. La sua produzione non procede lungo una linea unica: torna su alcuni temi, li modifica, li trasferisce da un mezzo all’altro, li osserva da prospettive differenti. Una fotografia può nascere da un oggetto; un oggetto può diventare una scultura; una parola può alterare completamente il significato di un’immagine.
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«Ci sono dei temi cardine che porta avanti nel corso del suo cammino creativo – prosegue Mauro Carrera – ma la cosa interessante è che in questo percorso cambia veicolo frequentemente. Quindi ci sono pittura, fotografia, scultura, design che si alternano facilmente».
La mostra segue proprio queste traiettorie, senza pretendere di ricondurle a un ordine troppo rigido. Dopo gli anni americani, l’arrivo a Parigi apre a Man Ray il confronto con Duchamp e con la comunità dadaista e surrealista. Le fotografie diventano anche una straordinaria testimonianza di quel mondo. Dalí, Breton, Picasso e molte altre figure della cultura e dell’arte del tempo passano davanti al suo obiettivo.
Negli anni Trenta il surrealismo diventa una componente centrale della sua ricerca, mentre la pittura continua a svilupparsi parallelamente alla fotografia. È il periodo di opere come À l’Heure de l’Observatoire, les Amoureux, dove le labbra di Lee Miller assumono una dimensione monumentale e visionaria sopra Parigi.
Ma anche gli oggetti e la grafica rivelano una concezione dell’arte lontana dalla sacralizzazione dell’opera unica. Man Ray sembra interessato piuttosto alla possibilità di trasformare, replicare, spostare e reinterpretare le immagini e le cose.
«Come curatori abbiamo cercato di ricostruire l’idea che ha guidato Man Ray per tutta la sua vita, cioè quella di riuscire a inventare immagini con ogni mezzo», prosegue il curatore Walter Guadagnin. «Poteva essere una macchina fotografica, un pennello, come pure gli oggetti che si trovava per caso in mano. E da quelli partiva e inventava un mondo, sempre aiutandosi con gli occhi e con l’intelligenza, ma anche con la parola.
Perché tanti di questi oggetti, ad esempio, diventano qualcosa d’altro attraverso la parola, il titolo, che ogni tanto ci aiuta a capire, ogni tanto invece ci porta da tutt’altra parte. Così ci troviamo in un mondo sorprendente che magari non capiamo, ma sicuramente molto divertente».

In questo universo apparentemente libero da regole, il titolo diventa così parte dell’opera, costruendo spesso un cortocircuito. «Nell’arte contemporanea – osserva Guadagnini – si vedono delle immagini stranianti senza titolo. E questo rende oscura l’arte concettuale. In Man Ray, si mantiene il senso di mistero con una connotazione assolutamente fantasiosa che mette in funzione il nostro cervello.
Una vera strada non c’è, ma questo percorso vuole offrire una serie di suggestioni per cui una fotografia di un oggetto banale finisce per assumere un significato che stimola il nostro pensiero. È un po’ questa, poi, forse, la vera missione dell’arte, soprattutto dell’arte moderna e poi quella contemporanea: stimolare la nostra capacità di pensare, non soltanto l’emozione allo stato primario, ma anche la possibilità di riflettere anche dopo su quello che abbiamo visto».
(In)seguendo Man Ray
Il percorso della mostra diventa allora anche un viaggio attraverso la vita dell’artista. «Possiamo dire che, nei due anni, nei quali abbiamo lavorato a questa mostra, abbiamo forse voluto pedinare Man Ray, seguendo le tracce che ha lasciato nel corso della sua esistenza. – aggiunge quindi Guadagnini –. Queste ci hanno portato prima negli Stati Uniti, dove ha cominciato a lavorare a New York, cercando di introdurre opere difficilissime. In parte c’è riuscito, in parte no.

E poi l’abbiamo seguito a Parigi, con i suoi amici dadaisti e surrealisti: ci sono più o meno tutti fotografati da lui. Assieme alle grandi figure della moda del tempo. E siamo stati con lui per tutti gli anni Trenta, quando il surrealismo diventò il linguaggio primario suo e abbiamo approfondito la sua amicizia con Duchamp. Poi siamo tornati negli Stati Uniti, dove abbiamo scoperto che faceva anche il pittore – ne sono prova gli straordinari disegni che abbiamo voluto presentare in questa occasione. E insieme a Man Ray e alla moglie Juliet Browner siamo tornati anche noi in Europa».
È stato proprio negli ultimi anni della sua vita che cominciò a frequentare l’Italia. «Conobbe i grandi personaggi dell’arte e della cultura che frequentavano Parigi, come in pellegrinaggio, proprio per conoscere questo vecchio maestro che trovavano ancora brioso e con tanto da insegnare. Invitato da galleristi, designer, artisti, Man Ray venne spesso in Italia nel decennio chiave tra il ‘65 e il ‘75 e lasciò un’impronta profonda in quella che sarà forse l’ultima grande stagione della creatività italiana».
A cinquant’anni dalla sua morte, Man Ray: tutto ci restituisce un collage molteplice, curioso e irriducibile di una visione del mondo straordinariamente libera. Ed è proprio questa libertà, ancora oggi, a rendere Man Ray così difficile da archiviare.
Immagini da Ufficio Stampa / Crediti indicati
