Artista, curatore, direttore del Parco e organizzatore: quattro voci per leggere ‘Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology’, la mostra diffusa che porta oltre trenta astici monumentali tra le rovine e il territorio vesuviano.

Oltre trenta astici monumentali hanno invaso il Parco archeologico di Pompei e gli altri siti del territorio – da Longola a Boscoreale, da Oplontis a Villa San Marco, Villa Arianna e il Real Polverificio Borbonico – con la mostra diffusa Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology, visitabile dal 27 luglio al 30 novembre 2026. Dietro le corazze lucide e i colori accesi, però, si nasconde un progetto che tiene insieme letture diverse: quella dell’artista, del curatore, del direttore del Parco e dell’organizzatore.

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Pompei città pop, secondo Philip Colbert

Per Philip Colbert, l’arrivo dei suoi astici tra le rovine non è un semplice esercizio di stile. Come racconta nell’intervista pubblicata su Revenews, l’artista britannico considera Pompei «una città oltre il tempo», quasi «come viaggiare nel futuro». Qui il suo alter ego, The Lobster, entra in dialogo con l’arte antica pompeiana, a partire dal celebre mosaico marino della Casa del Fauno oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

L’astice-colonna installato davanti alla Basilica è l’immagine più esplicita di questo cortocircuito: una scultura che assume la forma di uno dei pilastri dell’architettura occidentale ma ne mostra anche le fratture. Per Colbert è «grande e fragile»: un pilastro rotto, ancora in piedi, che riflette la condizione della nostra società. Pompei, con i suoi resti sospesi nel tempo, diventa così il luogo ideale per mettere in scena una riflessione sul tempo e sulla resistenza delle civiltà.

La città antica, insiste l’artista, «è sempre stata una città pop»: piena di mosaici, affreschi, racconti mitologici, ben lontana dall’immagine monocroma e austera con cui siamo abituati a pensarla. Gli astici non portano colore dove non c’era, ma ricordano che Pompei era già «un centro di narrazione, di mitologia e fantasia». Per Colbert, tagliare fuori Pompei dall’arte di oggi sarebbe «una tragedia»: mostre aperte al pubblico come questa creano un legame autentico con significati storici e filosofici più profondi.

Gli astici come maschera collettiva: la lettura del curatore

Se per l’artista Pompei è una città pop oltre il tempo, per il curatore Cesare Biasini Selvaggi gli astici non sono soltanto personaggi giocosi. Nell’intervista raccolta da Revenews spiega come dietro le corazze lucide si nasconda il ritratto di un’umanità che continua a ripetere gli stessi errori: «La storia non riesce mai a insegnare agli esseri umani», ricorda, evocando le oltre cinquanta guerre in corso nel mondo.

L’astice, alter ego di Colbert, diventa così una maschera collettiva: non rappresenta solo l’artista, ma una civiltà che conosce le conseguenze di violenza, sopraffazioni e rapporto distruttivo con la natura, eppure insiste nel ripeterle. Collocati tra le rovine di una città travolta da un’eruzione, gli astici robotici in acciaio nero appaiono come «reperti mitologici del futuro», rovine speculative che proiettano sul domani le inquietudini del presente.

Il curatore Cesare Biasini Selvaggi tra le sculture di Philip Colbert a Pompei

Biasini Selvaggi legge tutta la mostra come una «marcia» che attraversa non solo Pompei ma anche Longola, Boscoreale, Oplontis, Torre Annunziata e Castellammare di Stabia. Gli astici diventano presenze che invitano a «uscire dalla comfort zone»: possono insegnare soprattutto ai più giovani che, per evolvere, bisogna abbandonare il proprio guscio e correre dei rischi. L’ironia pop, in questa chiave, non serve a fuggire dalla realtà ma a trasformarla in provocazione: «Colbert a Pompei non deve divertire o consolare: deve provocare le coscienze», sintetizza il curatore.

Il punto di vista del Parco: l’archeologia parla anche del futuro

Per Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco archeologico di Pompei, il dialogo fra l’immaginario pop di Colbert e il sito antico è l’occasione per ripensare il ruolo dell’archeologia. Nell’intervista pubblicata su Revenews osserva che il significato di Pompei non è mai fisso: cambia anche grazie allo sguardo di chi la visita. Ogni visitatrice e ogni visitatore, sottolinea, «porta la sua visione di Pompei e in questo modo la attualizza».

In questo contesto l’astice di Colbert diventa un nuovo abitante della città antica, lontano dall’immaginario tradizionale del mondo classico ma proprio per questo capace di generare un cortocircuito produttivo tra epoche e linguaggi. Non si tratta, per Zuchtriegel, di una provocazione fine a se stessa: è un modo per mettere in relazione il passato che gli archeologi studiano con le domande del nostro tempo. Le sculture nere concepite come rovine future rendono evidente un ulteriore passaggio: che cosa resterà della nostra società, della sua tecnologia e della sua cultura di massa? In questo senso, osserva il direttore, l’archeologia «apparentemente parla del passato, in realtà parla anche del futuro». Attraverso Pop Mythology, Pompei non è solo un patrimonio da preservare ma uno spazio culturale vivo, nel quale anche un astice pop può aiutare a immaginare ciò che verrà.

Il direttore del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel durante la mostra di Philip Colbert

L’eredità dell’antico e la sfida dell’allestimento

Se Zuchtriegel insiste sulla dimensione culturale del dialogo con il contemporaneo, Lorenzo Zichichi, presidente de Il Cigno Arte – che ha organizzato e prodotto la mostra con il Parco – mette l’accento sulla sfida concreta dell’allestimento. In un suo racconto su Revenews spiega come l’obiettivo fosse far entrare gli astici di Colbert in un percorso archeologico complesso senza trasformare l’antico in un semplice sfondo.

Per Zichichi, i siti archeologici che disseminano l’Italia «devono essere fonte di ispirazione» e ricordare a tutti da dove proveniamo: «Anche quello che può sembrare più lontano da quello che ci hanno dato i nostri antenati è, in realtà, frutto proprio di questa eredità». Nel caso di Colbert il legame è anche visivo: la presenza dell’astice richiama il mosaico marino della Casa del Fauno, ma le superfici metalliche, i colori accesi e le figure robotiche rivendicano con chiarezza la loro appartenenza al presente.

Proprio questo contrasto ha reso l’allestimento «la sfida più ambiziosa»: collocare sculture monumentali fra colonne, archi e percorsi di visita, rispettando la complessità e il valore archeologico del sito e, al tempo stesso, instaurando una relazione leggibile con «questo capolavoro che è Pompei e tutta la civiltà romana». Nel percorso ideato, gli astici compaiono come presenze inattese fra le rovine, a volte in forma di guerrieri, a volte come reperti giunti da un futuro immaginario.

Lorenzo Zichichi al Parco archeologico di Pompei per la mostra diffusa di Philip Colbert

Una marcia civile tra Pompei e il territorio

La mostra non si ferma ai confini dell’area archeologica più celebre. Dal 28 luglio le opere di Colbert raggiungono Longola, Boscoreale, Oplontis, Villa San Marco, Villa Arianna e il Real Polverificio Borbonico, disegnando un itinerario che porta il contemporaneo nell’hinterland campano. In questo passaggio, come ricordano sia Colbert sia Biasini Selvaggi, l’intervento acquisisce una dimensione civile.

A Longola, sito protostorico nel Comune di Poggiomarino gravemente danneggiato dall’incendio doloso del 19 giugno, una scultura viene collocata come gesto di vicinanza alla comunità e segnale di rinascita. Zuchtriegel sottolinea che «l’arte contemporanea può contribuire a mantenere alta l’attenzione sul patrimonio culturale e a trasformare una ferita in un’occasione di partecipazione e rinascita», annunciando incontri con scuole e associazioni a Boscoreale, Castellammare di Stabia, Torre Annunziata e Longola.

In questo contesto, gli astici di Colbert non arrivano tra le rovine solo per divertire o sorprendere. Nella lettura del curatore, diventano una satira di un’umanità incapace di imparare dalla storia; per il direttore, aprono uno sguardo sul futuro dell’archeologia; per l’organizzatore, mostrano come anche le immagini più pop nascano dall’eredità dei nostri antenati. E per l’artista sono il modo per ricordare che Pompei è, e forse è sempre stata, una città pop: un luogo nel quale il passato non smette di parlare al presente.

Approfondimenti

Foto: Valentina Sensi per HF4

Revenews