A Villa d’Este, l’artista cilena trasforma l’acqua in un racconto che attraversa il territorio, il cosmo e la memoria degli esseri viventi.

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L’acqua come materia viva, archivio del pianeta e possibile punto di contatto tra la Terra e il cosmo. È attorno a questo elemento che si sviluppa Cosmogonie dell’acqua, la mostra personale di Claudia Müller ospitata negli spazi di Villa d’Este, a Tivoli, fino al 18 ottobre 2026. Curata da Alberto Samonà, Davide Bertolini e Sara Tarissi de Jacobis, l’esposizione è il primo progetto nato dall’accordo di collaborazione scientifica tra l’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este e il Comune di Licenza. La mostra rientra inoltre in MuseoNatura, il programma delle VILLÆ che interpreta il patrimonio culturale e naturale come dispositivo di conoscenza ecologica e partecipativa, e nasce dalla convergenza con il progetto MuseoOFF dell’Associazione Aquila Reale di Licenza.

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Proprio il rapporto con il territorio ha avuto un ruolo decisivo nella ricerca dell’artista cilena, che vive e lavora tra Milano e Santiago del Cile. Nel 2023 Müller ha trascorso otto mesi in residenza sui Monti Tiburtini, studiando il corso dell’Aniene fino alla sua confluenza nel Tevere, filmando sott’acqua e lavorando con acquerelli, argilla e materiali raccolti lungo fiumi e laghi. A Villa d’Este questa ricerca incontra un luogo costruito sul movimento dell’acqua e sulla forza di gravità che ne alimenta fontane e giochi idraulici. Il percorso attraversa tre spazi del complesso: il Palazzo con il video Frontera Líquida, la Serra del Giardino dei Melangoli, dove si trova Acqua Lattea, e la Fontana di Arianna, che accoglie l’installazione site-specific Spirali d’Acqua. Ne abbiamo parlato con Claudia Müller.

Come nasce il progetto di Villa d’Este e quanto il luogo ha influito sulla tua ricerca?
«La mia ricerca è legata all’acqua da circa quindici anni. Nel 2023 ho vinto un bando in Cile che mi ha permesso di trascorrere otto mesi in residenza presso Aquila Reale ArteNatura, sui Monti Tiburtini. Ho studiato il territorio e i suoi corsi d’acqua, seguendo l’Aniene fino al Tevere. Ho realizzato video subacquei, acquerelli e lavori in argilla. All’interno di questa ricerca sono entrate anche le cosmologie legate all’acqua: le divinità e gli esseri mitici che, nelle diverse culture, proteggono fiumi, laghi e altri corpi idrici. In quel periodo siamo venuti anche a Villa d’Este e abbiamo filmato con una videocamera subacquea. Qui l’acqua si muove grazie alla gravità, la stessa forza che agisce nell’universo e governa il movimento dei pianeti.

L’anno successivo ho sviluppato anche Occhio di luce insieme a un’amica architetta. Abbiamo realizzato sette o otto dispositivi in acciaio e specchio che, nel giorno del solstizio, intercettavano la luce del sole e la riflettevano sull’acqua in momenti diversi della mattina. Erano una sorta di orologio solare, capace di mettere in relazione la luce, il tempo e il movimento dell’acqua. Cosmogonie dell’acqua rappresenta la sintesi di tutte queste esperienze e delle ricerche condotte nel territorio negli ultimi tre anni».

Perché hai scelto il titolo Cosmogonie dell’acqua?
«Perché l’acqua è un elemento terrestre, ma anche extraterrestre. Secondo una teoria, sarebbe arrivata sulla Terra attraverso comete e meteoriti. Secondo un’altra, invece, sarebbe stata presente fin dall’origine all’interno del pianeta. Attraverso l’acqua possiamo quindi provare a comprendere non soltanto la composizione della Terra, ma anche le forze che regolano l’universo. L’acqua attraversa tutti gli esseri viventi: passa attraverso di noi, le piante, gli alberi e gli animali. È in continuo movimento e porta con sé una memoria. In questo senso è anche un elemento molto democratico: non riconosce frontiere, percorre fiumi, mari e oceani, entra nei nostri corpi e in quelli degli altri esseri che abitano il pianeta. È come una linfa della Terra».

La prima tappa della mostra è Frontera Líquida. Che cosa racconta il video?
«Frontera Líquida è un’opera in tre parti nata dopo una residenza svolta nel 2021 in Cile, all’interno di una riserva caratterizzata dalla presenza di una grande foresta e di molta acqua. Il video comincia adottando lo sguardo di un astronomo del futuro e riprende la teoria secondo cui l’acqua sarebbe giunta sulla Terra attraverso comete e meteoriti. Successivamente, l’immagine scende sott’acqua ed entra nella sua dimensione spirituale. Nella cosmologia andina, per esempio, la Via Lattea è immaginata come un fiume di stelle nel firmamento. Anche alcune costellazioni, come l’Idra e l’Eridano, richiamano serpenti o fiumi celesti legati all’acqua.

Un’altra parte del lavoro raccoglie le immagini che ho girato durante la ricerca sull’Aniene. Filmo sott’acqua da molti anni perché mi interessa osservare uno spazio diverso da quello terrestre, quasi privo di gravità. Lavoro anche sul riflesso e sull’orizzonte: nell’immagine si forma un mondo superiore, uno inferiore e una zona intermedia, posta esattamente tra il sopra e il sotto».

In Acqua Lattea utilizzi invece l’argilla e un circuito d’acqua. Come hai costruito l’installazione?
«Ho raccolto rami e frammenti di legno morto nei boschi, sulle rive dei fiumi e dei laghi. È un materiale molto importante perché, decomponendosi, nutre il terreno e contribuisce alla rigenerazione del bosco. Ho realizzato dei calchi diretti in argilla di questi elementi e li ho collegati tra loro, creando una sorta di canale o di fontana attraversata da un circuito chiuso d’acqua. Il territorio di Tivoli è caratterizzato da acque molto calcaree. Durante la mia ricerca ho trovato frammenti di legno completamente ricoperti di calcare, tanto da sembrare fatti di argilla: erano sorprendentemente simili al mio lavoro. L’acqua che scorre nell’installazione deposita lentamente i propri minerali e lascia una traccia lungo il percorso. Per questo considero Acqua Lattea un’opera viva: è l’acqua stessa a continuare a modificarla.

L’opera è accompagnata anche da alcuni versi: L’acqua della Via Lattea, che come un serpente scende nel mare infinito del firmamento. Un portale a forma di arcobaleno collega le stelle, l’acqua e la Terra, dove i nostri spiriti parlano attraverso i fiumi ancestrali, linfa vitale del pianeta. È un’immagine che mette in comunicazione ciò che si trova nel punto più profondo della Terra con le stelle e l’universo».

Spirali d’Acqua è stata invece pensata specificamente per la Fontana di Arianna. Da quali immagini nasce?
«Le spirali che compongono l’installazione riprendono la forma dei dischi protoplanetari osservati dagli astronomi nello spazio. Sono strutture di gas e polveri dalle quali possono nascere nuove stelle e nuovi sistemi planetari. Gli scienziati studiano questi dischi anche per comprendere se possano formarsi pianeti sui quali sia presente l’acqua. Ho voluto portare questa immagine cosmica all’interno della Fontana di Arianna: un possibile sistema solare, e forse una nuova Terra, evocato attraverso l’acqua di Villa d’Este».

La mostra fa parte del programma MuseoNatura. Quanto è importante per te comunicare attraverso l’arte anche una responsabilità nei confronti dell’ambiente?
«Credo che gli artisti abbiano una responsabilità molto importante: scegliere quali immagini portare nel mondo. Nella mia ricerca torno spesso al concetto di incantamento, inteso come un incontro capace di trasformare chi lo vive. Mi domando come l’arte possa produrre questo effetto attraverso la contemplazione. Soprattutto nelle città, dove il contatto con la natura è più debole, un’opera può creare uno spazio nel quale ristabilire una connessione. Può ricordarci che noi stessi siamo natura: la parola umano è legata all’humus, alla terra. Attraverso i materiali, l’acqua, la bellezza e la dimensione immersiva dell’installazione possiamo tornare ad avvicinarci alla natura e capire che tutto ciò che facciamo all’acqua, agli animali e al pianeta lo facciamo anche a noi stessi.

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Penso anche che sia necessario recuperare una sensibilità femminile e, in questo senso, tornare al matriarcato: non come semplice contrapposizione, ma come capacità di cura e protezione. Il filosofo Raimon Panikkar ha riflettuto sulla possibilità di liberarci dalla tecnocrazia anche attraverso l’arte. Credo che le donne possano avere un ruolo molto importante in questo cambiamento, perché portano una sensibilità di cui il nostro tempo ha particolarmente bisogno».

Dopo tanti anni di ricerca, che cosa ti ha insegnato l’acqua?
«Ho compreso soprattutto la sua sensibilità. L’acqua può sembrare ferma, come accade in un lago, ma in realtà è sempre in movimento. Basta una piccola bolla d’aria per interrompere un flusso e un soffio per farlo ripartire. L’altezza, la gravità e le caratteristiche dei materiali cambiano continuamente il suo comportamento. L’acqua ha anche un tempo proprio e può passare attraverso stati differenti: diventa ghiaccio, liquido, vapore. Non è mai rigida e trova sempre il modo di proseguire. Quando lavoro alle installazioni accadono spesso trasformazioni impreviste: su un pezzo di legno possono comparire dei funghi e può formarsi improvvisamente un nuovo mondo. L’acqua è una forza vitale, energetica, ma per me possiede anche una dimensione spirituale».

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