Il curatore Cesare Biasini Selvaggi racconta il significato di ‘Pop Mythology’: gli astici di Philip Colbert attraversano il Parco archeologico e il territorio come una «marcia» contro guerre, criminalità e degrado.

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Gli astici colorati di Philip Colbert possono apparire giocosi, quasi personaggi usciti da un universo pop. A Pompei, tuttavia, non sono arrivati per divertire il pubblico né per addolcire la storia. Dietro le loro corazze lucide si nasconde, al contrario, il ritratto di un’umanità che continua a commettere gli stessi errori. È questa la lettura di Cesare Biasini Selvaggi, curatore di Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology, la mostra diffusa che fino al 30 novembre porta oltre trenta sculture monumentali dell’artista britannico nel Parco archeologico di Pompei e negli altri siti del territorio.

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«Le opere create da Philip Colbert con i suoi astici colorati riflettono la logica dei tempi contemporanei», spiega Biasini Selvaggi. «La storia non riesce mai a insegnare agli esseri umani – prosegue – questo è il motivo per cui, ad esempio, abbiamo ancora più di cinquanta guerre in tutto il mondo». L’astice, alter ego con il quale Colbert ha costruito il proprio immaginario, diventa così una maschera collettiva. Non rappresenta soltanto l’artista, ma una civiltà che conosce le conseguenze della violenza, delle sopraffazioni e del rapporto squilibrato con la natura eppure continua a ripeterle. Il confronto con Pompei rende questa contraddizione ancora più evidente: poche città conservano con la stessa forza la memoria della fragilità umana di fronte a un evento capace di interrompere il tempo.

Gli astici di Colbert oltre il Parco di Pompei

Il progetto non rimane però confinato nell’area archeologica più conosciuta. Dal 28 luglio le opere raggiungono anche Longola, Boscoreale, Oplontis, Villa San Marco, Villa Arianna e il Real Polverificio Borbonico, disegnando un itinerario nell’hinterland campano. Una scelta centrale per Biasini Selvaggi, soprattutto dopo l’incendio doloso che il 19 giugno ha devastato parte del sito protostorico di Longola, distruggendo l’infopoint e i laboratori didattici. Portare qui una delle sculture significa trasformare la mostra in un gesto di attenzione verso un luogo ferito, ma anche ricordare che la cultura non appartiene soltanto ai grandi recinti monumentali.

«Penso che sia molto interessante il percorso della mostra tutto intorno all’hinterland del Parco archeologico di Pompei», continua il curatore. «Questi grandi astici di Philip Colbert possono insegnare, soprattutto ai giovani, che per uscire dalla comfort zone dobbiamo lasciare il nostro guscio e correre dei rischi. – chiosa – Questa è la chiave dell’evoluzione».

Il guscio dell’astice diventa allora un’immagine immediata della protezione alla quale occorre rinunciare per cambiare. Da Pompei a Longola, fino a Boscoreale, Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, la «marcia» delle sculture porta il contemporaneo fuori dal suo spazio più prevedibile e dentro territori attraversati da ferite, contraddizioni e possibilità di rinascita. Il tono pop resta la porta d’ingresso, non il punto di arrivo. Perché, nella lettura di Biasini Selvaggi, Colbert non utilizza l’ironia per fuggire dalla realtà: la trasforma in una provocazione. E dietro l’astice, alla fine, lascia intravedere il nostro stesso guscio.

La mostra
Consulta la scheda evento di Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology con date, sedi e informazioni sul percorso espositivo diffuso tra Pompei e gli altri siti del territorio.

Foto di Valentina Sensi via HF4

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