Lorenzo Fiorucci racconta ‘Sorriso Etrusco’, la mostra di Tommaso Cascella che attraversa il Museo Archeologico Nazionale e il Museo della Ceramica. Un dialogo tra reperti, pittura, scultura e memoria artigianale che riporta l’artista nei luoghi dell’Etrusculudens di Sebastian Matta.

Un sorriso attraversa i secoli e riappare tra le sale di Palazzo Vitelleschi. È quello scelto da Tommaso Cascella per tornare a Tarquinia, città legata alla sua formazione e all’esperienza dell’Etrusculudens, il laboratorio creativo ideato da Sebastian Matta che negli anni Settanta provò a liberare la ceramica locale dalla ripetizione dei modelli archeologici. La mostra Sorriso Etrusco, curata da Lorenzo Fiorucci e visitabile fino al 13 settembre 2026, si sviluppa tra il Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia e il Museo della Ceramica di Palazzo dei Priori. Dipinti, opere su tavola, sculture e ceramiche entrano così in relazione con i reperti archeologici e con la storia produttiva della città, costruendo un percorso fatto di richiami, contrasti e corrispondenze.

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Il progetto accompagna la terza edizione del Premio Città di Tarquinia per la Critica d’Arte, dedicato a Luciano Marziano nel decimo anniversario della sua scomparsa. Storico e critico d’arte, allievo di Giulio Carlo Argan, Marziano contribuì in modo decisivo al riconoscimento della ceramica come linguaggio pienamente contemporaneo. Il premio è stato assegnato quest’anno a Marco Tonelli. Con Lorenzo Fiorucci abbiamo parlato della costruzione della mostra, del ritorno di Cascella a Tarquinia e della necessità di mettere davvero in dialogo archeologia e contemporaneo. Ma anche di una città che non può continuare a riconoscersi soltanto nel proprio passato etrusco.

Lorenzo Fiorucci racconta il ritorno di Tommaso Cascella a Tarquinia

Questa mostra nasce in occasione del Premio Luciano Marziano, ma non sembra una semplice mostra celebrativa. Da dove siete partiti per costruirla?
«La mostra nasce nell’ambito delle iniziative della terza edizione del Premio Luciano Marziano per la critica d’arte, dedicato a una figura che ha avuto un ruolo centrale nella valorizzazione dell’arte contemporanea e, in particolare, della ceramica. Era quindi naturale che il progetto espositivo tenesse conto di questo aspetto. Tommaso Cascella ha così arricchito un percorso composto prevalentemente da sculture e opere su tavola con una significativa selezione di lavori in ceramica, rendendo omaggio a un linguaggio che tanto ha caratterizzato l’impegno critico e culturale di Marziano.

L’esposizione si articola in due sedi. A Palazzo Vitelleschi, sede del Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia, sono presentati i dipinti, le opere su tavola e le sculture di maggiori dimensioni. Presso il Museo della Ceramica, ospitato nella sede della Società Tarquiniense d’Arte e Storia, trova invece spazio il nucleo di opere realizzate prevalentemente in ceramica, che mette in evidenza uno degli aspetti più significativi della ricerca di Cascella e instaura un dialogo diretto con la storia e la vocazione del luogo che le accoglie».

Tommaso Cascella torna nei luoghi dell’Etrusculudens

Perché avete scelto proprio Tommaso Cascella per accompagnare questa edizione del Premio?
«In realtà la STAS accompagna ormai da diversi anni la consegna del Premio Luciano Marziano con una mostra di arte contemporanea. È accaduto fin dalla prima edizione, in occasione del conferimento del premio a Flaminio Gualdoni, quando curai una mostra dedicata a Ugo La Pietra, ed è accaduto nuovamente nel 2022, quando ebbi l’onore di ricevere il Premio Marziano: in quell’occasione venne allestita una mostra di Attilio Quintili, curata da Irene Biolchini. La mostra di Tommaso Cascella si inserisce dunque in quella che può ormai essere considerata una tradizione consolidata del Premio Luciano Marziano, che affianca al riconoscimento conferito a una figura della critica d’arte – quest’anno Marco Tonelli – il progetto espositivo dedicato a un artista contemporaneo.

La scelta di Tommaso Cascella assume inoltre un significato particolare per Tarquinia. Agli inizi della sua carriera, infatti, Cascella partecipò all’esperienza dell’Etrusculudens ideata da Sebastian Matta, che proprio a Tarquinia aveva il suo centro operativo. Dedicargli oggi una mostra significa quindi riallacciare il filo con quella stagione di straordinaria vitalità culturale e artistica, riportando simbolicamente l’artista nel luogo in cui ebbe origine una delle esperienze più significative del suo percorso. È, in questo senso, un naturale ritorno a casa».

Il sorriso etrusco tra memoria e innovazione

Nel testo della mostra scrive che il sorriso etrusco diventa metafora di memoria, mani e immaginazione. Come nasce questa idea?
«In un tempo in cui la tecnologia permea ogni ambito della nostra esistenza, compresi i processi creativi, custodire la memoria del fare artistico e artigianale assume il valore di un atto di resistenza e, per certi aspetti, persino di un gesto eversivo. Per millenni l’uomo ha dato forma alla propria immaginazione attraverso l’intelligenza della mano, tramandando tecniche, segni, forme e modelli che costituiscono una parte essenziale della nostra cultura.

Sorriso Etrusco nasce proprio dal desiderio di riportare questa memoria al centro della riflessione, riconoscendo il valore di ciò che è stato e, al tempo stesso, la sua capacità di continuare a vivere e trasformarsi nelle forme che il futuro saprà generare. Il sorriso diventa così il simbolo di questo passaggio: un elemento che richiama la dimensione ludica dell’arte e, insieme, la libertà dell’atto creativo, ricordandoci che ogni autentica innovazione nasce sempre dal dialogo con una memoria condivisa».

Quando l’arte contemporanea incontra l’archeologia

Oggi molti musei mettono in dialogo archeologia e contemporaneo. Qual è la vera rilevanza di unire questi due piani?
«Credo che faccia bene a entrambi. Non appartengo a coloro che sostengono che tutta l’arte sia contemporanea. Al contrario. Semmai è il nostro modo di guardare l’arte a rinnovarsi continuamente nel presente. L’opera, invece, resta sempre profondamente legata al tempo in cui nasce e risente delle condizioni sociali, economiche, culturali e ambientali che ne hanno determinato la produzione. In questa prospettiva, mettere in dialogo l’antico e il contemporaneo significa aprire molteplici livelli di lettura. Significa porre in relazione esperienze maturate in epoche e contesti differenti, riconoscere echi iconografici, confrontare linguaggi, individuare affinità tecniche e divergenze espressive. Ma, soprattutto, significa consentire a entrambi di generare, o rigenerare, nuove possibilità di emozione e di conoscenza.

Tommaso Cascella Sorriso Etrusco

Oggi questo è particolarmente importante per riavvicinare il pubblico, spesso distratto o guidato quasi esclusivamente dal richiamo delle mostre-evento, dove si rincorrono capolavori – o presunti tali – più che idee. Un dialogo autentico tra passato e presente offre invece l’opportunità di guardare con occhi nuovi l’arte antica, comprendere meglio il nostro tempo o, semplicemente, lasciarsi attraversare da una suggestione inedita o da nuovi interrogativi. Se una mostra riesce a suscitare questo processo, anche solo in parte, credo abbia già raggiunto il suo obiettivo fondamentale».

Tarquinia non può vivere soltanto del proprio passato

Tarquinia viene spesso raccontata soltanto come città etrusca. L’arte contemporanea può diventare un altro elemento identitario della città?
«Non solo può, ma deve. Questo lo aveva compreso perfettamente Sebastian Matta con l’Etrusculudens, un progetto che mirava proprio a rinnovare l’artigianato, allora irrigidito in una ripetizione ormai stanca di modelli archeologici, attraverso l’innesto di visioni creative e immaginifiche, spesso persino affidate al caso. Erano stimoli necessari per scuotere una mentalità appesantita da un linguaggio ormai codificato – divenuto classico – e da un’economia che, forse allora, garantiva una sopravvivenza minima senza richiedere un reale rinnovamento.

L’arte contemporanea continua a scontare il prezzo di questa pigrizia mentale, che ci porta troppo spesso a liquidarla con frasi di resa come questa cosa non la capisco oppure con giudizi di sufficienza come questo lo so fare anch’io. Eppure, se non impariamo a vedere e a comprendere davvero il contemporaneo, non solo rinunciamo alla possibilità di confrontarci con linguaggi nuovi e visioni capaci di ampliare il nostro sguardo, ma perdiamo anche un’occasione fondamentale per conoscere noi stessi e interpretare il tempo in cui viviamo. Restiamo così ancorati a un’immagine del mondo che può essere affascinante, come quella restituita dall’arte del passato, ma che non coincide più con la realtà del presente».

L’eredità di Luciano Marziano e il valore della ceramica

Luciano Marziano ha contribuito a far riconoscere la ceramica come linguaggio dell’arte contemporanea. Quanto il suo pensiero è ancora presente nel progetto del Premio?
«Luciano Marziano, nel corso della sua vita, si è impegnato con grande dedizione, insieme ad altri critici e artisti, per liberare la ceramica dal pregiudizio che per lungo tempo l’ha relegata al ruolo di arte minore, condannandola spesso a una considerazione superficiale. Anche il premio che porta il suo nome, tra i pochi in Italia dedicati specificamente alla critica d’arte, nasce con questo intento: valorizzare quelle figure che, attraverso il loro lavoro, hanno contribuito a superare l’autoghettizzazione della ceramica e ad affermarne il pieno valore nel panorama artistico contemporaneo. È accaduto con i riconoscimenti assegnati a Gualdoni, a Tonelli e anche al sottoscritto».

Con quale immagine vorrebbe che il pubblico uscisse dal museo?
«Direi con un sorriso etrusco, ma contemporaneo».

Foto: TOMMASO CASCELLA. Sorriso Etrusco, 2026, Installation view Premio Città di Tarquinia Luciano Marziano. Ph S.T.A.S.

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