Dal 27 luglio al 30 novembre 2026, oltre trenta sculture monumentali invadono Pompei e i siti archeologici del territorio.

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Un astice travestito da colonna, spezzato eppure ancora in piedi, guarda le rovine della Basilica di Pompei. Poco distante, guerrieri-astice robotici sembrano reperti archeologici arrivati da un futuro che non esiste ancora. L’incontro è volutamente straniante: da una parte una città fermata dall’eruzione del Vesuvio, dall’altra le creature colorate con cui Philip Colbert attraversa la storia dell’arte e l’immaginario contemporaneo.

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Dal 27 luglio al 30 novembre 2026 il Parco Archeologico di Pompei ospita Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology, mostra diffusa curata da Cesare Biasini Selvaggi e organizzata da Il Cigno Arte con il Parco. Oltre trenta sculture monumentali dell’artista britannico popoleranno non soltanto l’area archeologica, ma anche Longola, Boscoreale, Oplontis, Villa San Marco, Villa Arianna e il Real Polverificio Borbonico. Le opere nelle sedi esterne saranno visibili dal 28 luglio.

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Considerato dalla critica uno degli eredi di Andy Warhol, Colbert ha costruito il proprio universo figurativo intorno a The Lobster, l’astice diventato insieme alter ego, personaggio e dispositivo attraverso il quale rileggere opere, simboli e miti del passato. A Pompei, però, il confronto con la storia non avviene dentro uno spazio neutro. È il luogo stesso a modificare il senso delle sculture. «Per me portare Pop Mythology a Pompei è un’esperienza strabiliante. – racconta Colbert – Credo davvero che il contesto in cui mostri un’opera d’arte cambi il significato dell’opera. Creare una serie di lavori per questa specifica location è come creare un quadro metafisico dal vivo. È un’esperienza trasformativa, per me».

Pompei, una città oltre il tempo

L’installazione nasce da un confronto diretto con l’arte antica pompeiana e, in particolare, con il celebre mosaico marino proveniente dalla Casa del Fauno e oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’astice di Colbert entra così in una storia delle immagini che a Pompei precede di secoli la nascita della cultura pop, anticipandone alcuni meccanismi: la ripetizione delle figure, il gusto per il racconto, la circolazione dei miti e la presenza dell’arte nella vita quotidiana.

«Pompei è una città oltre il tempo. – continua l’artista – È un po’ come viaggiare nel futuro. Creare una serie di sculture che sono metafisicamente sul tema del tempo, come ad esempio l’Astice Colonna, è davvero un’ode al simbolismo, al profondo simbolismo della colonna». La scultura assume le sembianze di uno dei più antichi elementi dell’architettura occidentale, ma lo restituisce attraverso il linguaggio ironico e immediatamente riconoscibile di Colbert. Non è soltanto una sovrapposizione tra antico e contemporaneo. La colonna diventa l’immagine di una civiltà che resiste pur mostrando tutte le proprie fratture.

«Contro ogni probabilità, la colonna è ancora in piedi, eppure è ovviamente rotta e consumata. – commenta l’artista – È ancora fragile: è grande e fragile. È il pilastro fondamentale alla base della nostra lingua. Un pilastro rotto, ancora in piedi, come la nostra società: è il simbolo profondo perfetto. Avere il mio personaggio, l’astice, travestito da colonna sottolinea il significato di tutto questo a livello scultoreo». Collocata sullo sfondo della Basilica, l’opera sembra completarsi attraverso l’ambiente circostante: «Avere il lavoro ambientato sullo sfondo metafisico della Basilica è, per me, qualcosa che va oltre la pittura decorativa: è profondo. Il mio lavoro in questo ambiente può davvero aiutare a comunicare alcune di queste idee metafisiche a un pubblico più giovane o più ampio».

Dai colori dell’antichità ai reperti del futuro

Lungo il percorso le sculture emergono tra colonne, archi e resti degli edifici: alcuni astici sono realizzati in acciaio inox e caratterizzati dai colori accesi che identificano il lavoro di Colbert, altri presentano una patina bronzea capace di simulare una più problematica appartenenza al passato. A questi si aggiunge una nuova trilogia di monumentali sculture in acciaio nero. Sono guerrieri-astice robotici concepiti come «reperti mitologici del futuro»: rovine speculative attraverso le quali Colbert porta all’interno della città antica le inquietudini della società tecnologica. Il tempo della mostra non procede, dunque, in una sola direzione. Il passato incontra il presente, mentre il futuro appare già ridotto a reperto.

Per l’artista, questo innesto può diventare anche una porta d’ingresso alla storia di Pompei. «Potresti essere effettivamente alla ricerca di una scusa per diventare entusiasta della storia di Pompei. – ci dice – È sempre stata una città pop: era piena di affreschi e mosaici, l’arte era ovunque. Non era una città beige, grigia, che doveva essere presa molto sul serio. Era un centro di narrazione, di mitologia e fantasia».

È forse questo il punto più interessante dell’intervento: le creature di Colbert non introducono il colore in una città originariamente austera, ma ricordano quanto sia falsata l’immagine monocromatica attraverso cui siamo abituati a osservare il mondo antico. Pompei era affollata di immagini, decorazioni, racconti mitologici e segni visivi. In altre parole, possedeva già una propria cultura popolare. «Per me tagliare fuori Pompei dall’arte di oggi sarebbe una tragedia. – conclude Colbert – Le mostre aperte al pubblico qui offrono una prospettiva più ampia e creano un legame autentico con significati filosofici e storici più profondi».

Un’opera a Longola dopo l’incendio

La marcia degli astici supera i confini dell’area archeologica e raggiunge alcuni dei luoghi gestiti dal Parco nel territorio vesuviano. Tra questi c’è il sito protostorico di Longola, nel Comune di Poggiomarino, gravemente danneggiato dall’incendio doloso del 19 giugno, che ha distrutto l’infopoint e i laboratori didattici. Qui una scultura di Colbert sarà collocata come gesto di vicinanza alla comunità e come segnale di rinascita. «L’arte contemporanea può contribuire a mantenere alta l’attenzione sul patrimonio culturale e a trasformare una ferita in un’occasione di partecipazione e rinascita», sottolinea il direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel, annunciando anche incontri con scuole e associazioni a Boscoreale, Castellammare di Stabia, Torre Annunziata e Longola.

È proprio nel passaggio dalla Pompei più celebre al suo hinterland che la mostra acquista una dimensione civile. Il curatore Cesare Biasini Selvaggi legge infatti le immagini apparentemente ludiche di Colbert come una satira di un’umanità incapace di imparare dalla storia, ancora attraversata da guerre, sopraffazioni, egoismi e da un rapporto distruttivo con la natura. Gli astici, allora, non arrivano tra le rovine soltanto per divertire o sorprendere. «Colbert a Pompei non deve divertire o consolare: deve provocare le coscienze», conclude il curatore. Come la sua colonna spezzata, la società rimane in piedi pur esibendo la propria fragilità. E Pompei, ancora una volta, non parla soltanto del passato.

La mostra
Consulta la scheda evento di Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology con date, sedi e informazioni sul percorso espositivo diffuso tra Pompei e gli altri siti del territorio.

Foto di Valentina Sensi per HF4

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