Dall’incontro con Sebastian Matta all’Etrusculudens, fino al dialogo tra le sue opere e i reperti del Museo Archeologico: l’artista racconta il legame con Tarquinia e il significato di ‘Sorriso Etrusco’.
Nel cortile di Palazzo Vitelleschi, sede del Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia, due figure si osservano in silenzio. Una è un uomo-carro etrusco, tecnologico e guerriero. L’altra nasce dalla reinvenzione di una scultura africana Senufo. Il loro incontro, privo di ostilità, attraversa epoche e geografie e diventa una delle immagini centrali di Sorriso Etrusco, la mostra personale di Tommaso Cascella curata da Lorenzo Fiorucci. Aperto fino al 13 settembre 2026, il progetto si sviluppa tra il Museo Archeologico Nazionale e il Museo della Ceramica di Palazzo dei Priori, accostando le opere di Cascella ai reperti antichi. Non si tratta, però, di mettere semplicemente il presente di fronte al passato. Per l’artista, infatti, la distinzione tra arte antica e contemporanea non esiste: ogni manufatto può essere riletto, reinterpretato e riportato alla vita.
L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura

La mostra è stata inaugurata in occasione della terza edizione del Premio Città di Tarquinia per la critica d’arte, dedicato a Luciano Marziano a dieci anni dalla sua scomparsa. Storico e critico, allievo di Giulio Carlo Argan, Marziano contribuì a riconoscere nella ceramica non un’arte minore, ma un linguaggio pienamente contemporaneo. Per Cascella, Tarquinia è anche il luogo in cui tutto è cominciato. Nel 1972, a ventun anni, incontrò Sebastian Matta e partecipò all’esperienza dell’Etrusculudens, il laboratorio in cui artisti e artigiani lavoravano insieme trasformando idee, segni e immaginazione in ceramiche, mobili e opere grafiche. Da quella stagione nasce anche il sorriso evocato dal titolo: non una risata, ma un modo ironico e consapevole di guardare la vita, sapendo che tutto è relativo e mortale.
LEGGI ANCHE: ‘Sorriso Etrusco’, Lorenzo Fiorucci: «Ogni autentica innovazione nasce dal dialogo con una memoria condivisa»
Lei ha detto che Tarquinia è stata il luogo della sua formazione artistica grazie all’Etrusculudens. Che cosa le ha lasciato quell’esperienza che ancora oggi riconosce nel suo lavoro?
«Tarquinia è dove sono nato come artista, grazie a Sebastian Matta e al suo Etrusculudens. Nel 1972 avevo 21 anni e Matta, che mi sembrava vecchissimo, ne aveva 61. Fu un bel sodalizio, nel quale si dava corpo alle idee del Maestro attraverso ceramiche, mobili e opere grafiche, in collaborazione con noi artigiani aspiranti artisti».
La mostra si intitola Sorriso Etrusco. Che cos’è per lei questo sorriso? Un’immagine, un simbolo o un modo di intendere l’arte?
«Per sorriso etrusco intendo proprio quel particolare sorriso che anima tante sculture etrusche, come quella degli Sposi. Un sorriso ripreso dal toscano Leonardo nelle sue figure. Intendo un sorriso fuori dal tempo: un guardare la vita con metafisica distanza, godendo però dei piaceri che ci offre. Questo sorriso è l’opposto della risata ed è la mia stella polare nel fare arte: la giusta dose d’ironia, il sapere che tutto è relativo e mortale, la bellezza e l’armonia senza cadere nella decorazione fine a se stessa».

Le sue opere dialogano con i reperti archeologici. Ha lavorato partendo dagli oggetti del museo oppure è stato il museo ad adattarsi alle sue opere?
«Ho la ferma convinzione che non esistano arte antica e arte contemporanea. In me tutto è vivo, qui e ora. Questa mostra al Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia ne è la dimostrazione, nella voluta vicinanza dei miei piccoli altari di bronzo ai bronzi e alle ceramiche etrusche. Penso di aver preso moltissimo dagli antichi popoli del Mediterraneo e credo che l’arte sia senza tempo».
Oggi molti artisti guardano all’antico. Per lei gli Etruschi sono una fonte di ispirazione o quasi dei contemporanei con cui dialogare?
«Come dicevo, tutto è sempre contemporaneo, perché ogni manufatto, ogni scritto e ogni musica possono essere riletti e reinterpretati, tornando a vivere sotto altre spoglie. Per Matta gli Etruschi erano i suoi Maya o Aztechi. Per me sono dei nonni nordafricani o sardi, portatori di segni essenziali».
Luciano Marziano ha avuto un ruolo importante nel raccontare l’esperienza dell’Etrusculudens. Quale pensa sia la sua eredità più importante?
«Marziano ha riannodato i fili delle tante e diverse esperienze dell’Etrusculudens. Ci siamo conosciuti proprio durante queste sue indagini, che lo hanno portato nel mio studio di Bomarzo. La passione comune per la Tuscia ci ha fatto ritrovare. Penso che Luciano sia stato uno studioso appassionato, capace di porre alcune cosiddette arti minori, come la ceramica, sotto una luce diversa e privilegiata. È ora che alcune opere realizzate attraverso antiche pratiche manuali tornino a essere considerate arte e non artigianato».

Lei entrerà presto alla guida dell’Accademia Nazionale di San Luca. Che momento sta vivendo l’arte italiana?
«Sono accademico da circa trent’anni e ora ne sarò presidente. La cosa mi onora e mi preoccupa, perché il mio impegno non sarà sufficiente a promuovere le tante energie del nostro Paese. L’Italia, come da millenaria tradizione, continua a esprimere artisti straordinari, che però conducono una vita durissima e difficilmente trovano la giusta attenzione. Uno sguardo particolare va al lavoro delle artiste. Sono tante e brave».
LEGGI ANCHE: Tarquinia oltre gli etruschi: dentro le mura di Corneto
Se dovesse scegliere un’opera della mostra che racconta meglio il suo legame con Tarquinia, quale sarebbe e perché?
«Nel cortile del bellissimo palazzo del museo ho collocato due sculture emblematiche del rapporto che ho con l’arte etrusca. Una è in ferro crudo e rappresenta l’orbita di stelle immaginarie. Realizzandola ho pensato ai tanti antichi sacerdoti e sciamani che leggevano nel cielo i destini umani. È una scultura per fermare una fugace divinazione che può cambiarci la vita. L’altra scultura s’intitola Incontro tra un etrusco e un africano. Ho rappresentato l’etrusco come un uomo-carro, a suo modo tecnologico e guerriero. L’altro personaggio, l’africano, è rappresentato da una scultura Senufo reinventata. È un incontro silenzioso, nel quale i due si osservano senza ostilità. Un incontro quanto mai attuale».
Foto: TOMMASO CASCELLA. Sorriso Etrusco, 2026, Installation view Premio Città di Tarquinia Luciano Marziano. Ph S.T.A.S.
