La mostra diffusa ‘Roma in moneta. Arte e potere nella storia della città eterna’ racconta come la moneta sia diventata uno dei più efficaci strumenti di rappresentazione del potere.
Dalla dea Roma all’euro, imperatori, pontefici, re e regimi hanno affidato alla moneta la propria immagine della città, costruendo un racconto lungo oltre duemila anni, attraversato da opere d’arte, trasformazioni politiche e identità collettive. Roma ha costruito archi di trionfo, basiliche, anfiteatri e palazzi per rendere visibile il proprio potere. Ha affidato alla pietra la memoria delle vittorie, alle statue il volto dei governanti, alle piazze la rappresentazione di un ordine politico. Ma uno degli strumenti più persistenti attraverso cui la città ha raccontato sé stessa rimane la moneta.
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È da questa idea che prende forma Roma in moneta. Arte e potere nella storia della città eterna, la mostra diffusa tra il Museo Nazionale Romano, il Tempio di Romolo nel Parco archeologico del Colosseo e il VIVE – Vittoriano e Palazzo Venezia. Si attraversano oltre duemila anni di storia, dall’età repubblicana all’Europa contemporanea, facendo dialogare le monete con più di 160 opere tra dipinti, sculture, arti decorative, reperti archeologici, documenti e installazioni.
«Non si tratta – precisa Alfonsina Russo, capo del Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale – di una mostra numismatica in senso stretto. Le monete vengono piuttosto utilizzate come porte d’accesso ai mondi che le hanno prodotte». Piccoli oggetti capaci di spalancare epoche intere e di raccontare chi, di volta in volta, ha rivendicato il diritto di parlare a nome di Roma.
Roma imprime il suo volto sulla moneta
Prima che il potere assuma le sembianze di un uomo, è la città stessa a diventare un volto. La sezione dedicata all’antichità della mostra diffusa al Museo Nazionale Romano si apre con la personificazione stessa di Roma, una figura insieme divina, politica e simbolica, guerriera armata e immagine delle origini della comunità. Sul denario anonimo del 115-114 a.C. domina la sua testa elmata, mentre sul rovescio compare la lupa che allatta Romolo e Remo. In pochi centimetri convivono il mito della fondazione, la forza militare e l’idea di un destino comune.
Le prime emissioni romano-campane mostrano però che questa identità non nasce in isolamento. Ercole, la lupa e i gemelli intrecciano modelli figurativi greci e miti romani, mentre la costruzione della via Appia avvicina la città alla Campania e alla Magna Grecia. Roma conquista e nel farlo assorbe immagini e linguaggi, trasformandoli in un nuovo vocabolario condiviso.
Nel denaro coniato dagli insorti italici, datato 91-79 a.C., il toro abbatte la lupa romana. La moneta non è più soltanto uno strumento nelle mani di chi esercita il potere, ma diventa adesso il manifesto di chi lo combatte. Prima ancora di confrontarsi sui campi di battaglia, Roma e i suoi avversari si scontrano attraverso immagini immediatamente comprensibili.

Con Silla la politica repubblicana viene attraversata da una nuova concentrazione dell’autorità personale. Ma è soprattutto nel 44 a.C. che avviene la frattura decisiva. Sul denario di Lucio Emilio Buca compare il ritratto di Giulio Cesare, accompagnato dalla formula della dittatura perpetua. Per la prima volta una moneta romana rappresenta un cittadino vivente. L’individuo entra nel linguaggio del potere proprio mentre la Repubblica teme che quell’individuo possa sostituirsi alle sue istituzioni.
Con Cesare, Roma smette di rappresentare soltanto sé stessa. Il potere assume il volto di un uomo.

Ottaviano eredita questa rottura e la trasforma in un sistema. Sul suo denario convivono il ritratto del futuro Augusto, la Curia Iulia, la Vittoria e il richiamo a Cesare. La moneta celebra la sconfitta di Antonio e Cleopatra, afferma la concordia con il Senato e presenta Ottaviano come il rifondatore della città dopo le guerre civili. La Repubblica viene formalmente restaurata, mentre nella realtà nasce il principato.
Il sesterzio di Domiziano con l’Anfiteatro Flavio aggiunge un nuovo elemento. Non viene mostrato soltanto chi governa, ma ciò che il governo ha costruito. Il Colosseo, sorto nell’area della Domus Aurea, racconta la restituzione degli spazi alla città e la centralità degli spettacoli nella vita pubblica. La moneta si comporta quasi come un’immagine destinata a diffondere le opere del potere.

Con Costantino il linguaggio religioso comincia a cambiare senza cancellare immediatamente quello precedente. La moneta del 312-313 conserva il Sol Invictus anche dopo la battaglia di Ponte Milvio. Il nuovo ordine eredita immagini antiche, le trasforma e attribuisce loro significati differenti. Alla fine del mondo antico, Roma ha ormai costruito un repertorio di volti, simboli e luoghi capace di sopravvivere agli stessi imperatori che lo avevano utilizzato.
Federica Rinaldi, direttrice del Museo Nazionale Romano, descrive il metodo espositivo come il tentativo di partire da «un reperto così piccolo, quasi impercettibile nelle sue dimensioni» e di farlo simbolicamente «esplodere, anche grazie alle soluzioni multimediali, perché possa esprimere la propria capacità di raccontare un periodo storico».
Roma e moneta contese nel potere medievale
Nel Medioevo il problema non è più soltanto stabilire quale uomo debba incarnare Roma, ma chi può ancora sostenere di governare in suo nome.

Nel 692 il busto dell’imperatore bizantino continua a occupare la moneta da venti nummi. Roma fa ancora formalmente parte dell’Impero, ma Giustiniano II è lontano, mentre papa Sergio I può contare sulla propria presenza in città e sul sostegno delle forze locali. Il sovrano compare sul metallo, ma non riesce a imporre pienamente la propria volontà. Il potere reale appartiene sempre più a chi è abbastanza vicino da farsi obbedire.
Il denaro di Adriano I, emesso tra il 772 e il 795, rende visibile il passaggio successivo. Il papa viene raffigurato sulla moneta, mentre al rovescio sopravvivono elementi del linguaggio imperiale. L’alleanza con i Franchi e la promessa di Carlo Magno di cedere alla Chiesa i territori sottratti ai Longobardi permettono al pontefice di sostituirsi gradualmente all’autorità bizantina. Il papa si trasforma in un nuovo potere pubblico.
Simone Quilici, direttore del Parco archeologico del Colosseo, sottolinea come «la moneta racconta la figurazione del potere attraverso i profili dell’uomo di potere ma anche dei luoghi simbolici del potere stesso. La loro collocazione ci racconta molto di questa storia e quindi è veramente un elemento di costruzione della storia e di racconto della storia».
È proprio la stratificazione a definire la Roma medievale. Accanto ai pontefici emergono le grandi famiglie aristocratiche, che controllano territori, incarichi e fondazioni religiose. Il denaro di Alberico introduce il mondo in cui agisce Stefania senatrice, donna dell’alta aristocrazia alla quale nel 970 vengono concessi diritti di governo sulla città di Palestrina. Il potere attraversa famiglie, parentele, pontefici e figure laiche, comprese donne la cui presenza è stata spesso deformata o cancellata dalla memoria successiva.

Nel 1084, mentre Roma viene saccheggiata dai Normanni, la moneta più utilizzata in città è coniata a Pavia a nome di Enrico IV. Anche questa assenza è politica con che Roma adopera il denaro di un’autorità esterna perché da tempo non produce stabilmente una propria moneta.
La risposta arriva nel XII secolo con il Comune. Sul denaro provisino compaiono il Senato e la formula che proclama Roma capitale del mondo. La città tenta nuovamente di rappresentare sé stessa, richiamandosi alla propria memoria repubblicana e contrapponendosi al potere pontificio. Ma il grosso romanino del secolo successivo rivela quanto il progetto resti incompleto. Accanto alla figura di Roma appaiono gli stemmi degli Orsini e dei Colonna, famiglie capaci di trasformare intere zone urbane in fortezze private.
Nel 1347 Cola di Rienzo recupera il nome del popolo romano e conia un nuovo denaro. Le iscrizioni sul tribunato e su Roma caput mundi accompagnano un progetto politico costruito anche attraverso immagini esposte nelle piazze e nei mercati. La moneta diventa uno strumento di mobilitazione.
Con il ritorno di Martino V nel 1420, il pontefice ricompare seduto in trono. Il Comune perde autonomia e la città si prepara a diventare la grande capitale pontificia del Rinascimento. Il papa riprende il diritto di rappresentare il potere.
Il potere rappresentato nell’età moderna
Nell’età moderna il potere pontificio si legittima intervenendo sul corpo stesso della città. Il doppio grosso con il ritratto di Sisto IV accompagna la renovatio Urbis promossa in vista del Giubileo del 1475. Strade, chiese, ponti e cantieri artistici trasformano Roma, mentre la decorazione della Cappella Sistina richiama alcuni dei più importanti protagonisti del Rinascimento. Il volto del pontefice sul metallo e il nuovo volto urbano appartengono allo stesso progetto.
La moneta può però raccontare anche la fragilità del potere. Durante il Sacco del 1527, Clemente VII, rifugiato a Castel Sant’Angelo, è costretto a fondere argenterie sacre e ad allestire una zecca di fortuna per ottenere il denaro necessario alla propria liberazione. Roma viene devastata proprio nel momento in cui vive una stagione artistica straordinaria, animata da personalità come Sebastiano del Piombo, Parmigianino, Rosso Fiorentino e Benvenuto Cellini.

Un secolo dopo, durante la peste del 1656, la moneta di Alessandro VII mostra un forziere colmo di ricchezze accompagnato da un richiamo evangelico alla loro caducità. Ma il governo del pontefice istituisce una congregazione speciale, introduce rigide misure sanitarie e riesce a contenere il contagio più rapidamente di altre città. L’emergenza rallenta Roma senza fermarne la trasformazione artistica e urbanistica.
Con il Giubileo del 1750, Benedetto XIV lega la moneta alla Porta Santa, mentre promuove restauri, decorazioni e una nuova attenzione alla tutela del patrimonio. Roma è ormai una delle capitali del Grand Tour, luogo di pellegrinaggio religioso, ma anche destinazione di viaggiatori europei, collezionisti e artisti.
La moneta nel potere contemporaneo
Per Edith Gabrielli, direttrice del VIVE, «la moneta è una minuscola macchina del tempo, che concentra in pochi centimetri economia, politica, religione, arte e propaganda». Nella sezione moderna e contemporanea, questo viaggio conduce dal maestoso pioviale realizzato al tempo di Sisto IV fino all’Untitled di Maurizio Cattelan. Due estremi lontanissimi tra i quali Gabrielli rivendica un dialogo necessario.
Nel viaggio tra questi due estremi si passa dal 1798, anno in cui la Repubblica Romana recupera il berretto frigio e i pugnali già utilizzati sui denari di Bruto dopo l’uccisione di Cesare. L’antichità viene trasformata in un repertorio politico contemporaneo. Per la prima volta in età moderna si affaccia concretamente la possibilità di una Roma non governata dai papi.
La cesura decisiva arriva nel 1870. Le venti lire con Vittorio Emanuele II e lo stemma dei Savoia coincidono con la breccia di Porta Pia e la fine del potere temporale pontificio. Il volto del re sostituisce quello del papa, ma conquistare Roma non basta. Bisogna trasformarla nella capitale di una nuova comunità nazionale. La città diventa un laboratorio culturale nel quale l’eredità pontificia, il racconto del Risorgimento e le aspirazioni moderne devono trovare un equilibrio.

Nel 1923 la testa di Vittorio Emanuele III convive sulla moneta con il fascio littorio. Diventa così uno strumento per presentare un nuovo regime.
Dopo la guerra, la moneta emessa nel 1946 non mostra più il volto di un sovrano. Al diritto compare Cerere, al rovescio un’arancia. Il referendum non sostituisce semplicemente un governante con un altro, ma modifica il principio stesso dal quale deriva l’autorità rappresentato sulla moneta. La Repubblica nasce dalla scelta dei cittadini e deve cercare immagini capaci di rappresentare lavoro, terra, ricostruzione e appartenenza collettiva.

Con l’euro scompare infine anche l’idea che il valore debba essere garantito da una sola sovranità nazionale. Il potere diventa condiviso, sovranazionale e più difficile da raffigurare. Le opere contemporanee interrogano il linguaggio del potere del denaro. All Art Has Been Contemporary di Maurizio Nannucci mette in discussione il modo in cui costruiamo la memoria artistica, Cesare Pietroiusti agisce direttamente sul valore economico, Cattelan chiude il percorso con un’immagine sospesa, aperta e incapace di offrire una risposta definitiva.

Un viaggio lungo oltre duemila anni
Da Roma personificata come una dea al volto di Cesare, dagli imperatori ai pontefici, dal Comune ai re, dalla Repubblica all’Europa, sono cambiati i metalli, le istituzioni e le immagini. Non è cambiata la necessità del potere di diventare riconoscibile.
Ogni moneta stabilisce quanto vale e nel farlo rivela anche chi possiede l’autorità per attribuire quel valore e quale immagine una comunità ha scelto come propria. La storia del potere di Roma può essere letta nei monumenti, nelle rovine e nei palazzi. Grazie a Roma in moneta può essere anche raccolta nel palmo di una mano.
