Alla Tate Modern di Londra oltre 120 opere raccontano la ricerca dell’artista cubana, tra paesaggio, femminismo, esilio e trasformazione. Una mostra che riporta finalmente l’attenzione sulla forza di un lavoro troppo spesso letto attraverso la sua tragica biografia.
Un corpo ricoperto di fiori bianchi, quasi assorbito dalla terra. Una figura femminile scavata nella sabbia, impressa sulla riva di un fiume o affidata al fuoco. Le opere di Ana Mendieta non occupano semplicemente il paesaggio: vi appaiono per un tempo limitato, prima che l’acqua, il vento e l’erosione le cancellino. È proprio questa relazione tra presenza e scomparsa a guidare la grande mostra che la Tate Modern di Londra dedica all’artista cubana dal 15 luglio 2026 al 17 gennaio 2027.
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Oltre 120 opere, tra fotografie, film restaurati, dipinti, disegni, sculture e installazioni riallestite, ripercorrono una ricerca capace di mettere in discussione le definizioni tradizionali di scultura, fotografia e performance. La mostra, la prima grande retrospettiva britannica dedicata a Mendieta da oltre dieci anni, permette soprattutto di sottrarre il suo lavoro all’ombra della morte controversa che, nel 1985, ne ha spesso condizionato la lettura. Ana Mendieta aveva 36 anni. Tuttavia, prima di diventare il centro di un caso mai del tutto pacificato, era stata una delle artiste più radicali della propria generazione.
Ana Mendieta alla Tate Modern: il corpo come paesaggio
Mendieta definiva le proprie opere earth-body works: lavori nei quali il corpo, quasi sempre il suo, entrava in relazione diretta con la natura attraverso terra, acqua, fuoco, sangue, fiori, foglie e pietre. Non si trattava di rappresentare una figura femminile all’interno del paesaggio, ma di confondere i confini tra le due cose. Il corpo diventava traccia, cavità, sagoma. La natura, a sua volta, non era uno sfondo immobile, ma una materia viva capace di modificare e infine riassorbire l’opera.

Il nucleo più noto di questa ricerca è la Silueta Series, avviata durante un viaggio in Messico nel 1973 e proseguita fino al 1980 in diversi luoghi delle Americhe e dell’Europa. Mendieta bruciava, scavava e modellava sagome a grandezza naturale, scegliendo spesso territori legati a memorie personali o a storie molto più antiche. Una delle prime Siluetas nasce con l’artista distesa nella terra e ricoperta di fiori bianchi. Altre prendono forma lungo le rive dei fiumi, sulle spiagge o tra le rocce.
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Erano opere destinate a durare poco. «Per me il lavoro è esistito su livelli diversi. – spiegava Mendieta – È esistito nella natura e, alla fine, è stato eroso». Fotografie e film non erano semplicemente documentazioni di qualcosa ormai perduto, ma strumenti attraverso cui quella trasformazione poteva continuare a essere osservata. La fragilità di queste immagini sfidava l’idea dell’opera d’arte come oggetto stabile, autonomo e destinato a essere conservato. Allo stesso tempo, il profilo femminile impresso nel terreno introduceva una riflessione sul corpo lontana tanto dalla rappresentazione tradizionale quanto dallo sguardo maschile: non un corpo offerto alla contemplazione, ma una presenza che occupa lo spazio, lascia un segno e poi si sottrae.
L’esilio da Cuba e la ricerca delle origini
Alla base della relazione di Mendieta con la terra c’era anche una frattura biografica. Nata all’Avana nel 1948, a dodici anni fu mandata negli Stati Uniti insieme alla sorella, separandosi dai genitori, dal fratello e dal proprio Paese dopo la rivoluzione cubana. Lo sradicamento alimentò una ricerca costante sulle origini, sull’appartenenza e sulla possibilità di ricostruire un legame con i luoghi attraverso il corpo. Nel film Ochún del 1981 una figura modellata nella sabbia appare sulla costa di Key Biscayne, in Florida, rivolta verso le acque che separano gli Stati Uniti da Cuba. Il titolo richiama la divinità delle acque dolci della tradizione yoruba, mentre il mare diventa insieme distanza geografica e spazio simbolico di riconnessione.

Durante i ritorni a Cuba dei primi anni Ottanta Mendieta realizzò le Esculturas Rupestres, figure scolpite direttamente nella roccia calcarea e ispirate tanto all’evoluzione delle Siluetas quanto alle forme incontrate nei siti neolitici. I titoli rimandano alle tradizioni afro-cubane e alla cultura indigena Taíno. «Il mio lavoro appartiene fondamentalmente alla tradizione di un’arte neolitica. – dichiarava nel 1984 – Non mi interessano le qualità formali dei materiali, ma quelle emotive e sensuali». Il richiamo all’arcaico non diventava così nostalgia per un passato remoto. Era piuttosto un modo per cercare immagini capaci di attraversare epoche, culture e confini, collegando l’esperienza individuale dell’esilio a una storia più ampia del corpo e della terra.
Film, trasformazioni e comunità artistiche
La mostra della Tate Modern ricostruisce anche la rete di relazioni sociali, politiche e artistiche all’interno della quale si sviluppò il lavoro di Mendieta. Tra il 1972 e il 1977 frequentò il programma sperimentale Intermedia dell’Università dell’Iowa, lavorando in un ambiente nel quale fotografia, cinema, performance e scultura potevano contaminarsi liberamente. In quegli stessi anni insegnò e realizzò alcuni video insieme ai propri studenti, tra cui Parachute del 1973. Trasferitasi a New York nel 1978, partecipò ai movimenti artistici e femministi della città ed entrò a far parte di A.I.R. Gallery, la prima galleria statunitense senza scopo di lucro diretta da artiste e dedicata alle donne.

Per la prima volta nel Regno Unito vengono presentati anche alcuni film realizzati tra il 1971 e il 1981 e recentemente restaurati. Mendieta interveniva talvolta direttamente sulla pellicola, graffiandola o dipingendola, e utilizzava il cinema per registrare il carattere temporaneo dei propri lavori. Tra questi compaiono Anima, Silueta de Cohetes (Firework Piece) del 1976 e Bird Run del 1974, nel quale l’artista, ricoperta di piume, corre lungo una spiaggia deserta. Alla trasformazione dell’identità è dedicata anche la serie fotografica Untitled (Facial Cosmetic Variations) del 1972. Attraverso trucco, parrucche ed espressioni alterate, Mendieta modifica il proprio volto fino a renderlo instabile, sottraendolo ancora una volta all’idea di un’identità fissa.
Da Roma alle ultime sculture
Nel 1983 Mendieta ottenne il Prix de Rome presso l’American Academy in Italy. Dopo quasi un decennio di opere realizzate prevalentemente nella natura, il soggiorno romano segnò un progressivo avvicinamento alla scultura da studio e a materiali più durevoli. La Tate Modern presenta diversi lavori da pavimento composti da terra e legante, tra cui Nile Born del 1984, insieme a La Jungla (Totem Grove) del 1985, un’opera formata da tronchi sui quali Mendieta bruciò sagome scure utilizzando la polvere da sparo. Completano questa parte del percorso i delicati disegni sulle foglie e i dipinti della serie Amategram, realizzati su carta di corteccia e attraversati da forme totemiche. Anche quando l’opera diventava più solida, il corpo femminile continuava a emergere come impronta, ferita o memoria incorporata nella materia.

La mostra restituisce infine una dimensione viva ad alcuni lavori effimeri. Ñañigo Burial del 1976, una Silueta composta da candele rituali nere, sarà accesa periodicamente durante l’esposizione. Verrà ricostruita anche la prima opera earth-body concepita da Mendieta per uno spazio espositivo interno: un ambiente formato da rami, foglie, terra, muschio e pietre, capace di portare una sorta di foresta dentro il museo. All’esterno della Tate Modern prenderà invece forma una delle sue sculture arboree, realizzata per la prima volta nel 1982.
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È forse qui che la ricerca di Ana Mendieta mostra ancora oggi tutta la propria forza. Le sue opere non tentano di vincere la scomparsa attraverso la durata. Accettano di bruciare, consumarsi e tornare alla terra. Ciò che rimane non è l’oggetto, ma il segno lasciato da un corpo che, per un momento, è riuscito a coincidere con il paesaggio.
Foto Preview: Ana Mendieta installation view at Tate Modern 2026. Artworks © The Estate of Ana Mendieta Collection, LLC. Licensed by Artist Rights Society (ARS), New York. DACS 2026. Photo © Tate (Yili Liu)
