‘Marcello Carrà. La sindrome del pallone e altri desideri’: dal 17 luglio al 30 agosto a La Milanesiana, il festival multidisciplinare ideato e diretto da Elisabetta Sgarbi, in mostra le tavole surreali e grottesche dell’artista emiliano.
Dal 17 luglio al 30 agosto il Museo Civico di Bormio ospita Marcello Carrà. La sindrome del pallone e altri desideri, mostra a cura di Elisabetta Sgarbi inserita nel programma de La Milanesiana, il festival multidisciplinare che quest’anno taglia il traguardo della 27esima edizione con il tema Il desiderio e la legge. L’esposizione riunisce tavole tratte dai due libri pubblicati da Carrà con La nave di Teseo, La sindrome del pallone (2021) e Incubus (2025). Disegni a penna biro, grotteschi e minuziosi, in cui il calcio si trasforma in una vera e propria ossessione visiva, un’escrescenza che invade corpi e paesaggi.
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Ingegnere civile di formazione, Carrà dipinge fin dagli anni dell’università, ma dal 2008 ha scelto la biro come strumento quasi esclusivo per i suoi disegni di grande formato, ispirati anche ai maestri fiamminghi come Bruegel e Bosch. Lo abbiamo raggiunto per farci raccontare da dove nasce questo immaginario.
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Marcello Carrà, arte di fantasia e rigore
Lei ha un background come ingegnere civile, ma dal 2008 ha scelto la penna biro come strumento d’elezione per i suoi disegni a mano libera di grande formato. In che modo il suo essere ingegnere, il rigore e la precisione geometrica tipici della professione influenzano — se lo fanno — il suo modo di tessere questi mondi surreali e ricchi di dettagli?
«Già prima di disegnare con la biro dipingevo: per tutta l’università mi sono dedicato alla pittura, mentre studiavo ingegneria. Dal 2008 ho cambiato strada. Invece dei colori, ho scelto di utilizzare la biro. E, effettivamente, il mio essere ingegnere mi aiuta soprattutto nella progettazione delle opere e nell’organizzazione del mio lavoro per cicli, all’interno dello sviluppo della mia ricerca artistica. Procedo sempre con una certa progettualità in tutto ciò che faccio.
Prendo ispirazione dal mio lavoro di ingegnere anche per quello artistico, anche se, ovviamente, l’oggetto del lavoro è completamente diverso. È soprattutto nella progettazione dei disegni, che a volte sono piuttosto complessi e ricchi di dettagli, che ritrovo questo legame. Questo è il principale parallelo tra il mio lavoro di ingegnere e quello di artista».
Calcio, desiderio e veleno
La scelta del calcio come ossessione da immaginare addirittura come morbo, escrescenza, neoformazione incuriosisce molto. La curatrice Elisabetta Sgarbi, commentando la mostra, ha affermato che «i desideri possono diventare veleno». Che rapporto c’è fra calcio, desiderio e questo veleno nelle sue tavole? Che storia c’è dietro questa scelta del calcio come ossessione?
«Ho sempre realizzato disegni molto grotteschi e surreali. A un certo punto ho sentito il desiderio di scrivere. Inserivo già testi all’interno delle mie opere, finché mi è venuta l’idea di scrivere una sorta di breve pamphlet. Ho scelto come tema il calcio perché il bombardamento mediatico su questo sport era talmente importante da arrivare quasi a nauseami. Per scrivere un pamphlet polemico avevo bisogno di un argomento rappresentativo e il calcio mi sembrava perfetto, proprio per la diffusione capillare che ha in Italia e per la mania che lo circonda.
Una mania che, fortunatamente, negli ultimi tempi si è un po’ attenuata anche grazie alla crescente attenzione verso il tennis, sport di cui sono sempre stato un grande appassionato come spettatore, già prima dell’era Sinner. Ho sempre trovato limitante che il calcio finisse per mettere in secondo piano molte altre discipline sportive. Il veleno nelle tavole prende forma attraverso immagini che, in molti casi, sono volutamente ciniche e grottesche e che ironizzano su tutte le figure che ruotano attorno al mondo del calcio. Non soltanto il giocatore, ma soprattutto il tifoso, l’ultrà e anche quel giornalismo che tende a trattare questi argomenti come se fossero questioni di importanza assoluta.
Non parlo tanto del calcio in quanto sport, che rappresenta una parte secondaria, quanto di tutto ciò che gli ruota intorno: chi si occupa degli aspetti economici, della comunicazione e dell’informazione. Era soprattutto questo il mondo che mi interessava rappresentare e che, quando posso, cerco sempre di tradurre in chiave figurata e allegorica, attraverso immagini che tendono al grottesco e, a volte, anche al macabro».
Il tema della metamorfosi
In questa esposizione al Museo Civico di Bormio vengono accostate 10 opere tratte dal suo libro Incubus (2025) e 23 tavole da La sindrome del pallone (2021). Qual è il fil rouge che lega questi due progetti? E in che modo le atmosfere da incubo e gli intrecci tra creature vegetali, insetti e corpo umano dialogano tra loro all’interno della mostra?
«Benché i disegni siano realizzati in modo molto diverso — nel senso che quelli dedicati al calcio sono eseguiti con pennini molto fini, mentre quelli di Incubus sono ispirati alla xilografia medievale e presentano quindi un tratto molto più netto — il tema che accomuna i due lavori è quello del grottesco e del mostruoso. In entrambi, infatti, compaiono creature e mostri frutto di continue metamorfosi.
Nel mondo del calcio c’è tutta una serie di tavole legate alla botanica, come se il virus del calcio si manifestasse anche in natura. Anche in Incubus sono presenti numerosi esseri ibridi, nati dalla fusione tra il mondo animale, vegetale e umano. Il filo conduttore delle due opere è quindi il tema della metamorfosi. È un tema che ho sviluppato non soltanto nei libri, ma anche nelle opere da galleria. Quelle che realizzo per le mostre, che rappresentano da sempre un altro importante ambito della mia ricerca artistica».
La mostra Marcello Carrà. La sindrome del pallone e altri desideri si inaugura venerdì 17 luglio alle 18 al Museo Civico di Bormio (via Buonconsiglio, 25). Presenti l’artista, Elisabetta Sgarbi, il sindaco di Bormio Silvia Cavazzi e l’assessore alla Cultura Paola Romerio Bonazzi. Resterà visitabile fino al 30 agosto.
