Palazzo Reale dedica una grande retrospettiva a Mario Raciti, artista che ha trasformato la pittura in ricerca di senso. L’intervista al curatore Luca Pietro Nicoletti.
Dal primo dipinto datato 1952 alle opere del 2025. Oltre settant’anni di ricerca pittorica trovano la propria sintesi nella grande retrospettiva che Palazzo Reale dedica a Mario Raciti. Fino al 20 settembre 2026 Milano rende, infatti, omaggio a uno dei protagonisti dell’astrazione italiana del secondo Novecento con una mostra gratuita che raccoglie circa cento opere da musei e collezioni private.
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Curata da Luca Pietro Nicoletti e inserita nel ciclo Maestri a Milano, l’esposizione ripercorre l’intera vicenda artistica di Raciti che, nella sua ricerca, ha intrecciato pittura, poesia, musica e riflessione filosofica, sviluppando un linguaggio sempre più essenziale e rarefatto. Senza perdere coerenza e mantenendo costante la tensione verso una dimensione che supera la semplice rappresentazione della realtà.
L’allestimento di Palazzo Reale non si limita a seguire una scansione cronologica. Ma mette in dialogo la pittura dell’artista con gli ambienti storici del palazzo, costruendo un percorso che valorizza sia la continuità della sua ricerca sia la sua sorprendente capacità di rinnovarsi fino agli ultimi lavori. Di questo progetto abbiamo parlato con il curatore Luca Pietro Nicoletti.

L’intervista a Luca Pietro Nicoletti
Visitare queste sale è come attraversare un secolo.
«Sì, questa mostra è stata pensata in un ordine prevalentemente cronologico, raccontando un percorso che va dal primo quadro, del 1952, all’ultimo, che è anche l’ultimo quadro dipinto da Mario Raciti, nel 2025. L’idea era raccontare che cosa è successo fra questi due estremi, in questi settant’anni di lavoro, cercando di individuare delle costanti. E di portare questa pittura ad ambientarsi dentro uno spazio così complesso e così connotato come gli ambienti di Palazzo Reale.
Ci sono alcune sale bianche, come capita in tutte le mostre, ma anche alcuni ambienti in cui riemergono i segni dell’origine neoclassica di questo luogo. Questo ha portato anche a creare dei momenti, in particolare in un paio di sale, che ripensano la pittura in una forma più creativa».
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Ci fa qualche esempio?
«Beh, si è pensato a una quadreria, come erano le quadrerie del Cinque, del Seicento e del Settecento, per mostrare che, in fondo, anche un maestro di oggi regge un allestimento nelle forme in cui si presentava la pittura antica. Ma si è pensato anche a una sorta di abside con una propria pala d’altare, collocandovi uno dei quadri più significativi per raccontare quello snodo che avviene alla metà degli anni Sessanta, che è forse uno dei momenti storicamente più riconosciuti di questo artista».
Che racconto artistico emerge dell’opera di Raciti?
«Con questa mostra volevamo anche dimostrare che Raciti non è un pittore che si chiude nella storia degli anni Sessanta. In realtà, questi settant’anni di pittura sono settant’anni di ripensamento e di rinnovamento. Raciti non è un artista che si ferma, che ha un momento di exploit e poi una stanca ripetizione. Ma è un artista che conserva una vitalità fino alla fine, una continua reinvenzione e una costante rimessa in discussione di sé stesso».


Ciò che l’artista non ha mai abbandonato nella sua ricerca è la speranza, un attitudine che ancora oggi sembra un atto di coraggio.
«Sì, siamo in tempi in cui di speranza ce n’è molto poca e quella di Raciti è speranza di trovare una risposta di senso. Di contro, però, è anche la speranza di trovare qualcosa che non si lascia prendere, che appartiene a una dimensione trascendentale, quasi sacra. Per tutta la vita, quello che tiene insieme il lavoro di Raciti è la ricerca di un altrove.
E l’altrove è, in prima battuta, un’esplorazione del profondo, ma è anche il tentativo di fare i conti con una dimensione ulteriore, trascendente, che però sta nella vita quotidiana. Non è soltanto pensare a un aldilà, ma a un altrove, cioè a un’altra dimensione che fa comunque i conti con quella immanente e materiale in cui viviamo. Questo è il motivo per cui uno degli artisti che Raciti ha citato di più è Rainer Maria Rilke, perché è un poeta che si è interrogato costantemente sulla presenza di queste due dimensioni».
Come si riflette questo nell’uso del colore?
«Direi che è una pittura garbata, ma di una garbata inquietudine. C’è stata una scelta di riduzione cromatica, una scelta di asciugare la pittura e di ridurla ai suoi elementi minimi. C’è un momento, addirittura negli anni Settanta, in cui avviene uno smagrimento della pittura molto radicale: poche tracce di colore, quasi impalpabili, e dei segni altrettanto imprendibili.

La domanda è proprio questa: fare i conti con un’immagine che non si lascia afferrare, un’immagine che in qualche modo emerge, ma è anche sul punto di sprofondare. E dove sprofonda? In un abisso bianco. Il bianco è un’assenza di colore, ma è anche una sorta di coltre di nebbia che va a coprire tutte le cose. È quella dimensione in cui non si sa più che cosa si abbia davanti, che cosa potrà apparire, che cosa stiamo guardando.
Ma la domanda di fondo è sempre quella di cercare di afferrare qualcosa. Per questo, quasi in tutta la sua produzione, ma soprattutto negli ultimi anni, compaiono queste grandi mani che si protendono, emergono dal nulla e in qualche modo sono spalancate, cercano di agguantare qualcosa. E lì forse c’è proprio quel senso della speranza. Ma è una speranza anche disperata».
Mario Raciti. Opere 1952-2025
A cura di Luca Pietro Nicoletti
Palazzo Reale, Milano
Dal 1° luglio al 20 settembre 2026
Ingresso gratuito
Immagini da Ufficio Stampa, crediti indicati / Copertina Revenews
