Dopo Kazuko Miyamoto e Tomaso Binga, il museo Madre di Napoli dedica una grande mostra a Maria Lai, non una semplice retrospettiva, ma un percorso di studio e ricerca per approfondire la pratica di questa importante artista, ancora per molti aspetti poco conosciuta.
«Si iscrive nel programma avviato nel 2023 per dare spazio e visibilità alle artiste che dal Secondo Novecento hanno operato con una coerenza e radicalità, tanto rara nel panorama contemporaneo quanto poco riconosciuta dai sistemi ufficiali, la mostra che il Museo Madre di Napoli dedica a Maria Lai (Ulassai, 1919 – Cardedu, 2013) che, con la sua pratica peculiare, ha di fatto contribuito alla stesura di un capitolo della storia dell’arte». Queste le parole con cui Eva Fabbris, direttrice del museo partenopeo introduce l’esposizione che, dopo quelle dedicate a Kazuko Miyamoto e Tomaso Binga, celebra la grande artista sarda.
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Affidato alla curatela di Mònica Amor e Carlos Basualdo, il percorso, più che porsi come una retrospettiva, si propone come un dispositivo di studio, visione e ricerca per approfondire la pratica di Maria Lai, capace di inserirsi in maniera agile nel vivo del dibattito artistico dell’epoca, sviluppando una poetica del tutto personale e, per diversi aspetti, ancora poco conosciuta.

La mostra di Maria Lai a Napoli, non una retrospettiva ma un’occasione di studio e ricerca
Come si evince attraversando la mostra, che spazia lungo tutto l’arco della sua carriera, a partire dagli esordi sardi, per continuare con i 36 anni romani e terminare con il ritorno nell’isola, Maria Lai è stata un’artista estremamente complessa e sfaccettata, dedita alla sperimentazione. A sporcarsi le mani, strumento privilegiato del suo fare artistico, nonché soggetto di molte opere e riflessioni in quanto elemento simbolico, rappresentativo di una sapienza atavica, fatta di esperienze concrete e oralità.
Sulla base di questo presupposto e consapevoli che bisognava darle tempo perché, come disse la stessa Lai alla critica Annamaria Giani (parafrasando) «è più facile capire un artista della sua opera che appena proposta si profila come una sorta di controsenso, nella misura in cui o disturba o non viene notata», il lavoro di ricerca per la mostra è partito solo tredici anni dopo la sua scomparsa, sapendo che, nonostante i validi e ragionati cataloghi a lei già dedicati, gran parte del materiale d’archivio rimaneva lacunoso e frammentario. In linea, peraltro, con quanto sostenuto dalla direttrice Fabbris, ovvero che, «le grandi artiste non si finiscono mai di studiare». «Per questo – ha specificato la curatrice – la mostra più che come un’antologica, costruita cronologicamente, si propone di seguire una traiettoria precisa per chiarire il ruolo rivestito da Maria Lai nel panorama dell’arte italiana e internazionale del Secondo Dopoguerra».

I tre aspetti centrali della ricerca di Maria Lai indagati nella mostra di Napoli
L’esposizione si concentra dunque sulla messa a fuoco di tre aspetti particolari della parabola artistica della Lai per comprendere la specificità della sua astrazione che, nonostante gli evidenti riferimenti a Burri, alle ricerche materiche e monocrome degli Anni ’50 e ’60, è stata sempre profondamente originale, mediata dalla pittura di paesaggio e da un radicale sperimentalismo. «A tal fine – ha spiegato Mònica Amor – abbiamo innanzitutto restituito la dovuta centralità al rapporto con il critico Marcello Venturoli e alla personale Telai presso la Galleria Schneider di Roma, nel 1971, di cui fu curatore. Tappa cruciale nell’evoluzione della Lai per osservare da vicino il passaggio a una pratica decisamente concreta e materica». A Roma, infatti, presentò un corpus di lavori, qui riuniti, talmente innovativi da non poter essere esposti in Sardegna, dove non sarebbero stati assolutamente capiti.
«Su questa direttiva – ha proseguito – abbiamo poi conferito la giusta centralità al collage, linguaggio coltivato per tutta la vita, a partire dai cosiddetti Polimaterici che, realizzati sotto l’influenza di Prampolini, cercavano, anche nelle componenti eterogenee, di rendere evidente una frattura, più che di comporre una sintesi armonica». «Infine – ha concluso – abbiamo dedicato ampio spazio all’azione collettiva Legarsi alla Montagna, 1981, per sottolineare il carattere relazionale e affettivo della pratica della Lai – rivolta alle persone più che alle cose – come testimoniato dall’interesse per oralità, cultura vernacolare e memoria collettiva, nato in relazione al legame con la Sardegna e cresciuto attraverso i rapporti con i circoli femministi incontrati a Roma, fondati su una logica della condivisione».
Il fine non è l’oggetto in sé
Un’attenzione per gli esseri umani che in Maria Lai ha tradotto in una pratica artistica il cui fine non è l’oggetto di per sé ma la creazione autentica di cultura, intesa non come freddo nozionismo o accademica erudizione ma come viva curiosità per l’alterità. Un invito a imparare disimparando le canoniche categorizzazioni del sapere che l’artista ha rappresentato prima attraverso gli eloquenti Libri Cuciti, iniziati nel 1978, metafora del carattere universale della sapienza ancestrale; poi, dal 1981, tramite le suggestive Geografie e che, tra il 1984 e 2005, ha trovato la sua massima espressione nelle Fiabe cucite, operedalle superfici tattili ed evocative.
