Oltre 130 opere di Miriam Cahn dialogano al MACRO con le ricerche di Caterina De Nicola, Irene Fenara e Lorenza Longhi del Premio Paul Thorel.
Cosa hanno in comune una delle artiste più radicali della scena internazionale e tre autrici che lavorano tra algoritmi, immagini e materia? La risposta la troverete nelle esposizioni estive ospitate al MACRO di Roma. C’è infatti un fil rouge che unisce Ciò che mi guarda, la prima grande retrospettiva museale italiana dedicata a Miriam Cahn, e Le imperfezioni, mostra che riunisce le opere inedite delle vincitrici della terza edizione del Premio Paul Thorel: Caterina De Nicola, Irene Fenara e Lorenza Longhi. Due progetti molto diversi per generazione, linguaggi e immaginario, ma accomunati dalla volontà di interrogare il presente senza semplificarlo.
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«Questa stagione del MACRO è totalmente giocata sull’ostinazione», ha osservato Sara Dolfi Agostini di Fondazione Paul Thorel durante la presentazione. Un concetto che attraversa entrambe le esposizioni: da una parte la ricerca ostinata di Miriam Cahn – che da oltre cinquant’anni continua a confrontarsi con i temi della guerra, della violenza e della vulnerabilità umana – e, dall’altra, tre artiste che riflettono sulle trasformazioni tecnologiche e culturali del nostro tempo, opponendo all’automatismo e alla prevedibilità il valore dell’errore, della materia e dell’imperfezione.
Miriam Cahn, il corpo come campo di battaglia
Fulcro della nuova stagione espositiva del museo è senza dubbio Ciò che mi guarda, una mostra che riunisce oltre 130 opere e ripercorre l’intera traiettoria artistica di Miriam Cahn, nata a Basilea nel 1949 e oggi considerata una delle voci più influenti dell’arte contemporanea internazionale. «Con il suo lavoro ha parlato di guerra, ha parlato di violenza, ha parlato del corpo delle donne. – ha spiegato la direttrice artistica del MACRO Cristiana Perrella – E lo ha fatto sempre con una precisione e una crudezza che non estetizzano mai il dolore e non fanno sconti rispetto ai temi trattati». Una posizione che negli anni le è costata anche forti polemiche, come dimostrano le reazioni suscitate da alcune sue recenti esposizioni internazionali. Eppure, è proprio questa capacità di affrontare i temi più difficili senza addolcirli che rende il suo lavoro particolarmente attuale.

«Credo che il suo lavoro oggi sia veramente necessario. – ha aggiunto Perrella – Ci aiuta a ragionare sui termini di quella che definiamo umanità. Guardando quello che succede nel mondo e guardando i suoi quadri viene quasi da dubitarne». Visitando la mostra, colpisce innanzitutto la sensazione di trovarsi davanti a opere che sembrano nascere da una necessità espressiva prima ancora che da una ricerca formale. Non c’è alcun esercizio di stile. Le immagini non cercano di essere eleganti o rassicuranti. Sembrano piuttosto il risultato di un’urgenza. I lavori degli esordi, realizzati principalmente su carta, sono foto dei segni lasciati sui muri delle città. Seguono scrittura, tracce, figure appena accennate che convivono in immagini nate da un gesto rapido e inevitabile. È una pratica che affonda le radici nella performance e nel rapporto diretto tra il corpo dell’artista e il supporto.

Perrella ha ricordato come Cahn fosse solita lavorare su grandi fogli stesi a terra, sviluppando una relazione quasi fisica con l’opera. Il segno nasce dal movimento del corpo e conserva ancora oggi una forza immediata e viscerale. Il corpo, del resto, è il grande protagonista della sua ricerca. Un corpo che invecchia, si consuma, si trasforma. Un corpo vulnerabile e lontano da qualsiasi idealizzazione. Nel corso della mostra emergono continuamente figure segnate dal tempo, dalla malattia, dalla perdita e dalla fragilità.

La ricerca di Cahn si sviluppa, tra l’altro, parallelamente a una forte militanza femminista e antinucleare. Formata come grafica, l’artista ha abbandonato presto le pratiche più tradizionali per sviluppare un linguaggio libero e sperimentale, intervenendo nello spazio urbano con segni e disegni realizzati sui muri delle città. Una pratica che la porterà anche ad avere problemi con le autorità e che contribuirà a definire il carattere profondamente politico del suo lavoro. Dalle celebri serie dedicate alle bombe atomiche fino ai lavori sulla guerra nei Balcani, sulle migrazioni nel Mediterraneo e più recentemente sul conflitto in Ucraina, la sua opera continua a confrontarsi con i grandi traumi della contemporaneità.

Eppure ridurre Cahn a un’artista impegnata sarebbe un errore. «Miriam Cahn non è un’artista solo di biografia o di contenuti. – ha sottolineato Perrella – È un’artista di linguaggio». Ogni opera trova infatti una soluzione diversa, costruita attraverso un uso estremamente preciso del colore, del segno e dei supporti. Una pittura istintiva solo in apparenza, perché dietro ogni gesto emerge una profonda consapevolezza degli strumenti espressivi. Una svolta importante arriva dopo un incidente automobilistico che limita la sua capacità di lavorare sui grandi formati. Costretta a modificare il proprio approccio, Cahn si avvicina progressivamente alla pittura su tela, un linguaggio che aveva a lungo evitato perché associato a una tradizione artistica profondamente maschile e patriarcale.

Anche questo momento di crisi diventa però occasione di reinvenzione. In mostra compare un grande dipinto dedicato proprio al luogo dell’incidente: non tanto la rappresentazione di un trauma, quanto il tentativo di attraversarlo e trasformarlo. È come se l’artista avesse scelto di tornare lì attraverso la pittura per riscrivere il significato di quell’evento. Da una limitazione fisica nasce infatti una nuova stagione del suo lavoro, ricordando come anche gli inciampi possano aprire direzioni inattese. Particolarmente significative sono – infine – le due room installation presenti in mostra. Una è dedicata alla guerra in Ucraina, l’altra alle relazioni familiari e alla memoria privata. Due ambienti molto diversi che mostrano come, nell’opera di Cahn, la dimensione politica e quella personale siano inseparabili.

La mostra si conclude con opere realizzate nel 2026, dedicate a oggetti quotidiani presenti nel suo studio in Engadina. Dopo decenni trascorsi a confrontarsi con il dolore del mondo, l’artista sembra rivolgere lo sguardo verso ciò che le è più vicino. Una sorta di pausa apparente che non cancella i temi precedenti, ma suggerisce la necessità di trovare una distanza possibile da ciò che per anni l’ha chiamata in causa.
Le imperfezioni e la resistenza dell’errore
Le imperfezioni nasce all’interno del Premio Paul Thorel, promosso dalla fondazione dedicata all’artista franco-napoletano considerato uno dei pionieri dell’immagine elettronica in Italia. Come ha ricordato Sara Dolfi Agostini durante la presentazione, Thorel inizia a lavorare con il computer all’inizio degli anni Ottanta, ben prima della diffusione di strumenti oggi dati per scontati come Photoshop, sviluppando autonomamente procedure e strumenti per la manipolazione delle immagini. Più che un semplice premio, il progetto si configura come un laboratorio di ricerca e produzione: ogni anno una rete di curatori, studiosi ed esperti seleziona artisti invitati a sviluppare nuove opere durante una residenza presso la fondazione, mettendo a disposizione spazi, archivi e strumenti di lavoro. Le 44 opere esposte al MACRO sono infatti il risultato di un intero anno di ricerca e sono state realizzate appositamente per questa occasione.

«Digitale oggi significa quasi tutto», ha osservato Dolfi Agostini, sottolineando come il premio eviti definizioni rigide per esplorare linguaggi differenti, dalla fotografia alle installazioni, fino alle pratiche che mettono in discussione il rapporto stesso tra tecnologia e realtà. In quest’ottica si inserisce anche il titolo della mostra: «Le imperfezioni sono una forma di scarto produttivo rispetto alla logica dell’algoritmo e ai flussi di dati che governano la realtà». In un’epoca che tende a privilegiare efficienza, velocità e ottimizzazione, l’errore diventa così uno spazio di libertà e possibilità.
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Le tre artiste selezionate interpretano questa idea in modi profondamente diversi. Irene Fenara lavora in modo particolarmente diretto sul rapporto con la tecnologia e lo sguardo digitale. Le sue opere trasformano errori, glitch e alterazioni luminose in strumenti di conoscenza. Ciò che normalmente verrebbe considerato un difetto diventa qui un’occasione per interrogare i limiti dei sistemi di visione automatizzata e delle immagini prodotte dalle macchine.

Diverso è il percorso di Lorenza Longhi, che concentra la propria attenzione sugli oggetti, sulle superfici e sui codici della comunicazione contemporanea. Attraverso una spycam nascosta all’interno di una borsetta, l’artista ha raccolto frammenti di realtà quotidiana, dettagli di abiti, tessuti e gesti successivamente trasformati in opere. Le immagini catturate vengono infatti incorniciate e integrate tra elementi tessili, dando vita a lavori che riflettono sui meccanismi attraverso cui osserviamo, consumiamo e costruiamo il desiderio nella società contemporanea.

Caterina De Nicola porta infine nello spazio espositivo forme e materiali che sembrano emergere dal sottosuolo. Le sue opere evocano una dimensione quasi archeologica, fatta di stratificazioni, corpi e presenze sospese tra naturale e artificiale. Il fango, la terra e la materia diventano strumenti per raccontare ciò che normalmente rimane nascosto, mentre oggetti abbandonati trovano nuova vita e un nuovo linguaggio. È come se ciò che è stato scartato o dimenticato tornasse improvvisamente in superficie, trasformandosi in racconto.

Non è un caso che Dolfi Agostini abbia parlato di «gesti di resistenza quotidiana». Se nella mostra di Miriam Cahn la dimensione politica si manifesta apertamente attraverso immagini di guerra, violenza e fragilità umana, nelle opere di Caterina De Nicola, Irene Fenara e Lorenza Longhi la resistenza assume forme più sottili. Passa attraverso un errore digitale, una materia che riaffiora dal sottosuolo o un oggetto apparentemente ordinario che rivela le contraddizioni della cultura visiva contemporanea. Tre percorsi differenti che condividono la volontà di rallentare lo sguardo e interrogare criticamente le immagini e i sistemi che modellano la nostra esperienza quotidiana.
Due generazioni, una stessa domanda
A prima vista, le due esposizioni potrebbero sembrare lontanissime. Da una parte una figura storica dell’arte contemporanea internazionale, dall’altra tre artiste che si confrontano con le trasformazioni digitali del presente. Da una parte la guerra, il corpo e la memoria. Dall’altra gli algoritmi, i sistemi di controllo e la cultura dell’immagine. Eppure il dialogo costruito dal MACRO funziona proprio perché individua un terreno comune. «Nella mostra di Miriam Cahn c’è una militanza molto esplicita. – ha osservato Sara Dolfi Agostini – Nel nostro caso ci sono gesti di resistenza quotidiana».

È qui che le due mostre si incontrano davvero. Nella convinzione che l’arte possa ancora rappresentare uno spazio di resistenza. Che sia attraverso la denuncia della guerra o attraverso un glitch digitale, ciò che emerge è la volontà di sottrarsi a ciò che appare inevitabile, prevedibile o già scritto. Un’ostinazione, appunto. Quella che attraversa l’intera stagione espositiva del MACRO e che ricorda come l’arte contemporanea, quando è davvero necessaria, non offra risposte ma continui a porre domande.
Foto Miriam Cahn. Ciò che mi guarda, installation view, Roma, 2026. Ph. Ela Bialkowska – OKNO studio. Courtesy MACRO–Museo d’Arte Contemporanea di Roma. Le Imperfezioni. Premio Paul Thorel – 3ª edizione, installation view, Roma, 2026. Ph. Ela Bialkowska – OKNO studio. Courtesy MACRO–Museo d’Arte Contemporanea di Roma.
