La nuova mostra di Irene Mathilda Alaimo da Studio Orma a Roma indaga il rapporto tra memoria, documentazione e credenza a partire dalle presunte apparizioni di Garabandal.

Può un evento straordinario continuare a esistere soltanto attraverso le immagini che lo documentano? È questa una delle domande che attraversano Rapture, la nuova mostra personale di Irene Mathilda Alaimo ospitata negli spazi di Studio Orma a Roma. Nel panorama degli spazi indipendenti dedicati alla sperimentazione artistica, Studio Orma si è rapidamente affermato come una realtà attenta alla ricerca contemporanea e al dialogo tra linguaggi differenti. Fondato nel 2024 da Marco Celentani e Edoardo Innaro, lo spazio di Monteverde non si limita a essere una galleria, ma si configura come un laboratorio culturale in cui mostre, installazioni e progetti partecipativi diventano strumenti di confronto sui temi sociali, politici ed esistenziali del presente.

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Fin dalla mostra inaugurale, lo spazio ha privilegiato pratiche capaci di mettere in discussione le modalità tradizionali di fruizione dell’arte, promuovendo esperienze immersive e processi di ricerca aperti al coinvolgimento del pubblico. È all’interno di questa linea curatoriale che si inserisce Rapture, progetto che affronta il rapporto tra immagine, memoria e costruzione del reale. La mostra prende spunto dalle presunte apparizioni avvenute tra il 1961 e il 1965 nel piccolo villaggio spagnolo di Garabandal. In quegli anni quattro bambine affermarono di aver ricevuto visioni dell’arcangelo Michele e della Vergine Maria, dando origine a un fenomeno che attirò l’attenzione di fedeli, studiosi e mezzi di comunicazione.

Rapture, l’installazione

Sebbene la Chiesa cattolica non abbia mai riconosciuto ufficialmente la natura soprannaturale degli eventi, il caso continua ancora oggi a suscitare interesse e dibattito. Alaimo non si concentra però sulla veridicità delle apparizioni. Il fulcro della sua ricerca riguarda piuttosto il modo in cui un’esperienza considerata eccezionale viene registrata, conservata e trasmessa nel tempo. L’artista si interroga su ciò che accade quando il mistero viene catturato da una macchina da presa e trasformato in documento.

L’installazione è costruita attorno a due canali video che dialogano tra loro. Il primo presenta materiali audiovisivi originali legati agli eventi di Garabandal. Il secondo consiste nella registrazione del medesimo filmato ripreso attraverso uno schermo mediante una videocamera portatile. Questo processo di duplicazione introduce un ulteriore livello di distanza dall’evento originario, moltiplicando le mediazioni e rendendo evidente come ogni immagine sia già una reinterpretazione della realtà.

Il ruolo delle immagini nella costruzione della memoria

L’intervento dell’artista si estende all’intero ambiente espositivo. Pareti ricoperte da centinaia di fogli di carta, superfici in lamiera ondulata e proiezioni sincronizzate trasformano lo spazio in un dispositivo percettivo unitario. Le immagini sembrano apparire e dissolversi continuamente. Generano così una sensazione di instabilità che richiama la natura stessa dell’estasi, un’esperienza che sfugge alla piena comprensione e al controllo. In un’epoca caratterizzata da una produzione incessante di contenuti visivi, Rapture invita a riflettere sul ruolo delle immagini nella costruzione della memoria e della credenza.

Il miracolo, l’estasi e il mistero non vengono affrontati come questioni da verificare, ma come strumenti per interrogare il nostro modo di guardare.  La mostra si inserisce all’interno di una ricerca che Alaimo conduce da anni attraverso video, materiali d’archivio e pratiche di riappropriazione delle immagini. Documentari, riprese amatoriali, fotografie storiche e frammenti provenienti dalla cultura visuale contemporanea, vengono raccolti e sottoposti a processi di duplicazione e deterioramento controllato. Le imperfezioni dell’immagine non vengono corrette, ma valorizzate come tracce della loro circolazione e della loro storia. In un presente dominato dagli schermi, il lavoro dell’artista suggerisce che ciò che continuiamo a guardare non è mai l’evento in sé, ma la sua incessante riscrittura.

Revenews