Al Pastificio Cerere di Roma due mostre indagano paesaggio, corpo e identità: la pittura emozionale di Henriksen e l’ironia di Maggini.
Due mostre molto diverse ma accomunate da una grande freschezza di contenuti e idee, quelle di Yngve Henriksen e Alberto Maggini, inaugurate per la stagione primaverile al pastificio Cerere. Ad accogliere i visitatori Lofoten Poems, personale di Yngve Henriksen (Svolvær, Norvegia, 1965) a cura di Alessandra Mammì. E, nello spazio che ormai da tempo la Fondazione sembra dedicare a una riflessione sul corpo, Alberto Maggini (Roma, 1983) con la mostra Ultra Flat, a cura di Lorenzo Chiaraluce. Ma guardiamole più da vicino.
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Yngve Henriksen, poeta della luce, al Pastificio Cerere per la sua prima volta in Italia
Definirla semplicemente come una mostra di pittura sarebbe riduttivo perché Lofoten Poems di Yngve Henriksen è un percorso che vuole trasmettere non tanto l’immagine del luogo quanto l’esperienza che le ha generate e quindi il rapporto profondo dell’artista con lo stesso. Le opere di Henriksen raccontano le isole del nord della Norvegia senza descriverne il paesaggio ma incarnandone la forza magnetica. Come scrive la curatrice, Alessandra Mammì, «più che guardare al paesaggio Henriksen reagisce al paesaggio. Vagabondando si lascia attraversare dalla percezione che si trasforma in sensazione e poi in emozione».

I dipinti sono quindi il risultato di un procedimento di stratificazione che, attraverso diverse tecniche, procede non solo per mettere ma anche per levare, in una sorta di frottage per cui le immagini affiorano sulla superficie della tela per poi scomparire. Le opere, quindi, pur nella loro apparenza astratta, celano un’anima figurativa, partendo da un riferimento concreto al paesaggio poi scomposto nella sua dimensione più pura, per trasmetterne la brulicante energia. Nel complesso, il risultato è felice e toccante, si tratta di dipinti estremamente vivi e vibranti, in cui i colori sono adoperati con maestria e consapevolezza in composizioni bilanciate e ben calibrate dove lo sguardo felicemente plana e si perde.
La pluralità di mezzi nella ricerca artistica di Henriksen
E dato che l’intento di Henriksen è tradurre l’esperienza umana in immagine, per farlo si avvale di una pluralità di mezzi espressivi. Per questo in mostra accanto alle opere pittoriche, diverse per data e dimensioni, trovano spazio i più intimi disegni su carta e un video. Oltre a due teche che, mostrando gli strumenti di lavoro e studio dell’artista aiutano il pubblico a entrare nel suo processo creativo per cogliere a pieno il legame fisico e affettivo con il luogo che abita e di cui i suoi lavori sono eloquenti testimoni.
Estetica e performatività nella mostra di Alberto Maggini al Pastificio Cerere di Roma
Una riflessione sul corpo è al centro della mostra Ultra Flat, personale di Alberto Maggini a cura di Lorenzo Chiaraluce, percorso in cui l’artista esplora il legame tra bellezza e potere, dimostrando, oltre i luoghi comuni, come tale binomio, lungi dall’essere un portato della contemporaneità sia sempre esistito. In maniera dissacrante e ironica Maggini parte dal mondo classico per mettere in luce come quegli anelati canoni di bellezza, oggi sotto i riflettori come capi d’accusa d’una modernità che ci costringe a essere tutti uguali, ci siano sempre stati, in quanto strumenti ed emanazione del potere. Solo che, mentre oggi anche la bellezza è mainstream, in antico si era effettivamente meno uguali, data l’oggettiva irraggiungibilità di molti standard per i più.

Il tempio della bellezza costruito da Alberto Maggini alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma
Sviluppando un percorso tra estetica e performatività, Maggini proietta i visitatori all’interno di un centro estetico ultra contemporaneo, un ambiente immersivo in cui le raffinate opere in ceramica abitano accanto a cosmetici e oggetti in un vero e proprio allestimento scenico della quotidianità. Ultra Flat si configura come un tempio della bellezza in cui si entra, come osserva il curatore, «con l’aria distratta di chi ha solo 20 minuti ma si finisce per sospendere l’incedere snervante del tempo» per rinnovare il mito dell’eterna giovinezza, status agognato anche a costo di grandi sofferenze, in un’ambigua, quanto morbosa, relazione tra cura, costrizione e sofferenza che da sempre rappresenta un corollario del concetto di bellezza.

Relazione evidenziata dai macabri, inquietanti e decadenti dettagli che costellano le opere; come i mozziconi di sigaretta spenti tra le elaborate volute delle parrucche di matrone romane il cui grado di complessità aumentava con la caratura dello status sociale. Sculture che peraltro, esposte su piedistalli rotanti, ricordano provocatoriamente più merci di lusso che opere d’arte generando uno slittamento che costringe il pubblico a un ulteriore sforzo di anamnesi e riflessione.
La pericolosa equivalenza tra essere e apparire nella mostra di Alberto Maggini al Pastificio
Il percorso procede in un climax ascendente, in cui l’artista, avvalendosi anche di AI e nuovi media, sulla base della pericolosa, quanto perversa e sempre (purtroppo) valida, tautologia occidentale del καλὸςκἀγαθός – corrispondenza tra bello e buono, per cui l’apparenza estetica è riflesso della caratura interiore e morale dell’individuo – riflette su come la spasmodica ricerca della bellezza equivalga per molti all’unica strada per trovare una propria identità.
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Proseguendo, attraverso la digital performance Risveglio karmiko, Maggini si sofferma sulla necessità di acquisire consapevolezza, data la tendenza a considerare sempre più il corpo come un campo neutro d’azione in cui tutto è possibile in una lenta scivolata verso l’ascesi – paradossale ma plausibile nella società del consumismo estremo – che conduce all’esito finale: l’incontro con il divino. Una – poco seria – divinità on demand preceduta da un parco di sculture meccaniche in ceramica policroma, resina acrilica, ferro dipinto, in cui l’estetico acquista un tono quasi minaccioso e inquietante. Epifania per ciascuno diversa che si realizza premendo un bottone e che manifestandosi alla fine del percorso innesca tutta una serie di sfaccettate riflessioni. A dispetto del titolo, Ultra flat è tutto fuorché piatta, una montagna russa dell’emotività in cui confluiscono, sulla scia del tono ironico e giocoso tematiche davvero profonde che toccano tanto il singolo quanto la collettività.
Foto preview: Installation view Lofoten Poems – Visions from the Deep North, Fondazione Pastificio Cerere 2026. Courtesy Fondazione Pastificio Cerere. Credits: Carlo Romano.