La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma dedica a Pablo Atchugarry la mostra “Scolpire la Luce”, un percorso tra oltre cinquantatré sculture che trasformano il marmo in organismi vibranti di spiritualità.
Pablo Atchugarry torna a Roma con la mostra Pablo Atchugarry. Scolpire la Luce, ospitata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea dal 19 maggio al 21 giugno 2026. Un progetto espositivo che riunisce cinquantatré sculture, offrendo uno sguardo ampio sugli ultimi trent’anni di ricerca di uno dei protagonisti della scultura internazionale.
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Curata da Gabriele Simongini, la mostra mette al centro il rapporto tra materia e luce, cardine di una pratica che Atchugarry definisce come interrogazione interiore, preghiera e ricerca dell’infinito. Il marmo statuario di Carrara, lavorato personalmente dall’artista, diventa il materiale privilegiato di un linguaggio che affonda le radici nella tradizione occidentale per aprirsi a una dimensione dichiaratamente spirituale.

Un percorso tra luce, materia e dialoghi con i maestri
Già all’ingresso, tre sculture monumentali collocate sulla scalinata del museo – Search of the Future (2018), Viaje hacia los sueños (2024) e Albero della vita (2024) – annunciano il tono del percorso, con forme ascensionali che evocano crescita, viaggio e tensione verso il futuro. All’interno, le opere alternano marmi bianchi, marmi neri, alabastro, bronzi smaltati, acciaio e legni di ulivo secolari, componendo una sorta di geografia della scultura contemporanea tra permanenza e metamorfosi.
I materiali sono vivi perché portano con sé la storia dell’umanità. Non sono semplici supporti, né elementi inerti da modellare. Sono depositi di memoria, superfici attraversate dal tempo, sostanze che chiedono ascolto prima ancora di essere trasformate.
Nella prefazione in catalogo, la direttrice Renata Cristina Mazzantini descrive le sculture di Atchugarry come volumi in cui «la durezza del marmo si ammorbidisce» grazie a un fitto susseguirsi di fenditure disciplinate che ne sfaldano la compattezza, creando un ritmo di luci e ombre capace di donare alle opere «una sorta di “leggerezza ordinata”». Un effetto che in mostra si traduce in superfici vibranti, attraversate da cavità e rilievi che guidano lo sguardo verso l’alto.
Il percorso si arricchisce inoltre della sezione “Dialoghi”, dove quattro sculture di Atchugarry entrano fisicamente nelle sale della collezione permanente, instaurando confronti diretti con opere di Hans (Jean) Arp, Lucio Fontana, Alberto Giacometti e Henry Moore. Qui il marmo scolpito dall’artista uruguaiano-italiano mette alla prova affinità e differenze rispetto a maestri che hanno ridefinito il rapporto tra figura, spazio e astrazione.

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Sculture come organismi viventi e dono alla collezione
Nel suo saggio in catalogo, Simongini definisce le opere di Atchugarry «più che sculture», veri e propri organismi che sembrano pronti a sbocciare nello spazio, portando con sé una «carica dinamica potenziale, intima e interna». Le forme verticali, spesso ispirate all’axis mundi, sono pensate come invocazioni verso l’infinito e verso la luce, in un movimento che richiama tanto i minerali e i cristalli quanto la crescita delle piante.
Accanto ai marmi, le opere in legno di ulivo recuperato, come quelle del ciclo Pace con la natura, sottolineano il legame profondo dell’artista con il paesaggio e con la dimensione ambientale. I bronzi smaltati, dai colori brillanti, accentuano invece il lato più estroverso e aerodinamico del suo lavoro, mentre le grandi sculture in acciaio inox lucidato dialogano con aria e paesaggio, riflettendo e frammentando l’ambiente circostante.
Nel nostro incontro con il maestro, proposto integralmente nell’intervista video allegata all’articolo, abbiamo chiesto quale fosse oggi il significato dello scolpilre.
Scolpire significa entrare in dialogo non solo con il materiale, ma anche con il tempo. Da qui nasce la scelta di utilizzare materiali di lunga durata: il marmo, il legno, l’alabastro non sono selezionati soltanto per la loro bellezza o per le possibilità plastiche che offrono, ma perché permettono al messaggio dell’opera di restare, di superare il presente, di continuare a parlare anche in futuro.

L’arte come forza trasversale nei momenti bui
Atchigarry è riconosciuto come uno dei più importanti ambasciatori del proprio Paese. Il suo ruolo non si limita alla produzione artistica: attraverso la fondazione che porta avanti attività educative rivolte ai ragazzi, il suo lavoro assume anche una dimensione sociale e culturale più ampia.
In un momento storico segnato da forti tensioni geopolitiche, la domanda sul ruolo dell’arte diventa centrale. La risposta è netta: l’arte è una forza trasversale, capace di unire la società. In quanto interesse superiore, l’arte può diventare un punto d’incontro, uno spazio comune, una possibilità di dialogo anche quando il mondo attraversa fasi difficili.
Nei momenti più bui della storia umana, l’arte può essere una luce. Non una via di fuga dalla realtà, ma una forma di resistenza, di consapevolezza e di unione.

l rapporto fisico con l’opera
La produzione di Atchugarry è fortemente legata al gesto fisico. Il suo lavoro nasce da un rapporto diretto con la materia: l’artista opera, manipola, disegna direttamente sul marmo. Non delega completamente il contatto con il materiale, perché proprio da quel contatto emerge una parte fondamentale del processo creativo.
Alla domanda se abbia bisogno di questo rapporto diretto, la risposta è immediata
sì, moltissimo. La materia, indica la strada. Non è l’artista a imporre una forma dall’esterno in modo assoluto; è piuttosto un percorso di ascolto, di armonia, di confronto continuo.
Ogni opera è una scoperta
Uno dei passaggi più significativi della conversazione riguarda proprio il concetto di scoperta. L’artista non descrive la creazione come esecuzione di un’idea già definita in ogni dettaglio, ma come un percorso aperto. Ogni opera è una scoperta.
Questa visione restituisce alla scultura una dimensione quasi esplorativa: l’artista non sa tutto in anticipo, ma segue ciò che la materia rivela durante il processo. La forma nasce dal dialogo, dalla pazienza, dalla capacità di leggere ciò che è già contenuto nel materiale.

Pablo Atchugarry Foto Archivio Atchugarry Daniele Cortese
Il luogo come parte dell’opera
La riflessione finale riguarda proprio il rapporto tra opera e contesto. Una mostra non è mai soltanto una selezione di lavori collocati in uno spazio. È un incontro tra le opere e il luogo che le ospita.
Roma, con la sua stratificazione storica, offre ogni volta un dialogo diverso. Dai Mercati di Traiano alla Galleria Nazionale, cambia l’architettura, cambia la memoria dello spazio, cambia la percezione del pubblico. E così cambia anche la mostra.
La materia vive, il tempo dialoga con la forma e l’arte continua a essere una luce capace di attraversare epoche, crisi e confini.
La mostra segna anche un momento importante per la collezione del museo: per l’occasione Atchugarry dona alla Galleria Nazionale Splendore (2026), scultura in marmo statuario di Carrara concepita appositamente per entrare nel patrimonio permanente. Un gesto che suggella il rapporto di lunga data tra l’artista e l’Italia, dove vive e lavora tra Lecco e Manantiales, e che ribadisce la centralità della scultura nel dialogo tra memoria e contemporaneità.
Completano il progetto due cataloghi editi da Allemandi: il primo raccoglie le opere in mostra, il saggio del curatore, testi critici e un’ampia antologia; il secondo documenta con immagini il dialogo tra le sculture e le sale della Galleria Nazionale. Un ulteriore strumento per approfondire una ricerca che, tra tecnica impeccabile e tensione spirituale, continua a interrogare il nostro rapporto con la luce, il tempo e lo spazio.
Foto: Ufficio Stampa
