Alla Biennale Arte 2026, la curatrice Rebecca Pedrazzi racconta ‘Ciclica’ di Jacopo Di Cera: una dea danzante, 36 schermi upcycled e un’opera che trasforma la crisi climatica in esperienza visiva e sensoriale.
Una dea danzante che attraversa immagini spezzate, dati trasformati in visioni e schermi destinati alla dismissione che tornano a vivere. Alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, nel Padiglione della Sierra Leone, Ciclica di Jacopo Di Cera si presenta come una delle installazioni più immersive dedicate alla crisi climatica. A curarla è Rebecca Pedrazzi, che legge l’opera come un’esperienza visiva ma anche etica, capace di trasformare il pubblico in parte attiva di una riflessione urgente sul presente.
L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura
LEGGI ANCHE: «’Ciclica’, una liturgia laica»: Jacopo Di Cera porta il climate change alla Biennale
«Jacopo Di Cera, con questa installazione, ci racconta una delle grandi realtà importanti di oggi, che è la crisi climatica. – spiega Pedrazzi – Seguire Jacopo Di Cera, sinceramente, è stato veramente un onore, perché è un artista che ha una visione zenitale e ci porta a riflessioni molto importanti». L’opera si sviluppa come un grande trittico digitale composto da 36 schermi upcycled, suddivisi simbolicamente in tre atti: nascita, vita e morte di Gea, la dea primordiale della Terra incarnata dalla performer Lidia Carew. La sua danza attraversa paesaggi sospesi e immagini che lentamente si incrinano sotto il peso della crisi ambientale.
Rebecca Pedrazzi: «Jacopo Di Cera ci parla delle urgenze del presente»
«Di Cera ci racconta in tre atti quella che è la nascita, la vita e la morte di Gea. – continua Pedrazzi – Gea è la divinità mitologica che rappresenta la terra e quindi in questo caso è una metafora della vita. Sui 24 schermi centrali troviamo un omaggio alla bellezza della vita, che viene glitchata da video realizzati dall’artista che vanno ad oscurare questa meravigliosa danza interpretata dalla performer Lidia Carew».

Il risultato è una tensione continua tra armonia e collasso. I video dedicati ai fenomeni climatici estremi interrompono il flusso della danza come interferenze improvvise, trasformando l’estetica del glitch in linguaggio narrativo. «È un monito anche che ci fa Jacopo su quella che è la nostra condizione umana oggi. – osserva la curatrice – C’è anche un lascito di speranza, perché proprio la parola ciclica, che è il titolo dell’opera, ci rimanda a una considerazione sulla rinascita e la continuità».
Gli schermi upcycled come scelta artistica e politica
Questa dimensione della rinascita è centrale anche nella scelta dei materiali. Gli schermi utilizzati nell’installazione provengono infatti da processi di recupero tecnologico: dispositivi arrivati alla fine del proprio ciclo di vita vengono reinseriti in una nuova narrazione artistica. Una scelta che per Pedrazzi non è soltanto tecnica, ma profondamente politica. «In questa direzione devo dire che siamo di fronte a un’installazione multimediale che ci parla di contemporaneo anche con gli schermi. – spiega – Jacopo Di Cera ha sposato proprio la scelta di utilizzare degli schermi upcycle. Quindi anche nella parte tecnologica c’è una grande attenzione. Un contributo sostanziale la musica originale di Marco del Bene che apportato attraverso la sua musica una ulteriore tensione e rilascio emotivo in un loop senza fine».

La curatrice sottolinea come oggi gli artisti siano sempre più chiamati a confrontarsi non solo con i temi della contemporaneità, ma anche con la sostenibilità stessa dei mezzi utilizzati per produrre arte. «Una delle urgenze oggi cui ci troviamo a far fronte sicuramente non è il climate change, ma è la crisi climatica. – afferma – Gli artisti ci stanno dimostrando anche una grandissima attenzione nella selezione dei medium, oppure nel riutilizzo di algoritmi, in modo tale da fare anche una scelta sostenibile all’interno della loro produzione artistica».
Il Padiglione della Sierra Leone e i Mondi Presenti
Per questo motivo, Ciclica supera il concetto tradizionale di video installazione e si trasforma in un organismo vivo, dove persino la materia tecnologica diventa parte integrante del messaggio. «Ha utilizzato 36 schermi upcycle. – continua Pedrazzi – Vuol dire che ha stretto una collaborazione per riprendere degli schermi destinati alla loro end of life e li ha riutilizzati in modo tale da fare un lavoro sostenibile e creare una narrativa forte con un medium riciclato».

All’interno del Padiglione della Sierra Leone, Ciclica dialoga con il progetto Mondi Presenti / Worlds of Today, dedicato ai temi della memoria, della giustizia ambientale e delle nuove comunità transnazionali. Ed è proprio in questa dimensione collettiva che l’opera trova la sua forza più profonda: trasformare l’arte in uno spazio di consapevolezza condivisa. «Direi che queste attenzioni sono un ulteriore stimolo per noi pubblico. – conclude Pedrazzi – E ovviamente per noi nel campo della curatela, di portare avanti questi artisti che ci parlano dei temi connessi a una delle grandi necessità contemporanee».
Foto di Olivia Rainaldi