Dal 24 maggio al 13 settembre 2026 la Fondation Beyeler dedica a Pierre Huyghe la prima grande personale in un museo svizzero: un paesaggio sensoriale tra respiro artificiale, film, organismi viventi e intelligenza artificiale.
Dal 24 May – 13 September 2026 la Fondation Beyeler di Riehen, vicino Basilea, presenta la prima grande personale in un museo svizzero dedicata a Pierre Huyghe, tra i protagonisti più innovativi della sua generazione. La mostra riunisce nuove produzioni, film recenti e opere precedenti in un percorso che trasforma gli spazi del museo in un sistema vivo, in costante mutazione.
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Da oltre vent’anni l’artista francese mette in discussione l’idea stessa di mostra, come dimostrano le sue partecipazioni a Documenta 13 e a Skulptur Projekte Münster. Le sue opere non sono oggetti statici, ma situazioni dinamiche dove forme di vita, tecnologia, materia biologica e inerte interagiscono, imparano, si modificano ed evolvono nel tempo.

Una mostra come organismo respirante
Concepita appositamente per la Fondation Beyeler, la personale diventa un’esperienza site-specific in cui ogni lavoro e gli spazi di passaggio formano una soglia ambigua. Al centro del percorso c’è Apnea, 2026: un organo respiratorio artificiale immerso nell’acqua che respira a ritmo umano, facendo oscillare una membrana secondo il tempo dell’apnea. Aria, suono e vibrazioni sottili attraversano le pareti, a volte sincronizzate, a volte interrotte, creando un campo respiratorio condiviso che avvolge l’intera mostra.
Questo stato indeterminato si estende in Alchimia, 2026, dove un verme – definito come un antenato larvale dell’inconscio umano – giace sulla soglia di una porta. Animato dal respiro, mormora e canta in una polifonia di voci nella materia circostante; quando l’aria manca, il corpo si contrae e vacilla. In queste opere la respirazione emerge come forza fisica e simbolica che modella la percezione del visitatore.

Film, algoritmi e stati liminali
La dimensione del limite tra umano e non-umano si intensifica con il film Liminals, 2026, pensato come un mito contemporaneo. Una figura cava, senza volto, emerge da stati in continua trasformazione e cerca di esistere in un regno fuori dal tempo e dallo spazio, in quella che l’artista descrive come uno stato liminale, una danza incessante della materia dove coesistono possibilità multiple e ogni momento è un forse.
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In mostra compare anche il grande portale chiuso Adversary, 2026, soglia che è al tempo stesso immagine e accesso a ciò che sta oltre: una porta a bassorilievo che materializza un’immagine mentale co-prodotta da immaginazione umana e macchina, scelta tra infinite possibilità. Nel film Camata, 2024, una serie di macchine compie un rituale misterioso su uno scheletro non sepolto nel deserto di Atacama: un funerale senza fine, un processo di apprendimento e la nascita di una soggettività senza corpo, con il montaggio che si riedita in tempo reale grazie a sensori nello spazio espositivo.

Le pareti diventano archivi di tempo in Timekeeper, 2019–2026, dove strati di pittura e sedimenti si depositano sulle superfici, mentre Light Dust, 2026, si espande nello spazio come pavimento continuo. Polvere colorata, pattern mutevoli e luci artificiali proiettate su pavimenti e muri rendono visibili tempo e luce come materia percepibile. Le opere non funzionano più come entità isolate, ma come situazioni permeabili in cui movimenti, immagini ed eventi emergono, a volte in sincronia, a volte in dissonanza.
Una soulscape tra umano e artificiale
La mostra invita il pubblico in una vera e propria soulscape, un paesaggio interiore composto da temporalità, voci e stati molteplici. Qui lavori recenti e produzioni nuove convivono come presenze attive in una rete di relazioni che si riconfigura di continuo, generando narrazioni inedite e momenti di contraddizione e spaesamento.
Il progetto, curato da Mouna Mekouar (Curator at Large, Fondation Beyeler) e dall’indipendente Anne Stene, prosegue la ricerca di Huyghe su un approccio metafisico e finzionale all’esistenza. Senza gerarchie tra finzione e realtà, vivente e artificiale, umano e non-umano, la mostra adotta uno sguardo esterno all’esperienza umana, trasformando il museo in luogo di formazione di nuove soggettività e di accesso a dimensioni alternative del reale.
Per l’artista, le finzioni sono veicoli che permettono di accedere ad altri mondi possibili e a un’immaginazione controfattuale, separata dal conosciuto e libera dal qui e ora, capace di farci sperimentare noi stessi dall’esterno.
Foto: Ufficio Stampa