Da gondolieri a studenti, da artigiani a famiglie storiche: ‘Venetian Diary’ raccoglie oggetti, memorie e confessioni di oltre 500 abitanti della laguna, trasformando Venezia in un gigantesco diario collettivo.

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Tre anni dopo la scomparsa di Ilya Kabakov, Emilia Kabakov torna a Venezia con un progetto che sposta il focus dell’arte contemporanea lontano dal red carpet e verso chi la città la tiene in piedi ogni giorno. Si intitola Venetian Diary (Diario Veneziano) ed è una grande installazione collettiva diffusa tra Ca’ Tron e il Padiglione Venezia, realizzata in occasione della 61ª Biennale Arte 2026.

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Curato da Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, il progetto coinvolge circa 550 abitanti della città metropolitana veneziana: gondolieri, commercianti, studenti, restauratori, volontari, artigiani, lavoratori del mare, pensionati, famiglie storiche e nuovi residenti. A ciascuno è stato chiesto di scrivere una pagina di diario sul proprio rapporto con Venezia e di affidare alla mostra un oggetto personale capace di rappresentarlo simbolicamente.

Una mostra costruita insieme ai veneziani

Non una mostra su Venezia, ma una mostra con Venezia. È questa la direzione scelta dai Kabakov, che trasformano gli spazi di Ca’ Tron in una sorta di archivio emotivo collettivo fatto di memorie, frammenti di vite e piccoli oggetti quotidiani. «I protagonisti sono i veneziani che non accedono mai al red carpet, ma sono fondamentali perché consentono alla città di rimanere viva. – racconta Biasini Selvaggi – Sono coloro che permettono anche ai grandi eventi, come la Biennale o il Festival del Cinema, di esistere concretamente».

In un momento dove da più parti si attacca questa grande istituzione culturale che è la Biennale d’Arte di Venezia, un progetto del genere si auto candida al Leone d’Oro. I Kabakov, russi di origine ebraica emigrati in America, portano un progetto che mette in primo piano una comunità di spiriti liberi, come dice la stessa Kabakov: i veneziani. La città è piena di testimonianze di genti di tutto il mondo. Venezia è stata scelta da sempre da artisti di ogni dove come luogo di dimora, celebrazione, amore e sepoltura.

L’idea nasce da un progetto concepito dai Kabakov già nel 1993 a Gand, in Belgio, ma qui assume un significato nuovo e profondamente politico. «Voglio che le persone siano gli eroi della città. – spiega Emilia Kabakov – Non servitori della Biennale o di Venezia, ma protagonisti. Dare loro una piattaforma, un museo, un red carpet. Perché noi siamo qui grazie a loro, non solo grazie alla città».

Emilia Kabakov: «Venezia è una comunità unica»

E infatti Diario Veneziano sembra ribaltare completamente il meccanismo della grande esposizione internazionale: l’opera d’arte non è più soltanto ciò che si guarda, ma il legame umano che tiene insieme una comunità. «Possiamo trovare arte ovunque. – continua Emilia – Quello che non possiamo trovare ovunque è una comunità come Venezia».

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Gli oggetti raccolti – pupazzi, strumenti da lavoro, fotografie, cimeli familiari, piccoli frammenti di quotidianità – sono accompagnati dalle storie dei proprietari e organizzati in nuclei tematici come memoria, sogno, tradizione o canto dell’anima. «Gli oggetti senza le storie non avrebbero senso. – sottolinea Giulia Abate – Ci siamo resi conto che ciò che conta davvero sono le radici che custodiscono. E la cosa sorprendente è che tra gli oggetti donati da un bambino di nove anni e quelli di un adulto non c’è differenza: entrambi parlano di memoria e identità».

Il progetto tra Ca’ Tron e Padiglione Venezia

La mostra assume così la forma di un enorme «organismo vivente», come lo definisce lo stesso Biasini Selvaggi. Un’installazione monumentale ma temporanea, destinata a dissolversi alla fine dell’esposizione: gli oggetti, infatti, non sono stati donati ma soltanto prestati dai proprietari, perché rappresentano «un frammento della loro identità».

Accanto all’esposizione di Ca’ Tron, una sezione complementare trova spazio nel Padiglione Venezia ai Giardini della Biennale, all’interno del progetto Persistent Notes, in dialogo con il tema generale della Biennale 2026, In Minor Keys, ideata dalla compianta Koyo Kouoh. Qui l’attenzione si concentra in particolare sui creativi veneziani, attraverso oggetti e memorie che raccontano il rapporto tra pratica artistica e identità cittadina.

Ma dietro Diario Veneziano c’è anche una riflessione molto più ampia sul presente. «Viviamo in un mondo dove le persone iniziano a odiarsi sempre di più. – dice Emilia Kabakov – Il livello di rabbia è impressionante. Arte, musica, teatro sono modi per parlare insieme, anche senza condividere la stessa lingua. È questo il senso della Biennale».

Tra le testimonianze raccolte ce n’è una che sembra riassumere l’intero progetto: «Venezia non è un museo. Venezia è il luogo dove il passato incontra il futuro». Una frase che, forse, racconta perfettamente anche il cuore dell’opera dei Kabakov.

Intervista a cura di Marco Del Bene
Foto di Osvaldo Di Pietrantonio

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