Dal 16 maggio all’11 ottobre 2026 il PAV Parco Arte Vivente di Torino dedica a Claudio Costa una grande personale che esplora il suo ‘work in regress’ tra antropologia, natura e memoria biologica.
Dal 16 maggio 2026 il PAV Parco Arte Vivente di Torino dedica una grande personale a Claudio Costa, tra le figure più originali e meno indagate dell’arte italiana del secondo Novecento. La mostra, intitolata Metamagico e curata da Marco Scotini, rimarrà aperta fino all’11 ottobre 2026 dopo l’inaugurazione prevista il 15 maggio alle 18.30.
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Il progetto si inserisce nel programma di ricerca storica del PAV sulle radici del rapporto tra arte ed ecosistema, concentrandosi sui pionieri che già negli anni Sessanta e Settanta avevano anticipato temi oggi centrali come ecologia, biodiversità e memoria del vivente. In questo contesto Costa assume un ruolo singolare: non rappresenta la natura, ma la tratta come archivio vivente, sistema di segni e materia che conserva le tracce del tempo biologico e culturale.

Un archivio tra antropologia, rito e museo
Formatosi tra Milano e Parigi, Costa frequenta l’Atelier 17 di S.W. Hayter e incontra Marcel Duchamp, riferimento cruciale per la sua ricerca. A partire dalla fine degli anni Sessanta, in dialogo ma mai pienamente allineato con l’Arte Povera, sviluppa una personale antropologia visiva che intreccia etnografia, paleontologia e alchimia in quello che definisce work in regress, un percorso in divenire ma a ritroso verso l’origine dell’umano.
Fin dagli esordi utilizza materiali organici ed elementari come ardesia, creta, cera, terracotta, ossa ed elementi vegetali, costruendo oggetti sospesi tra reperto e opera d’arte, tra museo naturalistico e teca rituale. Protagonista del circuito dell’Arte Povera, del Concettuale e di Fluxus, Costa partecipa con una sala personale a documenta 6 a Kassel nel 1977 e a diverse edizioni della Biennale di Venezia, tra cui la sezione Arte e Alchimia del 1986.
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Il titolo Metamagico, che richiama un’opera del 1978, indica per Scotini il piano operativo dell’artista: una riflessione sul pensiero magico che, dialogando con Deleuze e Guattari, assume rito e mito come strumenti conoscitivi alternativi alla razionalità modernista. Nelle parole di Ernesto de Martino, questo pensiero abita il confine tra la presenza che crolla e il suo riscatto, lo spazio in cui agiscono insieme arte e sciamano.
Tre nuclei espositivi e attività educative
Il percorso espositivo riunisce tavole, teche, installazioni e serie fotografiche realizzate negli anni Settanta, tenute insieme da un filo conduttore comune: l’ostinata ricerca dell’origine, intesa come dimensione sempre immanente. La mostra si articola in tre aree principali: Antropologia riseppellita, che rievoca la sala personale di Costa a Kassel nel 1977, il Museo dell’Uomo e il Museo di antropologia attiva di Monteghirfo, fondato dall’artista nel 1975.

Nell’ambito della personale, le AEF/PAV (Attività Educazione Formazione) propongono il laboratorio AgriPittura, neologismo che indica una sperimentazione espressiva a partire dai materiali del paesaggio – terra, erba e altri elementi naturali o coltivati – in risonanza con l’uso che Costa fa della materia organica. Su un piano più socio-antropologico, Marina Arienzale conduce il Workshop_88 / Gira Voce 03, azione condivisa che trasforma la comunicazione in un grande telefono senza fili, portando i partecipanti fuori dagli spazi del PAV per ascoltare le voci del quartiere e raccoglierne le opinioni.

La mostra, realizzata in collaborazione con l’Archivio Claudio Costa e C+N Gallery CANEPANERI, è sostenuta dalla Compagnia di San Paolo, dalla Fondazione CRT e dalla Regione Piemonte, confermando l’attenzione delle istituzioni verso una ricerca che mette in relazione arte, memoria biologica e responsabilità collettiva.
Foto: Ufficio Stampa