Un faro che apre il percorso e una candela che lo chiude: la mostra di Giovanni Ozzola alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia trasforma lo spazio in un organismo da attraversare, tra luce, suono e soglia interiore.

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Entrare nella mostra di Giovanni Ozzola non è semplicemente visitare uno spazio espositivo. È attraversare un organismo, questa la mia esperienza. Un corpo vivo, costruito attraverso immagini, suoni, luce e materia, che prende forma a partire da un’idea molto precisa: quella della soglia, del passaggio continuo tra interno ed esterno.

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Interno dello spazio espositivo buio con le opere fotografiche di orizzonti di Giovanni Ozzola
Faro di Punta Sabbioni, Giovanni Ozzola

Il punto di partenza è potente e immediato: un faro. Non un’immagine qualsiasi, ma il faro di Punta Sabbioni, fotografato dall’artista e posto come inizio simbolico del percorso. È una luce che afferma una presenza, quasi una dichiarazione: “ci siamo”. Ozzola costruisce da qui tutta la narrazione della mostra, come se quel fascio luminoso fosse l’origine di un’esperienza che si sviluppa nello spazio e nel tempo.

La mostra si sviluppa come un sistema complesso, un grande organismo in cui ogni opera mantiene la propria autonomia ma contribuisce a qualcosa di più grande. Non è una semplice successione di lavori, ma una costruzione unica, pensata come un corpo da attraversare. Ed è proprio questo attraversamento che diventa centrale: lo spettatore non guarda soltanto, ma entra, si muove, si relaziona.

Uno degli elementi più interessanti è l’installazione sonora delle campane. Sono cinque, apparentemente simili, ma ognuna con una propria identità. Ozzola le paragona alle corde vocali: strumenti individuali che, insieme, generano un linguaggio condiviso. È un’immagine semplice, ma molto efficace per raccontare un concetto più ampio: l’essere umano come individuo unico, ma parte di un sistema collettivo. Non un gregge, ma un gruppo consapevole, fatto di relazioni, sguardi e scambi reali.

Il tema della soglia ritorna continuamente. Due spazi distinti, interno ed esterno, due dimensioni che convivono dentro ogni persona. Ozzola insiste su questa idea: siamo superfici sensibili, esposti a ciò che accade fuori ma anche attraversati da ciò che accade dentro. La mostra diventa quindi una mappa di questi due orizzonti, un tentativo di metterli in relazione.

Visivamente, questo si traduce in una serie di elementi forti: due fotografie di orizzonti che diventano “occhi”, capaci di guardare e restituire profondità; un video che lavora sul confine tra naturale e artificiale; e infine una piccola candela, posta alla fine del percorso. Se il faro è la luce esterna, potente e dichiarativa, la candela è l’opposto: una luce intima, fragile, interna. È una chiusura silenziosa, quasi meditativa, che ribalta il punto di partenza .

Anche l’accesso alla mostra è parte dell’esperienza. Si arriva in barca, attraversando l’acqua come in un rito di passaggio. Ozzola stesso richiama l’immagine di Caronte: un traghettamento simbolico verso uno spazio altro, dove l’incontro con l’opera diventa anche incontro con se stessi.

ll centro dell’esposizione, il cuore del sistema una video installazione che lascia senza fiato, Matteo. Il lavoro si concentra sullo spazio dell’infinito. Il gesto dello scoccare il dardo e far esplode un bersaglio. Un gesto che l’atleta, ceco dalla nascita, attraverso un equilibrio unico ed un riferimento, se stesso ed il presente.

Dettaglio del video "Matteo" di Giovanni Ozzola su ledwall affacciato sulla porta d'acqua della galleria

Quello che emerge è una visione molto chiara: l’arte non come oggetto da osservare, ma come dispositivo che attiva esperienze. Una mostra che non si limita a essere vista, ma che chiede di essere vissuta. E attraversata, fino in fondo.

Le Campane, Allestimento delle opere di Giovanni Ozzola negli antichi magazzini trecenteschi a Venezia

Con Albedo. You See Me in the Twilight, Giovanni Ozzola firma un nuovo progetto realizzato in occasione della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. L’intervento prende forma negli spazi della galleria Beatrice Burati Anderson, nel sestiere di San Polo, in collaborazione con Galleria Continua. Curata da Giorgio Galotti e Shen Qilan, la mostra è visitabile dal 5 maggio al 22 novembre 2026.

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