Entrando nel percorso espositivo di Palazzo Grassi, il lavoro di Michael Armitage si impone subito con una presenza diversa, quasi instabile. Le sue tele non raccontano una storia in modo diretto, ma costruiscono un territorio ambiguo dove realtà e immaginazione si sovrappongono continuamente. È una pittura che parte da immagini concrete – cronaca, politica, vita quotidiana – ma le trasforma in visioni stratificate, difficili da afferrare fino in fondo.
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In questo contesto, Armitage non è semplicemente un pittore contemporaneo in mostra, ma una voce che intercetta il presente con una forza rara, portando dentro Palazzo Grassi una riflessione visiva potente su identità, tensioni sociali e memoria collettiva.

Pinault Collection
Oil on Lubugo bark cloth
79 x 59 1/2 inches / 200.7 x 151.1 cm
Photo : Kerry McFate
Courtesy the artist and David Zwirner
Michael Armitage (Nairobi, 1984) è una delle voci più potenti della pittura contemporanea internazionale, e nel contesto espositivo di Palazzo Grassi il suo lavoro si impone con una forza immediata, quasi fisica. La sua pittura non è mai decorativa: è narrativa, politica, profondamente radicata nella realtà africana contemporanea, ma capace di parlare a un contesto globale.
Formato tra Kenya e Regno Unito (Royal Academy Schools di Londra), Armitage costruisce un linguaggio pittorico che tiene insieme tradizione e urgenza contemporanea. Da un lato guarda alla storia della pittura occidentale – Goya, Manet, Gauguin – dall’altro attinge a immagini prese dalla cronaca, dai media, dalla vita quotidiana in Africa orientale. Il risultato è una pittura stratificata, ambigua, mai lineare.

Pinault Collection
Oil on Lubugo bark cloth
67 x 87 inches / 170.2 x 221 cm
Photo : Kerry McFate
Courtesy the artist and David Zwirner
All’interno del percorso di Palazzo Grassi, questo si traduce in opere che colpiscono subito per il colore, ma trattengono lo sguardo per il contenuto. Le scene sembrano quasi oniriche, ma in realtà raccontano situazioni molto concrete: tensioni sociali, migrazioni, violenza, ritualità collettive.
Un elemento chiave del suo lavoro è il supporto: Armitage dipinge su lubugo, un tessuto ricavato dalla corteccia d’albero, tradizionale dell’Uganda. Questo materiale introduce imperfezioni, cuciture, strappi. La superficie non è mai neutra: entra nella narrazione, la disturba, la rende instabile. A Palazzo Grassi questa scelta è evidente e diventa parte dell’esperienza visiva.
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Opere come Raft I mostrano corpi compressi, ammassati, sospesi tra salvezza e tragedia. Non è difficile leggere un riferimento alle migrazioni, ma Armitage evita qualsiasi retorica. Le figure sono immerse in un paesaggio quasi liquido, dove il confine tra acqua, terra e corpo si dissolve.

In altri lavori, come le grandi composizioni corali, la pittura si apre a scene collettive: musicisti, comunità, momenti di aggregazione. Ma anche qui c’è sempre una tensione sottile. Le proporzioni sono alterate, i corpi si deformano, lo spazio si piega. È una realtà riconoscibile, ma mai stabile.
Il colore è un altro elemento decisivo. Armitage usa tonalità accese, quasi violente, che contrastano con la durezza dei temi. Questa scelta crea un cortocircuito visivo: lo spettatore è attratto dalla bellezza pittorica, ma subito dopo si trova dentro immagini complesse, spesso disturbanti.
Nel contesto di Palazzo Grassi, il lavoro di Armitage dialoga perfettamente con l’idea di mostra come spazio di riflessione contemporanea. Non c’è distanza tra estetica e politica: ogni immagine è costruita per tenere insieme entrambe le dimensioni.
Armitage non offre una lettura unica del presente. Le sue opere funzionano per livelli, per ambiguità, per slittamenti continui tra sogno e realtà. Ed è proprio questa instabilità che rende la sua pittura così attuale: non semplifica il mondo, lo complica.

Portrait of Michael Armitage, 2022
Photo by Tom Jamieson
©Michael Armitage Courtesy the artist and David Zwirner