Alla Fondazione Memmo la prima mostra istituzionale italiana dell’artista dello Zimbabwe.

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Suggestioni oniriche, colori accesi e forme umane appena accennate: l’arte e la potenza di Portia Zvavahera arrivano alla Fondazione Memmo per la prima mostra istituzionale italiana dell’artista dello Zimbabwe. Un’esposizione – curata da Alessio Antoniolli – che racchiude un corpus di opere e una ricerca ben precisa, oltre a un’installazione site-specific concepita appositamente per gli spazi della Fondazione. Like Flowers We Fade come fiori sbiadiamo – è il titolo della mostra, visitabile gratuitamente fino all’1 novembre. Un’occasione da non perdere.

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Like Flowers We Fade: la mostra di Portia Zvavahera a Roma

«Per me è un onore portare Portia in Italia, perché ha fatto molto poco nel nostro paese. – ci racconta Antoniolli – È stata alla Biennale, era parte del padiglione Zimbabwe qualche anno fa, ma non ha mai avuto una presentazione solida, totalmente dedicata a lei». «Questa mostra si intitola Like Flowers We Fade – spiega poi il curatore – come i fiori appassiamo. Parla di una questione ciclica del naturale, della nascita. La vita, ma anche la morte. La mostra è ispirata a sua nonna, morta un anno fa e una persona molto importante nella vita di Portia. Non solo perché era una figura materna, ma anche per la fede che aveva. Una fede che ha instillato in tutta la famiglia e che l’ha tenuta molto unita». 

Proprio come racconta Antoniolli, Like Flowers We Fade presenta un nuovo nucleo di opere pittoriche, sviluppate – tra l’altro – a seguito di un periodo di residenza a Roma: la dimensione autobiografica si intreccia con una riflessione più ampia sulla memoria, la perdita e la trascendenza. Nata nel 1985 a Harare (Zimbabwe), Portia Zvavahera è un’artista radicata nella cultura e nella lingua Shona (una lingua Bantu parlata principalmente nello Zimbabwe da circa l’80% della popolazione), ambito in cui l’artista pensa, sogna e definisce la propria identità. È un aspetto necessario per comprendere la fusione tra iconografia religiosa e indagine psicologica che troviamo in ogni suo dipinto. In questa esposizione romana è tutto ancora più forte e più profondo, legato indissolubilmente alla scomparsa di una persona di riferimento.

Tra memoria e spiritualità: il legame con la nonna

«Nei vari quadri che vediamo qui – commenta Antoniolli – ci sono vari passaggi degli ultimi anni di sua nonna, la malattia e poi il momento della sua morte. Per Portia la morte è un rinnovamento, in un certo senso: si entra in una nuova dimensione, per l’artista molto importante. È una dimensione in cui lei spera un giorno di potersi riunire con la nonna, ma anche con tutti i propri cari. La visione della vita e quella della morte sono dunque collegate».

Se l’aspetto puramente biografico ha avuto il suo peso nella rappresentazione tra vita e morte, è costante nella ricerca di Portia Zvavahera la dimensione onirica. «Ci sono – racconta il curatore – tutti questi strati di coscienza, incoscienza, vita, morte, aldilà che combaciano in queste rappresentazioni. In alcuni casi un po’ astratte, in altri più figurative. Portia, più che rappresentare un aneddoto o un momento nella vita delle persone, crea immagini sospese». Ce ne accorgiamo dal bianco molto presente intorno ai quadri esposti, a rappresentare «proprio questa sospensione, questa nuvola in cui tutto esiste in un momento di transizione: tra la vita e la morte e tra l’essere svegli e il sonno». «Portia – chiosa Antoniolli – ci invita a riflettere esattamente su questi in-between, questi momenti di soglia tra una cosa e l’altra».

Le piastrelle dipinte a mano: l’opera più sorprendente

Tra tutte le opere della Fondazione Memmo, a colpire è un’enorme rappresentazione realizzata con piastrelle. «Non le aveva mai usate prima. – ci dice Antoniolli – L’ha fatto nel suo studio per sperimentare, ma non l’ha mai esposto. In quest’opera, c’è un momento di gioia: la nonna in cielo e la famiglia che si riunisce attraverso i legami che la nonna stessa ha costruito». Le piastrelle sono state dipinte una per una, a mano, e anche per questo non sono uniformi, ma splendidamente differenti. 

«Molti quadri hanno fiori, persone: è la soglia tra la natura e l’umano, che è parte della natura in un certo senso. – dice Antoniolli – La terracotta è questo: è terra che viene trattata dagli uomini per creare storie e qualcosa di più stabile. Sempre a livello ciclico». Se potessimo dunque riassumere tutto ciò che ci offre Like Flowers We Fade, secondo Antoniolli «è un invito a ripensare se stessi, attraverso concetti universali che riguardano tutti e su cui la mostra invita a riflettere».

Foto di Daniele Molajoli

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