Circa 550 abitanti diventano coautori di “Diario veneziano”, grande opera partecipata di Ilya ed Emilia Kabakov tra Ca’ Tron e Padiglione Venezia alla Biennale Arte 2026, dedicata alle storie di chi tiene viva la città.

Venezia diventa un grande diario collettivo con “Diario veneziano”, progetto monumentale e partecipato concepito da Ilya ed Emilia Kabakov in occasione della Biennale Arte 2026. Dal 9 maggio 2026 il piano nobile di Ca’ Tron e il Padiglione Venezia ai Giardini ospitano un racconto corale della città, costruito con le memorie, gli oggetti e le voci di chi la abita e la custodisce ogni giorno.

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Curato da Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, il progetto mette al centro circa 550 abitanti della città metropolitana, chiamati a scrivere una pagina di diario sul proprio legame con Venezia e a donare un oggetto simbolico. Ne nasce un autoritratto emotivo e sociale che rinnova la tradizione delle installazioni totali dei Kabakov, trasformando lo spazio espositivo in un dispositivo narrativo immersivo.

Moretto veneziano scelto da una partecipante per l'opera collettiva Diario veneziano

Una mostra con Venezia, non su Venezia

La mostra, organizzata da BAM e patrocinata dal Comune di Venezia, è dichiaratamente “non una mostra su Venezia, ma una mostra con Venezia”. Le testimonianze raccolte attraversano generazioni, mestieri e provenienze: negozianti, artigiani, studenti, gondolieri, operatori culturali, ristoratori, famiglie storiche, nuovi cittadini e molte altre categorie compongono un mosaico umano complesso, sospeso tra passato e futuro.

Ogni storia è firmata solo con il nome di battesimo, scelta che tutela la privacy di fronte a confessioni intime e, allo stesso tempo, sottolinea la pari dignità di ogni voce. Gli oggetti vengono esposti in vetrine tematiche: utensili, ricordi, tracce minime della vita quotidiana diventano camere di risonanza di esistenze diverse, secondo la definizione dello stesso Biasini Selvaggi, che descrive l’insieme come una “mappa del sentimento”.

Tra le storie emergono immagini vivide della città: il moro veneziano scelto da Veronica come simbolo di una tradizione orafa capace di trasformare paure e incontri in bellezza, la fotografia di una famiglia romena in posa davanti a una scenografia con gondola e ponte di Rialto che ha accompagnato Iris dal suo Paese d’origine fino alla laguna, o ancora la rete da pesca che per Stefano incarna una Venezia senza automobili, dove i bambini crescevano in rapporto diretto con la laguna.

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Rete da pesca lagunare tra gli oggetti esposti in Diario veneziano

Dal palazzo sul Canal Grande al Padiglione Venezia

A Ca’ Tron, storico palazzo cinquecentesco affacciato sul Canal Grande e sede dell’Università Iuav, l’opera si presenta come una grande installazione ambientale che intreccia dimensione individuale e collettiva. I veneziani non sono comparse, ma protagonisti riconosciuti come custodi di un patrimonio prima di tutto umano, oltre che storico, culturale e artistico.

Il progetto prosegue al Padiglione Venezia, all’interno del percorso espositivo Note persistenti, in dialogo con la visione curatoriale In Minor Keys della Biennale Arte 2026 di Koyo Kouoh. Qui la sezione dedicata ai Kabakov si concentra in particolare sui creativi veneziani, le cui testimonianze materiali diventano simboli di storie personali e percorsi artistici, un gesto di riconoscimento verso chi contribuisce a rinnovare l’identità culturale della città.

Cestino calato dal davanzale, memoria di tre generazioni in un campo veneziano

In questo intreccio tra città e Biennale, tra Padiglione e palazzo sul Canal Grande, Diario veneziano segna una nuova tappa del legame lungo quasi cinquant’anni tra i Kabakov e Venezia, iniziato con la Biennale del Dissenso del 1977. Dopo la scomparsa di Ilya nel 2023, Emilia Kabakov continua a sviluppare i progetti concepiti insieme, confermando la forza di una ricerca che usa l’installazione per interrogare la condizione umana e, qui, per restituire la città a chi la vive ogni giorno.

 

Foto: Ufficio Stampa

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